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TEATRO

Luca Ronconi dirige “Lehman Trilogy”: ascesa e caduta della famiglia che ha sfruttato l’alta finanza. E l’ha tradita

  • 11 febbraio 2015
  • 12:39

MILANO – “Baruch Hashem Adonai”. È il primo ringraziamento a Dio, fonte di benedizione e ricompensa agli occhi dell’ebreo circonciso Henry Lehman, approdato da Le Havre negli Stati Uniti l’11 settembre 1844. Una data simbolica, non tanto per la cornice d’avvio di una saga, ma per quanto succederà lo stesso giorno di quasi centosessant’anni dopo. Eppure, non è di dogmi né di fondamentalismi che sfregiano le cronache che si tratta per i fratelli Lehman, ma di una parabola identitaria cui fa capo sia il magistero della storia, sia lo strumento scenico che brama di padroneggiarne i conflitti fino al collasso di cui gli stessi media, proni ai successi finanziari, hanno ricalcato il fallimento globale.

stefano massini - lehman trilogy

“Lehman Trilogy” è il testo di Stefano Massini messo in scena da Luca Ronconi che, nella prefazione al libro (Einaudi 2014), scrive: “Centosessant’anni di storia del capitalismo vengono squadernati in un continuo saltare fra terzietà saggistiche, flussi romanzeschi, narrazioni di incubi e vaneggiamenti…”

Henry Lehman apre dunque le danze del “carillon chiamato America”, ringrazia per una partenza che ha tagliato un traguardo e, da quel momento, serve la stirpe errante di chi il Nuovo Mondo l’ha sempre avuto nei pensieri fino ad accontentare gli occhi. Il posto di Henry sul molo – ridisegnato magnificamente da Marco Rossi come sgabello di terraferma isolata sopra tavole di legno sovrapposte e a scomparsa che recano già la firma Lehman Brothers – declina l’incrocio mai casuale tra la chirurgia registica, certo esemplare, di Luca Ronconi e il documento ricreato di Stefano Massini.

Un rapporto denso di connessioni oblique laddove il racconto – preso a distanza narrativa di terza persona e affidato al bozzolo di una prima bottega di tessuti in Alabama – attraversa l’anatomia di una famiglia composta da tre fratelli: Henry, il maggiore, Emanuel detto “il braccio” e Mayer (Bulbe) “patata”. Il sangue che li forgia nella fatica quotidiana d’essere costretti ad aggiustare i nomi ebraici per assimilazione o a tenere lustra l’insegna dell’attività, ottenuta da Henry impegnando tutti i propri averi, è il denaro mai scisso dai legami col precetto, che ne fa derivare il valore dall’equivalenza sacra col gettare lievito, “chametz”.

La subalternità di un fratello rispetto all’altro, accanto alla netta affermazione drammatica per ossessioni, debolezze e memorie della Baviera da cui i tre provengono e cui si appellano, anzitutto per voce di Henry, nutrono la spirale degli arricchimenti. Sono ancora gli antichi atti di compravendita e baratto a far riconvertire l’oro del cotone grezzo in guadagno ed espansione che stuzzica la sete ed ebraicamente invita a non smettere di spronare il cavallo. Storia e sapienza dei padri, prima che intervengano i figli, prima che la piramide tracciata da Henry – incarnato con precisione e lirica litania da Massimo De Francovich – venga trasformata da intreccio che tiene il passo con la Guerra d’Indipendenza a rincorsa dei nuovi parametri di trading senza passato né devozione.

La luce bianca che incorpora i guizzi, le nevrosi, le liti e gli innamoramenti dei tre Lehman ne muove anche, sullo stesso filo di un orologio inesorabile che scorre avanti e indietro, le pulsazioni affaristiche e le visioni. La trama si ispessisce dunque di materie altre che Ronconi individua ed esalta inseguendo la drammaturgia di una tradizione che si annulla nel calco funesto di un’ascesa sempre più scomposta per effetto di cannibalismi, dove scompare lentamente l’aura del lessico yiddish a scandire, anche come frasi di luce idealmente proiettate dalle mani degli attori su una parete bianca, i tempi di una storia nella storia.
lehman trilogy
C’è allora chi come Fabrizio Gifuni, nei panni dell’inquieto Emanuel Lehman, ne esegue pedissequamente i picchi notturni degli incubi e l’istinto indomabile all’azione soprattutto quando, alla morte del capostipite Henry, si assume il rischio di emigrare a New York dopo un’epidemia di febbre gialla. New York come sinonimo di Wall Street e affidamento dell’arca di famiglia in Alabama a Mayer, un eccezionale Massimo Popolizio con il ruolo di moderatore, nonché espressione della natura dei Lehman mediatori, coloro che stanno nel mezzo delle circostanze più ghiotte. Ma Mayer anche come “kish kish”, irresistibile preda di infatuazioni per il gentil sesso ricalcate a diverse temperature d’attore tutte godibilissime, accanto alla ritrattistica mordace del vincolo, intrinseco all’ebraismo, con il denaro e la sua tutela.

