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TEATRO

Luca Ronconi: “Celestina” o la tempesta delle ossessioni

  • 14 febbraio 2014
  • 17:33

MILANO – Un piano obliquo di porte-finestre a incastro e un padre che tinge di pianto solenne la morte per suicidio della figlia. Bastano già questi due territori, scenografico e d’azione algida, a chiarire chi muove la macchina retrostante Celestina nella versione del drammaturgo canadese Michel Garneau. La regia di Luca Ronconi si svela dall’inizio con dettagli programmatici che dalla pittoricità del cadavere nudo e disteso della giovane Melibea proseguono e si affinano nei saliscendi di pertugi, come nei vuoti e pieni calcolati di chi sale una scala o si agita su un letto a scomparsa.

celestina_paiato

ph. Luigi Laselva

Il senso della scrittura primigenia de La commedia de Calisto y Melibea di Fernando de Rojas, da cui Garneau ha tratto La Celestina, è non a caso in continuità con quell’inconsistenza umana che nasce e subito scompare, accecata da passioni incurabili, trame o smanie ossessive verso un profitto in denaro o la corrispondenza di amorosi sensi. Così Calisto, che osserva Melibea dall’alto di una torre che gli causerà la fine più rovinosa, mantiene l’occhio del Cinquecento spagnolo sulle conquiste vane e ne percorre all’indietro lo scheletro di un modello plautino fitto di ambiguità, lestofanti e squallidi baratti.

La classicità riverita dall’Umanesimo si piega alla lente analitica e anatomica di Ronconi mentre innesta sull’archetipo dell’amore contrastato di Calisto e Melibea il paradigma della carne corrosa da bisogni, idoli e ottusità mentali ben evocate da una serie di finte porte che di volta in volta segnano il passaggio a fondo scena o in pieno interno di palazzo. La gerarchia dei personaggi è poi subito chiara nella loro collocazione simbolica, fuori e dentro le tenebre dei bassifondi, ma anche nella replica verbale che fa di Celestina, mezzana che ricuce le vergini e accoglie affari per esclusivo tornaconto, il maligno relegato “laggiù vicino alle concerie in riva al fiume”.

Proprio la bassezza e il gergo triviale, le allusioni e le gestualità spinte sostengono questa visione che vede tendere ogni istinto o irragionevolezza d’innamorato verso una distruzione che non si configura tanto come castigo inquisitorio, ma in chiave contemporanea rivolge il fuoco di chi è in scena o di chi fruisce a quella battuta di Celestina pronta a diffidare di azioni e parole e a venerare la ricchezza. Maria Paiato, da sotto una cuffietta che nasconde la scaltrezza della ruffiana, gioca con estrema abilità sui toni di una recitazione enfatica e virtuosistica, rendendo al meglio sia la consegna ronconiana contraria al coinvolgimento, sia il sarcasmo laido dell’approfittatrice.

celestina_paiato-falco

ph. Luigi Laselva

Lo sdoppiamento congenito a questa scrittura registica e al sottotesto cinquecentesco portato all’estremo, con aberrazioni di possesso, struggimenti e annebbiamenti tipici delle fissazioni amorose mai soddisfatte, si snoda in un complicato congegno di aperture e chiusure cui i corpi degli attori si adattano quasi alla maniera di macchine celibi in cui giovani, come il servo Parmeno reso esemplarmente da Fabrizio Falco, intervengono a ricordare l’argine più perentorio: “Poveri non sono quelli che posseggono poco, ma che desiderano molto”. Eppure, proprio quel diritto umano allo slancio è soffocato da interessi che traviano anche il servitore ingenuo, disposto ad allearsi con il maggiore e impudente Sempronio – Fausto Russo Alesi – pur di giacere con la fanciulla agognata e assaporare estasi effimere quanto il ritmo dei passi, delle fessure e finte pareti mobili dietro cui la casta Melibea sta per essere travolta da un sortilegio esiziale.

celestina_pierobon-falco

ph. Luigi Laselva

La bellezza mutante di Lucrezia Guidone che la incarna percorre le trasformazioni di voce e postura sempre meno rigida dal disprezzo verginale alla devozione senza ripensamenti per lo sguardo dannato di Calisto, che si ripiega nell’indecenza e nel delirio perfetto di Paolo Pierobon. Gli opposti e la loro calamita antica, procurata dalle arti magiche perché bene e profitto regalino piacere, non tendono mai all’assoluzione, ma all’ennesima pena della carne. La caduta di Calisto dalla torre che Ronconi eleva come vessillo d’inizio e fine storia torna nel filo spinato che corre ai lati del giardino di Melibea, ma anche nella suggestione dei sussurri amorosi spazializzati da Hubert Westkemper come una marcatura di confine dentro l’intreccio a scatole cinesi. Lo stesso si incastra la periferia nera e sporca da cui proviene Celestina con le sue giovani serve del piacere virile, entrambe precise nella tessitura clinica, dove un’Elicia sboccata e riconoscente vive della sincerità espressiva di Licia Lanera e una disincantata e furba Areusa nell’interessante asprezza di Lucia Lavia. La purezza resiste forse nell’unica serva di Melibea, Lucrezia (Lucia Marinsalta), che la ama senza risparmio e chiama a raccolta l’ordine dei fatti che vedranno decapitati anche Parmeno e Sempronio, dopo essersi vendicati dell’ingordigia di Celestina uccidendola barbaramente.
Nessuna dispersione, dunque, nella tavola scenografica architettata da Marco Rossi e mossa da Ronconi a servizio della molestia che irretisce le fragilità in una vanitas giustiziera. Nessuno scandalo negli amplessi simulati tra un mal d’amore in cui sofferenza e rimedio provengono dalla stessa sorgente o nello spasmo di una rendita che non abita secoli diversi dai nostri. La vendetta dichiarata negli a parte e bruciata nelle false alleanze è il preludio alla miseria della solitudine o dell’infamia per aver perseguito scopi meschini. Lo sguardo resta appeso alla candela dei genitori di Melibea in cerca di una figlia che ha tradito il silenzio complice della notte sacrificando nozze e onori alla misera dolcezza del desiderio.
(Giulia Valsecchi)

Milano – Piccolo Teatro Strehler
Fino al 1 marzo 2014

Celestina laggiù vicino alle concerie in riva al fiume
di Michel Garneau
da La Celestina di Fernando de Rojas
traduzione Davide Verga
regia Luca Ronconi
scene Marco Rossi
costumi Gianluca Sbicca
luci A.J. Weissbard
suono Hubert Westkemper
melodie Peppe Servillo e Flavio D’Ancona
trucco e acconciature Aldo Signoretti
con (in ordine di apparizione) Giovanni Crippa, Paolo Pierobon, Lucrezia Guidone, Fausto Russo Alesi, Maria Paiato, Licia Lanera, Fabrizio Falco, Lucia Marinsalta, Bruna Rossi, Lucia Lavia, Gabriele Falsetta, Riccardo Bini, Pierluigi Corallo, Angelo De Maco
produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa


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