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TEATRO

Antonio Rezza: in “7-14-21-28” dà disperatamente i numeri. Cronaca di uno spettacolo contato

  • 16 settembre 2014
  • 12:31

ANCONA – 7-14-21-28 e questo è lo spettacolo numero 9 del duo Rezza-Mastrella, insieme da 23 anni nella triplice scena cinema-teatro-tv. Lui ha 49 anni ed è ormai un noto attore perfomer, lei un’artista poliedrica di anni 54. Assieme hanno co-habitato in 10 spettacoli di cui questo, “7-14-21-28”, viene qui di seguito immodestamente recensito. È il mio primo biglietto per uno spettacolo di Rezza ed è stato un biglietto per l’inferno. La performance è andata quindi bene al di là delle mie aspettative e dei miei sedimentati antonio-rezzadisturbi.

Siamo dentro la Mole Vanvitelliana di Ancona, ospitati dal festival di poesia “La punta della lingua”, giunto con crescente seguito al suo 9° anno di vita. Ripetiamo un po’ di numeri fin da ora per non perderci: 7-14-21-28 (il titolo della performance); 23 (gli anni di collaborazione tra Rezza e Mastrella), 10, il numero di lavori assieme, 49 e 54, gli anni rispettivamente di Antonio e di Flavia, 44, gli anni miei. Entro così nella formula alfanumerica di questo lavoro che si codifica attraverso una numerologia spaziale, che disloca gli stivali rossi di Rezza in un numero incalcolabile di segmenti di palco. Seguirlo e supportarlo nel riordinare passo passo questi numeri (che a loro volta sono persone o accadimenti) diventa il gioco interattivo (a tratti pavloviano) proposto al pubblico. Che comunque risponde, precede gli eventi, ricorda lanciando numeri a sua volta dalla platea, riuscendo a ricomporre attraverso i balzelli felini dell’attore, un complesso albero genealogico partito (in parte partorito, 7, 14, 21 e 28 sono figli ad esempio) dal numero 52, la “puttanella” di turno da cui la gag si dipana.

A partire dal titolo, seguendo le diverse entrate e i quadri composti nell’habitat composto da Flavia Mastrella, tutto il lavoro è un mirabile inganno. Mi azzardo a dire un inganno per tutti, anche per gli stessi autori, che forse non cercavano lo sbilanciamento comico assunto da questo lavoro fin dagli esordi nel 2009.

Questa maratona da palco in ogni caso non significando e non volendo significare niente, riesce suo malgrado a divertire, nel senso del far divergere l’altro da sé; distrae lungamente (con gli applausi prolungati capiremo che idealmente lo spettacolo potrebbe non avere mai fine) da una sindrome di assopimento civico, o da una forma di anestesia o di acquiescenza sociale, scatenando in taluni del pubblico (ad esempio nel sottoscritto) una reazione nervosa e forse anche violenta nei confronti di uno stato di cose non più sopportabile, che forse la centrifugazione articolata dall’attore ha saputo innescare, anche grazie alla figura apparentemente accessoria ma simbolicamente indispensabile di Ivan Bellavista (composto e dovizioso secondo uomo e animale in scena) che raccoglie sulla sua stessa pelle (battuta da bottigliate di plastica, denudata e derisa) noi tutti, gli altri, il pubblico. Questa (mia) sfrenata ipotassi è un effetto derivato dalla ricognizione cerebrale dell’incessante affabulazione allucinata di Antonio Rezza. Mi scuso.

Pubblico ce n’è e parecchio. Un pubblico da battere, ribattere e rigovernare. In questo però Rezza è sempre stato onesto, a lui non interessa che il pubblico partecipi mentalmente ai suoi lavori, a lui interessa fare, forse nemmeno. Muoversi, dissipare.rezza-mastrella

Un a tratti geniale susseguirsi di movimenti e parole, versi bestiali, manicomiali, che portano l’attore a un tale livello di estraniazione e di visionarietà che in certi momenti pare egli stesso una pura visione, o per contro un credibile menomato mentale. Per oltre un’ora tanto di quanto subiamo diventa schizofrenia, necrosi verbale, guizzante disperazione, liberata bestemmia. A partire dalla prima scena di uno psicotico in altalena, quando Rezza strappa risate dal petto anche dei più riluttanti. Risate e applausi in scena per lui fin dai primi istanti quindi. Qui ci si potrebbe fermare a dire che dunque lo spettacolo è riuscito. Ma di spettacolo non si può parlare. Questa è una maratona numeropatica da palco che vuole principalmente restituire assurdità al mondo; è la dialettica irrefrenabile di Rezza, la consunzione degli spazi articolata con faccia e lingua dall’attore che ha saputo innescare un temporaneo processo di dissoluzione davanti a un pubblico da ricollocare in senso fisico al di là del senso.

