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SOPRANNOMEN OMEN
Un
soprannome è marchio e destino. La traccia di un carattere,
l’ombra
di un corpo. Spesso è un piccolo gioiello linguistico stretto fra
dialetto e
neologia. A volte nasce per caso e per caso si diffonde. Così, un
gesto,
un tic o una frase diventano un epiteto da portarsi dietro a vita. Si può
avere persino l’ambizione di raccontare un paese intero con i
soprannomi.
Da Sondrio a Ragusa, ecco un rosario di appellativi tagliati e cuciti
dalle
lingue lunghe italiane.
Quella che segue è una solo selezione – chiamatela pure trailer o best
of –
delle recensioni apparse su Storie. Per saperne di più, non vi resta
che
sfogliare gli arretrati della rivista.
Se volete collaborare a questa rubrica con idee, segnalazioni, o
vere
e proprie recensioni, inviate una mail a storie@tiscali.it.
Sarete istruiti a dovere.
Qui intanto leggerete di Parrapulitu
(Parla Pulito), Lutecio
Orribile Visu, Bruno De Carto’, Zompo, Carriola,
Domilacunin (Duemila Conigli),
Sfincia Sfatta, Scric,
Giuaninet Pistafùm, Te-Tte Casca, Blady,
I T’rant…
PARRAPULITU (PARLA PULITO)
Era il soprannome di un simpatico vecchietto, morto qualche anno fa,
noto in un paesino siciliano per i suoi moniti a chi osava pronunciare
una,
seppur piccolissima, imprecazione. “Parra pulitu!” era il rimprovero
rivolto
a chi, incautamente, esclamava anche solo un caspita!” in una
chiacchierata
fra amici. Parrapulitu, da molti anni in pensione, trascorreva così le
giornate
in giro per la piazza a riprendere con il suo caratteristico motto da
“purista
della parola” lavoratori, turisti, donne e bambini. “Minchia!” che
passatempo...
(Francesco Ramondetta)
LUTECIO ORRIBILE VISU
Di statura
normale, magro ed emaciato. Orecchie a sventola che si
aggrappano al capo come paraboliche a un ripetitore. Capelli lunghi,
radi e crespi, precariamente attaccati alla testa che lasciano
scoperta
con un vistoso oblò proprio sull’occipite. Incisivi da roditore si
fanno largo
fra le labbra sottili. Così, il buon Parìse. Questo è il suo
cognome,
complice insieme all’aspetto fisico dell’appellativo che si meritò.
Una sera, giocando a SPQRisiko, si decise di inventare dei nomi
assurdi
per ogni “generale” belligerante. Il suo fu un fulmine a ciel
sereno.
Parìse… sa di Parigi. In latino è Lutetia. Lui… è bruttino a
vedersi.
C’eravamo! Lutecio Orribile Visu. (Ettore Galli)
BRUNO DE CARTO’
Bruno era un
tipico personaggio di paese, una vera icona. Vagabondava
per le strade a qualsiasi ora, trascinandosi dietro il suo inconfondibile
carrello.
Lo usava per raccogliere il cartone che poi rivendeva. Era un tifoso
sfegatato
della Juve e manifestava incondizionatamente la sua fede bianconera
ululando fantasiosi coretti da stadio, telecronache reali o immaginarie
di
partite e intavolando dibattiti infervorati con tifosi nemici. La sua era
ormai
diventata una voce senza tempo, amalgamata ai suoni cittadini come lo
è
il rintocco delle campane. Finché non se ne andò alla casa di riposo e
non
si sentì più. Se non le rare volte che evadeva, sempre scortato da
carrello,
e Carto’. (Giulia Borioni)
ZOMPO
A Roma la
parola salto viene spesso sostitutita col termine zompo.
Carlo era un ragazzo che frequentava un istituto tecnico della
periferia
romana. Il soprannome Zompo gli venne dato in seguito a un episodio
tanto stupido quanto potenzialmente drammatico. Era un giovedì di
gennaio quando, durante un compito in classe di inglese che non
sapeva
fare, Carlo si alzò dal banco, andò verso la finestra, la aprì, salì
sul
cornicione e si buttò di sotto, volando per circa cinque metri. Un
salto,
anzi, uno zompo verso il cemento. Miracolosamente non andò
all’altro
mondo: si fece un mese di ospedale e due a casa di convalescenza.
Ma alla fine dell’anno Zompo fu promosso. (Giorgio
Di Gennaro)
CARRIOLA
Ospite di
una casa per anziani, Carriola è, tra tutti, il meno rassegnato
a invecchiare e si rende utile come può per sentirsi dire ancora
“grazie”.
Rifiutato dal figlio cardiologo e dalla nuora senza cuore, si occupa
di
differenziare i rifiuti (quelli veri) del posto in cui vive e, caricatili
su una
carriola di cui vanta la proprietà, li porta là dove qualcuno può
ancora
trarne qualcosa di buono. “Iu un sugnu ancora d’iittari”, dice, e
torna
a casa soddisfatto. E, impaziente che arrivi il giorno dopo, si
addormenta
in un angolo perché il tempo passi più in fretta. (Antonella
Fontana)
DOMILACUNIN (DUEMILA CONIGLI)
Simpatico
personaggio di provincia, era il classico sparaballe. Diceva
di aver liberato i conigli nell’orto dove coltivava cavoli. In poco
tempo
si sono riprodotti fino a raggiungere quota duemila! Forse
influenzati
anche dalla presenza dei cavoli? Lui non sapeva darsi una risposta.
Il soprannome ricorda quell’avvenimento, ossia duemila conigli.
Raccontava anche di avere una moto talmente potente che era dotata
di quaranta marce per andare avanti e altre quaranta per andare
indietro!
