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TEATRO

“Aringa Rossa” di Ambra Senatore: la tensione sperimentale di uno spettacolo che fa della danza un mezzo di indagine non soltanto teatrale

  • 12 gennaio 2015
  • 12:08

TORINO – “Aringa rossa”, l’espediente che depista, che allontana dall’apparente comprensione della trama (nel gergo cinematografico l’espressione indica i falsi indizi che i registi disseminano neambra-senatorei film per depistare lo spettatore), è anche il titolo provvido del lavoro con cui Ambra Senatore, esponente torinese della nuova generazione del teatrodanza, ha debuttato lo scorso dicembre alla rassegna di Torinodanza 2014 nella sezione speciale Made.it.

Si tratta di uno degli spettacoli da inseguire (a Torino è in cartellone fino al 22 gennaio) nelle poche apparizioni italiane della Senatore, essendo buona parte dei suoi lavori distribuiti in Francia.

Sotto i riflettori delle Fonderie Limone di Moncalieri, l’inizio si annuncia leggero, ridotto nei primi palpiti a tre figure maschili che esplorano lo spazio. Piano il palco si affolla, si articola, e inizia la danza. Le accennate parole inaugurali sono rapidi scambi e richiami tra gli interpreti. Il quadro si frantuma per ricomporsi di nuovo, poco a poco disuguale a se stesso, asimmetrico.

Nove i danza(t)tori, per un racconto sulle relazioni umane e le loro insidie, come spiega la stessa Senatore: “Lo spettacolo è un ritratto di umanità giocoso e ironico, centrato sulle relazioni che si creano e disfano con un fondo di aspetti malinconici, misteriosi ed irrisolti”.
Vediamo muoversi i corpi in sincrono e fuori sincrono, rapiti in pose estatiche o nel brusco arresto di un fermo immagine preceduto da moviola; per oltre un’ora davanti a una platea fitta, trafitta più volte dalle incursioni dal palco, “Aringa Rossa” ci avvince.

Semplicità elegante della regia, luce che declina fasci caldi sulle diverse combinazioni dei danzanti; commenti musicali di eccentrica ricercatezza spesso fuori asse motorio, a loro volta stranianti, remoti. Questi gli elementi fondanti a complemento della drammaturgia.
Osservare gli occhi e i muscoli facciali nel movimento e nell’immobilità dei nove, ascoltarne le voci uscire da un lontano gioco di rincorse e fughe, è come attraversare un musical sincopato o un ricorrente sogno d’infanzia (forse infanzia di un’umanità compromessa). Tutto il resto va immaginato e poi escluso.
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Percorre il lavoro un vario giro di danze e assembramenti, di pose statiche e di isolamenti, per condurci nei paesaggi e nelle periferie umane della coreografa che ha fatto della danza uno strumento d’indagine sociale oltre che teatrale.
Anche questa creazione (come diversi lavori della Senatore) sembra in permanente fase di studio e mutamento; qui la geometria chiusa, la forma scenica impermeabile a diverse ipotesi interpretative non rientrano nelle coordinate della regia; ogni lavoro di questa compagnia (di nome Eda) una volta metabolizzato in scena, pare vivere di vita propria, continua nel tempo ad assorbire suggestioni (anche dal pubblico), interventi, smarrimenti. Questa è l’osmosi che cerchiamo tra il teatro e la quotidianità, l’alchimia in cui riesce anche “Aringa Rossa”, restituendo senso al puro dato scenico.

Siamo dentro luoghi relazionali, stanze, parchi, marciapiedi, definiti solo da suoni e da gesti; passo passo questi luoghi si fanno familiari, rievocando giochi dell’infanzia dove si urlava o si rincorreva qualcuno per farne ostaggio o temporaneo appagamento, e dove la quotidianità delle relazioni si fa effimera e ridondante nel tempo corrente.
Nei quadri scenici e nella danza di questo lavoro, è un susseguirsi concentrico e poi centrifugo di incontri e di scontri: relazioni umane tradotte in passi allegorici, mimati abbandoni, contrasti fisici, grida psicotrope fino al pianto dirotto, al deliquio.

Ci si deve avvicinare spogli di idee, curiosi ad “Aringa Rossa”, tentando di cogliere le espressioni, i micromovimenti del gruppo mosso da musiche che vanno dal sacro a rivisitazioni di Stravinskij, dai madrigali monteverdiani, alla rilettura di canti partigiani.
Più volte suona un telefono che emette conversazioni improbabili, con la volontà di proiettare il lavoro in un presente differito in cui l’apparecchio rappresenta la verosimile impossibilità di comunicare.
Si grida, si confabula (anche in più lingue), ma sempre solo accennando, abbozzando o balbettando astrusità che muovono spesso al riso e che mai risolvono la narrazione.
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Quattro coppie, tre gruppi da tre, poi due da quattro e una figura smarrita, poi tutti gli interpreti assieme a formare figure pittoriche di corale sacralità secentesca con la complicità di luci magistralmente dirette a colpire i volti dall’alto, i corpi protesi verso un dio evocato nel cono luminoso. Così entriamo di taglio in un raccoglimento inatteso, nel sacro fuori contesto che promana come un’annunciazione allucinatoria. Poi di nuovo tumulto, corse, volteggi, si torna a danzare.
E mentre tutti danzano e si corteggiano danzando, qualcuno resta escluso, si impaccia, inciampa al limite del proscenio; qualcuno poi sta male, dispera, a turno lo si conforta caricandosi d’immediato dolore che di cuore in cuore svapora, dissolve in nuova ilarità di gruppo al nuovo cambio di scena.
Nei tanti panorami che offre questo insieme di coreografie cucite in una, nessuno sguardo può fermarsi, nessun giudizio cristallizza. L’autrice vuole confondere e ristabilire vitali disordini, scherzare con le idee di purezza e di ordine.

L’ironia che ha fatto dei lavori di Ambra Senatore generose prese di distanza dall’accademia e dalla filologia teatrale, innerva anche questo lavoro alternandosi alla poesia aerea dei gesti; è un connubio coraggioso questo, fino al rischio di fraintendimento, di depistaggio verso anelli (o aneliti) umani di non facile indagine.
Tanto si evoca in “Aringa Rossa” senza voler rappresentare davvero nulla. Si ammicca al caos passionario contro l’algida armonia, all’istinto primordiale, burlando i bisogni civilizzati. Ogni sbavatura è in seconda istanza la cura del “dettaglio fuori posto”, così gli inciampi degli attori, lo smarrimento di qualcuno a scena aperta, gli unisoni bislacchi, le urla animali del branco.

A luci spente, suona ancora il telefono; qualcuno risponde, qualcun altro presto riattacca. È di nuovo silenzio; il gruppo resta immerso nel buio, non riaffiora più, si richiude nell’abbraccio conclusivo.
(Michele Montanari)


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