PRODOTTI TIPICI


Qui leggerete di libri invisibili. Quelli che non sempre godono di una vera diffusione nazionale. Piccole grandi testimonianze della cultura di provincia, spesso volute e pubblicate da solerti Pro Loco che approfittando di una sagra, un convegno, una ricorrenza danno volentieri fuoco alle polveri tipografiche. Non troverete opere velleitarie di piccoli Proust perifericie nemmeno estenuanti sillogi dal fiato corto. Leggerete di tradizioni e attrazioni locali, di tipi curiosi a zonzo per le piazze, di storie e geografie di infiniti paesi ai margini delle guide turistiche.
Quel piccolo mondo antico che è da sempre il serbatoio di una cultura nazionale.

Quella che segue è solo una selezione – chiamatela pure trailer o best of – delle recensioni apparse su Storie. Per saperne di più, non vi resta che sfogliare gli arretrati della rivista.

Potete collaborare a questa rubrica con idee, segnalazioni, o vere e proprie recensioni, inviando una mail a storie@tiscali.it.
Sarete istruiti a dovere.

 

Qui intanto leggerete de I serpari a Cocullo, L’antica arte di 
lavorare la
paglia, Il villaggio svanito, C’era una volta un re,
Il barone di Montebello e la strage degli alberti di Pentidattilo,
A ciamar panevìn, Grida di mestieri
di Sicilia, Un ternano a 
Terni,
I racconti del mulino…



NINO CHIOCCHIO – I SERPARI A COCULLO
Ogni primo giovedì di maggio gli abitanti di Cocullo, piccolo centro 
abruzzese di quattrocento anime, scendono da vicoli e viuzze del paese 
e si avventurano nei boschi marsicani a catturare serpenti. I rettili vengono 
messi ai piedi della statua di San Domenico (patrono di Cocullo) e, durante 
la processione, strisciano lungo il simulacro, aggrovigliandosi sulla testa 
del santo. Un rito popolare che Nino Chiocchio illustra nel suo libro I serpari 
a Cocullo (II edizione a cura della Pro Loco di Cocullo 1992, € 18). 
Figura arcaica, quella del serparo, che se in epoca classica era avvolta 
da un’aura mistica, con l’avvento del Cristianesimo ha perso la sua veste 
religiosa, calandosi nella nuova dimensione sociale, non più primitiva, né
mitologica. Così, oggi il serparo è un ragazzo o un contadino qualsiasi, 
“che nella caccia ai serpi esprime con naturalezza l’agilità e la forza della 
gente dei campi”. Fino al 1984 gli animali, al termine della celebrazione, 
venivano uccisi e offerti in sacrificio al santo patrono. Ma l’anno successivo 
la Pro Loco esortò gli abitanti a evitare il massacro, perché vari fattori 
“hanno determinato una tale rarefazione della specie che non è difficile 
pensare a una loro prossima scomparsa, quindi alla decadenza della festa 
di San Domenico”. Tra mitologia (leggenda vuole che il primo serparo 
fosse stato Ercole), storia (la prima dea “serpara” è stata la preromana 
Angizia) e miracoli tramandati nei secoli (quelli di S. Domenico), Chiocchio 
ci svela i segreti di una tradizione ancestrale che Cocullo, nonostante 
il vicino svincolo autostradale, la rete ferroviaria e le folle “invadenti” 
di curiosi, custodisce gelosamente negli anfratti dei suoi boschi, 
dei suoi rovi spinosi, dei suoi tratturi sbrecciati. (Marco Traversari)
Contatti
Pro Loco Cocullo - Tel.: 0864.490004


RINUCCIA NAPOLETANI – L’ANTICA ARTE DI LAVORARE LA PAGLIA
Autrice de L’antica arte di lavorare la paglia (Ricci Vittorio Editore) 
è Rinuccia Napoletani, ex insegnante di scuola media inferiore. Da anni, 
con sacrifico e tenacia non comune, ha cercato e cerca ancora di mantenere 
vivo il ricordo di un’antica attività che le donne del paese (Acquaviva Picena, 
in provincia di Ascoli Piceno) svolgevano per arrotondare i magri introiti 
familiari spesso derivanti, fino a non troppi anni fa, dal lavoro del 
capofamiglia, operaio o contadino. Trattasi della lavorazione della paglia, 
lo stelo che sostiene la spiga di grano, dalla quale si ricavavano oggetti 
utili alla vita quotidiana: contenitori di vario tipo, basi (simili agli odierni 
sottopentole o sottobicchieri), cesti dalla base fatta di piccole canne, 
utilizzati per raffinare la farina o come culla per i neonati e così via. Per la lavorazione della paglia occorrevano una tecnica e una attrezzatura particolari, 
oggi possedute solo da poche donne del posto. Il volume descrive, attraverso 
una accurata documentazione e una narrazione intensa, le diverse fasi
indispensabili per arrivare all’oggetto, partendo dalla raccolta della paglia,
continuando con il suo trattamento, fino al manufatto. Il testo è ravvivato 
da foto e da un piccolo e divertente vocabolario di termini dialettali che 
si stanno perdendo, di pari passo con il perdersi di quella antica tradizione. 
(Alvaro Gasparrini)
Contatti
Ricci Vittorio Editore, Via Roma 38 – Acquaviva Picena (Ascoli Piceno)
vittri1@libero.it  
Circolo culturale “6 luglio 1799”, Via Boreale 74 – Acquaviva Picena (Ascoli Piceno)
acquaviva1799@virgilio.it  


GIUSEPPE GUIDO – IL VILLAGGIO SVANITO
Dagli schizzi di un modesto block notes in mostra durante 
un’esposizione, spuntano, uno dopo l’altro, i ritratti di un gruppo 
antico e perduto: un insieme di uomini e un paio di donne che 
animavano le chiacchiere al bar e i commenti per le strade della 
San Giovanni in Fiore degli anni sessanta. L’autore è Giuseppe Guido 
e il suo quaderno è un vero e proprio ricettacolo di memorie locali. 
Giuseppe Atteritano, editore del periodico Il Cittadino, decide allora 
di curarne la pubblicazione e il risultato è questo volumetto agile, 
denso di umori, sentimenti e sofferenze che “hanno dominato la vita 
di una generazione straordinariamente umana, unica e irripetibile”. Il tutto 
ha il sapore di una rapida occhiata gettata verso angoli di vita bizzarra 
e srotolata completamente alla luce del sole, in cui difetti, passato 
e drammi di ognuno sono sulla bocca di tutti e la persona è il suo 
soprannome. Da una parte il testo e dall’altra il ritratto, efficaci 
e veloci cenni. Conosciamo allora “Ghinghillu”, orafo elegante 
ed effeminato, il generoso “Tardaniellu”, la selvaggia e animosa 
“Maria ‘a rizza” e infine l’esperienza extra paesana di Paolo Cinanni, 
allievo e amico di Cesare Pavese, orgoglio culturale del luogo. 
Il villaggio svanito (Pubblisfera 1994) si rivela quindi un modo 
spassionato e divertente per accedere, attraverso le tante piccole 
macchiette che riguardano i sangiovannesi, a un vivace universo 
sociale e popolare lontano ma pienamente depositato nella memoria 
cittadina. (Virginia Monteforte)
Contatti
Pubblisfera, San Giovanni in Fiore (Cosenza)
Tel. 0984.993932 – info@pubblisfera.it 



ROBERTO MELCHIORRE – C’ERA UNA VOLTA UN RE
La storia d’Abruzzo che Roberto Melchiorre racconta “ai più piccoli” 
in C’era una volta un re (D’Incecco Editore 2005, € 13,40) inizia nel 
VI secolo a.C., quando, alla morte del guerriero Nevio Pompuledeio, 
i sudditi decisero di onorarlo scolpendo una grande statua di pietra. 
Nel 1934, vicino Capestrano (L’Aquila), un contadino, zappando nella 
sua vigna, trovò “lu mammocce”, che finì nel Museo Archeologico nazionale 
di Chieti col nome di “guerriero di Capestrano”, simbolo dell’Abruzzo antico 
e dei trascorsi della regione. È questa la storia che Melchiorre narra con 
parole e immagini, in un percorso che va dall’antichità al tramonto 
del Novecento, precisando, sullo sfondo delle vicende nazionali, i diversi 
aspetti locali: gli eventi, l’economia, la cultura, il paesaggio, i personaggi 
che salgono in primo piano, in una narrazione precisa e piacevole, a tratti divertente. Lo svolgimento è accompagnato da un ricco apparato testuale 
(note lessicali, bibliografie e siti internet di interesse storico locale) 
e iconografico: cartine geografiche, fotografie, vecchi manifesti pubblicitari, 
fumetti esplicativi. Il racconto della storia della regione, iniziato con 
la statua italica, si chiude con Corradino D’Ascanio, “l’abruzzese 
volante” che brevettò nel 1925 il primo elicottero e nel dopoguerra 
la Vespa Piaggio. (Roberta Andres)
Contatti
D’Incecco Editore, Via Tronto 30 – Pescara


ALESSANDRO CAVALLARO – IL BARONE DI MONTEBELLO 
E LA STRAGE DEGLI ALBERTI DI PENTIDATTILO
Ammettetelo: dal titolo, “Il barone di Montebello e la strage degli 
Alberti di Pentidattilo” (Laruffa Editore 2002, €€12), direste di trovarvi 
di fronte a una favola. Si tratta dei fratelli Grimm? Di Tolkien? Dan Brown? 
Quasi: nel suo libro Alessandro Cavallaro riprende una leggenda della 
provincia di Reggio: siamo nella Calabria spagnola del XVII secolo e 
Bernardino Abenavoli, barone di Montebello, s’innamora di Antonia Alberti, 
figlia del marchese signore del feudo di Pentidattilo, il classico amore 
contrastato. Nella notte di Pasqua del 1686 il barone fa irruzione nel 
castello degli Alberti e, aiutato da alcuni mercenari, rapisce Antonia. 
I mercenari però esagerano e colgono l’occasione per trucidare gli Alberti 
(odiati da tutta Pentidattilo). Il barone fa in tempo a sposare Antonia ma, 
ricercato dalle autorità spagnole per la strage, è costretto a lasciare sua 
moglie e fuggire a Malta. Arruolatosi nei Cavalieri, entra poi nell’esercito 
asburgico. Incontrato per caso un suo concittadino, il barone viene deferito 
alla Suprema Corte Militare, ma l’Imperatore d’Austria lo reintegra nell’esercito. 
La conclusione la lasciamo scoprire agli attenti lettori. La storia permette 
all’autore di analizzare le radici del “familismo amorale” del Mezzogiorno, 
tra clero, feudatari, brigantaggio, carestie e invasioni di cavallette. 
Uno scorcio storico suggestivo quanto affascinante. Alla fine resta il 
dubbio: la storia del barone è vera? “Certo che sì”, dice mia nonna. 
(Andrea D’Amico)

Contatti
Laruffa Editore, Via dei Tre Mulini 14 – Reggio Calabria
Tel.&Fax 0965.814948/814954.
www.laruffaeditore.comlaruffa@tin.it  


ENRICO DALL’ANESE – A CIAMAR PANEVÌN
Il “Panevìn” era la principale tradizione del mondo agricolo e viene 
attentamente descritta in A ciamar Panevìn (Consorzio Pro Loco 
Quartier del Piave 2006, € 10). Un rito denso di significati che ora 
si sta recuperando nella zona a cavallo tra il Veneto orientale 
e il Friuli occidentale. L’usanza di accendere grandi falò si ritrova 
in buona parte d’Europa, si svolge in periodi dell’anno diversi e ha 
origini antiche. Nella provincia di Treviso ha luogo in pubblico il 5 gennaio,
anticamente data del solstizio invernale e giorno in cui si festeggiava 
il “nuovo” sole. In seguito assunse un significato cristiano: serviva a indicare 
la via di Betlemme ai tre re Magi. Mentre il fuoco bruciava e i rovi 
scoppiettavano, i “veci” osservavano le “fuische” per trarre gli auspici 
per l’annata: se il fumo sciamava verso occidente il raccolto sarebbe 
stato abbondante, viceversa se tendeva verso oriente. La comunità 
riunita in cerchio attorno al falò intonava canti, beveva vin brulè e 
consumava “pinzha”, un dolce povero fatto di farina di granoturco, 
fichi secchi, uva passa e semi di finocchio. Il tutto culminava con 
il “brusar la vecia”, un fantoccio conficcato sul palo di sostegno 
che simboleggiava l’anno vecchio. Una sorta di capro espiatorio; 
bruciarla significava iniziare una nuova vita, purificati da tutto ciò 
che era visto come un male. (Nicola Dal Bianco)
Contatti
Consorzio Pro Loco Quartier del Piave, Piazza Vittorio Emanuele II 9 – 31053 
Pieve di Soligo (Treviso)
Tel. 0438.980699 – Fax 0438.985718


LILLO ALESSANDRO – GRIDA DI MESTIERI DI SICILIA
Se Pitrè e Favara (studiosi siciliani di tradizioni popolari) hanno 
esaminato soprattutto le grida di mestieri delle province di Trapani 
e Palermo, Lillo Alessandro (il suo vero cognome è Letterio) indaga 
nel messinese, regalandoci il volume tascabile Grida di mestieri di 
Sicilia (Edikronos 1982). Penetrando in “osterie, mercati e bettole” 
aldilà dello stretto, l’autore e i suoi collaboratori intervistano i “bbanniiaturi”, 
gli urlatori che vendono la loro merce (frutta, verdura, pesce…) tra bancarelle 
e vecchie bilance, registrando i loro strilli. Ed ecco che per poter registrare 
“a volte ci siamo dovuti ubriacare assieme ad alcuni informatori”, mentre 
per avere notizie più approfondite “alcuni volevano essere pagati, altri non 
ci davano retta, in quanto non volevano ricordare il mestiere poco dignitoso 
che facevano da giovani”. Lillo dimostra come dietro ogni “bbanniiatina” ci 
sia una sorta di slogan pubblicitario e una precisa musicalità (nell’appendice 
sono riportati anche alcuni documenti musicali relativi alle “bbanniiate”). 
Ad esempio, nelle grida del venditore di patate: “Li scinnia l’ova cotti! 
Ma chi su janchi, ‘nto latti da balia ti bagnai sti belli patati novi caddi” 
(“Le ho scese le uova cotte! Ma che sono bianche, nel latte della balia 
le ho bagnate queste belle patate nuove e calde”). In questo caso colpisce 
il paragone fra il candore e il gusto delle patate con il latte materno, 
alimento fondamentale per la nostra crescita bio-psicologica. 
Leggendo queste pagine, ci sembra quasi di ascoltarlo quel miscuglio 
di voci del “pescivendolo di Roccalumera”, del venditore di lupini, 
del carbonaio… (M. Tr.)
Contatti
L’edizione pubblicata dalla Edikronos probabilmente non si trova più (fatta eccezione per sporadiche copie rimaste in Sicilia), ma è possibile acquistare la nuova pubblicazione della casa editrice Siciliano su www.ibs.it


FRANCESCO LEOMBRUNI – UN TERNANO A TERNI…
E nel resto del mondo
Quando uno è ternano lo riconosci già dalla scuola elementare, quando 
impara a scrivere ma nella lettura confonde le “s” con le “z” e le “t” con 
le “d”. Poi da adulto basta guardare i luoghi della sua villeggiatura estiva: 
per fuggire l’afa e l’umidità del paese può andare solo in tre posti, ossia 
il laghetto del Parco Chico Mendes (“lu mare de Terni”), il Monte Torre 
Maggiore (“Santu Rasimu”) e i Prati di Stroncone (“Le prata de Strongone”). 
Ma se proprio non vuoi sbagliarti, sappi che il ternano doc non può fare 
a meno di conoscere la frase delle tre p, “pallone, picchia e pampepato”. 
Prendendo una p per volta, “pallone” indica che il cittadino ogni domenica 
dal 1925, anno di fondazione della Ternana, “si reca fiducioso allo stadio”: 
qui, “sedendo sulle gradinate, è possibile cogliere dibattiti tecnico-tattici 
raramente ascoltati tra le mura di Coverciano”. La triade prosegue con 
“picchia”, riferimento alla peculiarità anatomica di “tutte le appartenenti 
al gentil sesso”: vocabolo a detta di Leombruni fondamentale per cogliere 
la mentalità maschilista dei suoi compaesani. Infine, p come “pampepato”: 
parola che indica non solo un tipico dolce natalizio, ma anche tutta l’intera tradizione culinaria del paese, “tutto ciò che di commestibile, amato alla 
stessa stregua del pallone o della picchia, viene a trovarsi a portata delle 
fauci di un qualsiasi ternano”. Un ternano a Terni… (Edizioni Thyrus 2004) 
risulterà dunque una divertente guida alla ternanità, alla scoperta di una 
piccola città che pochi conoscono ma in cui “chi ha un minimo di iniziativa 
e fantasia riesce anche a lavorare e divertirsi”. (L.L.)
Contatti
Fax 0744.389497 – 0744.388700
info2@edizionithyrus.it 


ALVARO COLI – I RACCONTI DEL MULINO
Al pari della ruota di un mulino, la raccolta di racconti di Alvaro Coli 
propone una giostra turbinante e variegata di ritratti e affreschi della 
vita contadina montefeltresca a cavallo fra Otto e Novecento. Al lettore 
viene presentata una carrellata di personaggi antichi, dai tratti poco 
bucolici e talora piuttosto sanguigni, che rievocano certi protagonisti 
dei romanzi di Verga: si va dal bestemmiatore al pretino di campagna, 
dai briganti gentiluomini agli scommettitori della morra, dalle inguaribili 
pettegole di paese ai giovani emigranti in cerca di lavoro. Uno spaccato 
assai fedele di un’Italia ancora frammentata e giovane. Le vicende, 
che abbracciano un lasso di tempo che corre dal tramonto dello 
Stato Pontificio sino agli albori della Repubblica, vengono trasposte 
con una scrittura che tradisce un amore talora eccessivo per il dettaglio, 
per la puntualizzazione, per la chiosa del narratore, per la parafrasi 
di certi adagi popolari, o per l’esplicitazione di brevi passaggi in vernacolo 
urbinate. Ciò fa sì che il testo resti perennemente in bilico tra la narrazione 
pura e il saggio di costume. Il risultato finale permette comunque di 
assaporare un piatto ricco di vividi sapori campestri, conditi talora con 
il gusto amaro di certe storie più grevi. A chi si avvicinerà alla lettura 
dei Racconti del Mulino (Sapere Aude Edizioni) giungerà gradito 
il ricco corredo iconografico del testo che, grazie al permesso del Museo 
di Storia dell’Agricoltura e Artigianato di Urbania, mostra gli equipaggiamenti 
e gli utensili contadini di un tempo. (Michele Serafini)
Contatti
Editrice Sapere Aude, Loc. Pallino – Urbino
Tel. 0722.320103



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