Abitava vicino a Celentano, da lui soprannominato così perché si
chiamava
Adriano. Era un simpatico ballista. (Stefania
Chiarioni)
SFINCIA SFATTA
Le
‘sfince’ sono dolci tipici siciliani preparati con una pastella a base
di riso
o patate, fritte e rotolate in abbondante zucchero semolato. La cottura
in
olio bollente le rende croccanti fuori e morbide dentro sulle prime, salvo
far
emergere una certa untuosità nelle ore successive con alte probabilità
che
risultino indigeste. Dicesi Sfincia sfatta una donna
cinquantacinquenne,
esperta in esternazioni affettuose, zuccherose e diabetogene. Passa
per
persona affabile, dunque sopportabile, i primi dieci secondi, ma, con il
passare
dei minuti, accumula un notevole livello di appiccicosità che provoca
acidità
di stomaco e senso di nausea a metà strada tra intossicazione e
intolleranza
alimentare. Quando è nei paraggi, io giro alla larga, più veloce di una
ventola
dentro la cappa della cucina: io odio l’odore di fritto. (Antonella Fontana)
SCRIC
Il mio nome
è Sasha ma tutti mi chiamano Scric. Da un nome evocante Zar
e steppe, palazzi e rivoluzioni, sono passato a un appellativo che pare il
verso
di un animale o al massimo ricorda il personaggio di un cartone animato.
Deprimente. La colpa, perché di delitto si tratta, è di un sms inviato
da mia zia
che ha scritto “Sasha” senza utilizzare il T9. Da allora, anziché
chiamarmi,
il parentado ha iniziato a squittire e pian piano, come una malattia
contagiosa,
il vizio si è diffuso. Così eccomi qua, anagraficamente storpiato e
intimamente
ferito dalla tecnologia. Il vostro (ahimé) Scric. (Laura
Granato)
GIUANINET PISTAFÙM
Giuaninet
Pistafùm: soprannome e sopracognome. Dal piemontese,
letteralmente: Giovanninetto Pestafumo. Per l’anagrafe era Renato.
‘Pistafùm’ derivava dal suo modo di camminare muovendo le gambe
in
altezza anziché in avanti. Come se, appunto, stesse pestando del
fumo.
‘Giuaninet’ venne dopo, a completamento, probabilmente per
esprimere
il dondolio della sua andatura. Lo vedevo spesso arrancare in
altezza
equilibrato da pesanti borse. Ondeggiava calpestando l’aria. Trovo
che
ci fosse della poesia in quei gesti e nei soprannomi che,
ovviamente,
ignorava. La vita di Giuaninet Pistafùm, invece, non è stata per
nulla
poetica. Se n’è andato, ancora giovane, qualche anno fa. Ora mi
piace
immaginarlo, finalmente sereno, pestare le nuvole. (Carlo Carlotto)
TE-TTE CASCA
Son passati
dieci anni, ma il soprannome resiste. La classe terza A era
in palestra, ragazzi e ragazze erano impegnati nel salto in alto. Era il
turno
di Chiara, una quarta rigogliosa fasciata in una T-shirt attillata, noi
maschietti contemplavamo la sua rincorsa rapiti dal dondolio. Non so come,
ma a
Fabrizio non sfuggì la scarpa slacciata di Chiara e tartagliò: “Narà
a finì che
te-tte casca!” “Andrà a finire che tu cadrai”, ma anche, dato il
balbettio del
“te” (tu): “Andrà a finire che le tette ti cadranno”. Son passati
dieci anni,
ma il profetico Te-tte casca resiste. (Enrico
Marini)
BLADY
BladyMary
era la Matematica. Quella che faceva male, che faceva piangere,
che non perdonava. Anagraficamente Maria, professionalmente
professoressa
di matematica, umanamente sanguinaria. Simply Blady per tutto il
liceo.
A teoremi come avemarìe e compiti in classe con filari senzafine di
equazioni
multincognita-multintegrale-multiradicale, si univa una “relativa”
ortodossia
nell’insegnamento. A suon di “scecco (‘asino’) patentato”, con
gli “occhi foderati
di prosciutto” e “t’abboccio a meno che una grazia”. Ma Blady era
anche
pericolorrosso per i gioiellieri. Sua seconda cattedrale. Adocchiava un
pezzo.
Lo voleva al suo prezzo. Guerriglia quotidiana ai gioiellieri fatta di
ammiccamenti
e sorrisi attraverso la finestrella al centro della sua dentiera
giallopaglia.
Simply Blady per tutta la città. (Ilaria La Commare)
I T’RANT
Una sera,
mentre passeggiava per il paese, un mio avo incontrò un tizio che
gli doveva dei soldi. Questi lo riconobbe e fuggì via. L’avo inferocito
lo inseguì
fino ad un pozzo, lo prese per la collottola e minacciò di buttarcelo
dentro
se non saldava il debito. Il tizio piangeva e implorava, ma l’altro non
voleva
sentire ragioni, e continuò ad urlare che l’avrebbe gettato nel
pozzo,
per affogarlo. Si radunò una piccola folla attorno a loro. Una donna,
vedendo
la scena esclamò: “Che cuore di tiranno!”, riferendosi all’uomo con
un collo
tra le mani. A quelle parole, si placò di colpo, quasi vergognandosi
della
propria cattiveria. Le mani lasciarono la presa, e il tizio,
spaventato,
sgusciò via. Da quella sera, la mia famiglia divenne quella dei T’rant
(‘tiranti’),
una storpiatura del corrispettivo dialettale di tiranni. Non so se quel
tizio
estinse mai il suo debito, ma questa, comunque, è un’altra
storia.
(Donatello Biancofiore)
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