Nel movimento a tratti parossistico, nell’abbruttimento verbale e posturale, nell’espertissima distorsione fonetica e nella mimica facciale di Rezza (una naturale maschera teatrale che si potrebbe accostare a quella nel cinema del grande Totò prima che a quella più tenera e condiscendente di Franco Franchi), grazie a tutto questo, si scatenano ogni istante forti risate liberatorie. Forse su queste risate (che in ultimo tributano sempre grandi numeri di presenze e numerosi applausi da parte del pubblico), su questo scandito effetto comico, rischia di giocarsi l’ontologia (quale poi?) degli autori, che di fatti infieriscono sul puro divertimento cercando da un lato di esasperarlo fino a renderlo intollerabile e deformante (anche i più composti tra il pubblico si scompisciano dalle risate), e dall’altro attraverso la reiterazione dell’uscita finale per un numero spropositato di volte, tali da surriscaldare i palmi della platea che non desiste e continua fino allo sfinimento a batterli.

Nel montaggio e rimontaggio di quanto (non) vuole raccontare questo matematico lavoro non mancano i riferimenti all’attualità, al sociale e anche al liturgico. Nella girandola rossa di scene e quadri, si toccano temi e aspetti della vita comune con un’apparente semplicità costretta nei tempi brevi delle sequenze a farsi necessariamente brutale. Credo che questo ampio ridere sia in fondo la disperazione vera che il lavoro riesce a estirpare da dentro lo stomaco della gente. La virulenza di alcune gag è magistralmente comica, per sua natura comica. Fa ridere la disgrazia (aggraziata comunque sempre) di Rezza che a colpi di tulle e di lycra si sposa, sposa altri reietti, si fa ministro della ricerca, si fa padre e operaio frustrato, cambiandosi la faccia decine di volte, facendosi anche solo narratore, speaker, giornalista, moderatore tra se stesso e il pubblico. Rezza è un’infaticabile macchina umana alimentata a rabbia e poesia. Incredibilmente ha ragione quando dice che può anche diventare bello, e ce lo dimostra in scena quando acconcia il cranio facendo della capigliatura materia scultorea. Che miracolo.

Una mattanza portata al limite del collasso anche questo lavoro che ruota attorno a una scena povera ideata da Flavia Mastrella nel suo ormai sacro regno di fantasmagoriche creature. Cito il bilanciere maracas con cui Rezza ritma una delle sue storie fino alle convulsioni. Tutto è ritmo, numeri, movimento, dall’altalena che dondola nel vuoto a una pedana basculante che batte sul fondo ossessivamente, dai saltelli precisi sul palco, alle corse sfrenate per rincorrere Bellavista-capriolo in fuga. Si consuma un rituale ipnotico rivolto all’alto dei cieli, al crepuscolo politico, al matrimonio plurimo, alle forze dell’ordine e del disordine, alla famiglia operaia e all’affabulazione della storia e dei suoi luoghi (comuni). Il tutto attraverso un corpo magro, scavato, eppure morbido, accogliente, capace di ricordare le icone cristologiche del cinema o della pittura sacra.

A un certo punto sei rimbambito e ti domandi cosa stia succedendo davanti a te. Sei stordito, divertito, e alla fine stremato. Su questo Rezza ha delle responsabilità dirette, perché (come già accennato) alla fine dei minuti concessi alle sue corde e alle sue corse, sfinisce anche il pubblico a colpi di ripetute uscite e ripetuti applausi. Come un gladiatore romano con la testa in pugno dell’avversario (se stesso), si ferma al centro del palco ed esalta la folla, poi a destra e poi a sinistra del palco, inneggiando al cielo col braccio levato, eccitando il pubblico, lo strema. Così Rezza aderisce coerentemente al suo paradigma movimento-spazio-corpo, includendo in coda a questo pezzo anche la fatica di un prolungato (esasperato nel caso di Ancona) battimani da parte del pubblico. Che anche loro si muovano, pare dirci.

Ma non è ancora appagato. Esce almeno cinque volte e poi ancora, salta fuori dal palco e corre giù solcando la platea come a volere ulteriormente lanciare la sfida a se stesso e a tutti noi. C’è un diavolo insonne dentro quest’uomo.

Alla fine se ne va per davvero. “Se non mi vedete presto di nuovo qua ad Ancona, voi sparate” pare che abbia detto sogghignando.
(Michele Montanari)


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