Le pieghe del testo sui richiami e i ritorni di Henry, a narrare frammenti d’epoca in una ballata a due con uno dei lavoratori e primi compratori di colore delle piantagioni, si affastellano con estrema corrispondenza e durezza ai nuovi rapporti coi padroni, alla fiera del cotone di New York e a quell’esile figurina di Solomon Paprinskij, funambolo urbano che passeggia sospeso in scena a rimarcare l’oscillazione pericolosa e reale, proprio attraverso il simbolo, di una borsa americana attaccata dal crollo del 1929 e dalle prime speculazioni finanziarie.

E così come Solomon – ottimamente reso dalla fisicità lieve e dalla forza verbale di Fabrizio Falco – eserciterà il proprio figlio a seguire le orme sul filo, lo stesso accadrà ai padri Lehman dopo la vittoria dei nordisti e il passaggio radicale dallo smercio del cotone alla Lehman Brothers Bank for Alabama. Philip Lehman, figlioletto di Emanuel, sadicamente presentato nei panni adulti e luciferini di Paolo Pierobon, è già un prodigio tra i compagni di scuola. Il suo talento poliedrico ne fa l’erede eletto dei nuovi traffici targati Lehman verso il caffè e il mercato ferroviario che vedono Herbert, figlio minore di Mayer Lehman, in perenne disaccordo ma promettente carriera politica.

Così, quando la crisi violenta decreta che i soldi non bastano per investire, la strategia di risalita e salvezza dell’arca si frastaglia corrodendosi nell’investimento altrui: un’esistenza famigliare in cui a passi algidi, senza alcuna concessione al coinvolgimento, l’occhio registico affonda nel depauperarsi di quelle memorie di ringraziamento sul molo di Henry. I ritorni di quest’ultimo come parziale ammonimento, le inversioni e i capovolgimenti progressivi del mercato e della furia borghese dei Lehman che eleggono a nuovo capo Bobby, figlio di Philip, interpretato da Fausto Cabra, finiscono per incantarsi sulla sua opposizione e fragilità opposta al padre, diversamente fissato sul controllo.

Così, la dinastia fraterna e la morte di Mayer si tramutano in azzardi sui consumi, sui prestiti a ingozzo che precederanno il crack definitivo e su una vetta di concause e deliri di assuefazione all’accumulo tra il New Deal e i finanziamenti della bomba atomica. Ma il vero baratro torna al principio, al processo teatrale delle partenze che orientano gli arrivi: dagli affari con gli sceicchi al concetto di marketing per cui solo chi compra vince, dalla morte di Bobby Lehman ballando il twist con l’ultima delle mogli – tutte ben ritratte da Francesca Ciocchetti – a Kennedy assassinato, i Lehman Bros cedono il posto a patti in percentuali tra trader e bancario.

Fine dei giochi mistici, del canto rituale, del benessere come sacrificio tramandato. Alla notizia della loro morte certa negli anni odierni, tutti quanti i Lehman si riuniscono in una cena delle ceneri che rinnova lo scarto del sangue come primo delitto efferato e non esclude nessuno dalle responsabilità. Spettatori compresi. Una direzione di scrittura e di menti riconosciuta e riconoscibile, alta e spessa, pur se volutamente chirurgica e senza sangue scenico vivo.
(Giulia Valsecchi)

 Piccolo Teatro Strehler – Milano
Fino al 15 marzo 2015

→ Lehman Trilogy
di Stefano Massini
regia Luca Ronconi
scene Marco Rossi
costumi Gianluca Sbicca
luci A.J.Weissbard
suono Hubert Westkemper
trucco e acconciature Aldo Signoretti
con (in ordine di apparizione)
Henry Lehman
 Massimo De Francovich
Emanuel Lehman Fabrizio Gifuni
Mayer Lehman Massimo Popolizio
Testatonda Deggoo Martin Ilunga Chishimba
Philip Lehman Paolo Pierobon
Solomon Paprinskij Fabrizio Falco
Davidson, Pete Peterson Raffaele Esposito
Archibald, Lewis Glucksman Denis Fasolo
Herbert Lehman Roberto Zibetti
Robert Lehman Fausto Cabra
Carrie Lauer, Ruth Lamar, Ruth Owen, Lee Anz Lynn Francesca Ciocchetti
Signora Goldman Laila Maria Fernandez
produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa


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