rivista internazionale di cultura

TEATRO

Il Fa(i)r West dei Quotidiana.com in “L’anarchico non è fotogenico”

  • 9 ottobre 2014
  • 12:12

ROMA – “Tutto è bene quel che finisce” è l’aforisma dissolvente che genera la seconda trilogia dei Quotidiana.com. “Tre capitoli per una buona morte” (come recita il sottotitolo) finché morte non li separi; sono assieme dal 2003 Roberto Scappin e Paola quotidianacomVannoni, uniti nella loro ricerca teatrale verso l’esplorazione dell’essere e del malessere sociali, a partire dal loro intimo vissuto di coppia.

A pochi anni dalla “Trilogia dell’inesistente”, arriva “L’anarchico non è fotogenico”, il primo capitolo della nuova produzione tutta improntata al miraggio di una buona morte in giusta vita. È morte a credito per tanti, forse per tutti, per i Quotidiana stessi sempre così familiari alla trattazione grottesca e a tratti filosofico-scientifica di temi liturgici come l’eutanasia, il suicidio, l’escatologia.

Siamo al teatro Vascello di Roma per Teatri di Vetro, lo storico festival delle arti sceniche e contemporanee. All’edizione numero 8 partecipano anche i Quotidiana e parte di qui la nuova traversata della scena contemporanea dei due attori in camicia bianca e cappello nero western.

Le pareti intorno al palco e al pubblico sono scure, quasi fuligginose; regna un’atmosfera di attesa ferale all’entrata in scena dei due cowboy subito accolti dal bisbiglio del pubblico che riconosce nelle loro sagome un’allarmante forma di umanità. Due cowboy in accoppiata danzante, senza pistola, con foulard di seta (uno nero e l’altro giallo), le camicie inamidate e il cappello di feltro sulla testa. Disarmati e senza bisonti al lazzo, questi due cowboy mostrano fibra dura, l’occhio di ghiaccio, la resistenza e l’ambizione di poter guidare un gregge allegorico lontano dalla minaccia dell’apatia, della remissione. Dello storico cowboy, hanno saputo ritrovare sempre la semplicità, il coraggio e lo spirito (specie in senso umoristico), un giorno forse la pistola arriverà.

Sono loro, teatranti western riminesi dai volti proditoriamente fotogenici (vedi gli autoscatti che accompagnano il duo nel nuovo tour), a condurci tra i numerosi quadri in scena, attraverso movimenti minimi e una mimica straordinariamente misurata. Il resto lo fanno i dialoghi soffusi, taglienti, sibilanti.

Tutto comincia in un abbozzo di balletto, parodia di leggeri stacchetti televisivi alla maniera di due Kessler annoiate e stanche. Si levano muti gli avambracci a sparare senza colpo ferire; in fondo alle braccia dei due, c’è solo l’asola della camicia bianca, nessuna canna a far “Bang bang” (canzone poi accennata nel mezzo della pièce).

Ma la raffica di colpi arriva subito dopo. Sono le domande, le allusioni (fedeli complici del dialogo domestico tra i due) a sparare nell’alto, nel basso e anche nel sottosuolo, dove lo scandaglio a doppia sonda va a scomodare la morte chiedendole con estrema calma chi potrebbe morire.
Tante cose potrebbero morire allora: la bandiera rossa, la pazienza, il Natale, il carnevale, il sentimento ecumenico.

“Ma chi è stronzo rimane stronzo, chi è coglione rimane coglione”, osserva la cowboy… Continua lui, “Potrebbe morire l’equitazione…” “O il fantino – aggiunge lei – così finalmente il cavallo sarebbe libero…” E così ancora, potrebbe morire la ricerca scientifica sugli animali (“Ma poi come ci curiamo dal cancro o dal Parkinson?”). Il Boia potrebbe morire (è l’unico che ne avrebbe davvero diritto), la povertà, la carità potrebbero morire… L’ignavia, lo sviluppo tecnologico arrogante, la flemma dell’operaio comunale, la dittatura dell’immagine compulsiva, la fiction di Rai Uno. Poi ancora, la perfezione dovrebbe morire, il sacerdotato, “I sacerdoti si devono impegnare a fondo, o eutanasia anche per loro…”.
“La faccenda si fa lunga e priva di appeal”, commenta lei amara.
E il cowboy, dovrebbe morire? “Il cowboy è morto”, tornano a danzare i due fantasmi.

Si rasenta lo stereotipo di tante morti auspicate a furor di popolo, la faciloneria clownesca dell’invettiva di piazza, ma attenzione ai toni del discorso scenico, a non farsi ingannare dalle prime e più facili suggestioni. Non siamo davanti a due cowboy del circo equestre, siamo al lazzo di due cowboy fantasma, morti già alcune volte appesi alla forca della critica teatrale, della sua politica degli accessi. Qualcuno vada a leggere sul loro sito (www.quotidiana.com) o su alcuni blog circolanti che li riguardano, della crociata sul “Teatro assente” guidata dai due mandriani… Non ci si può attendere che dopo un tale affronto pubblico, sui due fuorilegge non penda una taglia di morte artistica o una condanna a vita all’esclusione dalle programmazioni più rassicuranti, forse più appaganti.

Allora calchiamo i neri cappelli e abbassata la tesa salmodiamo e balliamo con i Quotidiana la lunga ballata del disertore senza orpelli di scena. C’è una sedia, c’è un tavolo (con un’altra sedia) e dall’alto cala un faro alogeno che in ultimo dondolerà le sue ombre luciferine sul duo immobile al finale. È tutto. Tutto il resto è stato dialogo morbido vellutato, crudele o teneramente comico, dei due ragazzi delle mandrie, sorpresi ancora a parlarsi, interrogarsi, sfiorarsi le fosse iliache e le mani sulla piccola ribalta davanti a noi.

Non si riesce a stare al di qua della coppia nei lavori dei Quotidiana e non mancano neanche in questo lavoro riferimenti a un’affettività refrattaria, consolatoria, a un’intimità che possa certificarne l’esistenza in società, pur restando due cowboy e quindi duri, riluttanti alle smancerie amorose.

Dai movimenti sussultori delle mascelle dietro il vuoto delle pause, dai contenuti dei dialoghi volti alternatamente al paradosso e all’idillio, dalle ridotte geometrie di scena, si ritrova – ancora più forte in questo nuovo lavoro – uno stile affinato negli anni, scomodo per quanto efficace, dolce e rassicurante come tale può essere una morte che ponga fine a tante angosce quotidiane.

Poco prima che l’alogena quarzina cominci ad oscillare come spada di Damocle discendente sulle loro teste, i due si parlano ancora: “È assolutamente necessario morire, perché finché siamo vivi, manchiamo di senso”.
Allora cosa deve vivere mi chiedo. Vivano i Quotidiana e le loro pistolettate di parole e frasari esilaranti.

Finita la prova, un plotone di spettatori ha sepolto la coppia di applausi. Da sotto il tavolo in scena sono fuggiti a stento i libri della “Trilogia dell’inesistente” per i tipi di L’arboreto Edizioni. Qualcuno ne ha preso alcune copie lasciando un obolo sul palco.
(Michele Montanari)

→ Info sulle date e le vicende dei Quotidiana.com su www.quotidianacom.it


Approfondimenti >

Storie

altri approfondimenti >
StorieMAG

English dept >

Storie

more >
momentismo-banner

Storie da leggere >

Storie

altre Storie da leggere >

A FUOCO | l'eccezione

Storie online: cultura dall'Italia e dal mondo. Ogni giorno

error: