LITERABILIA


Le parole ovunque tranne che nei libri. Come dire, la letteratura non scritta. Ma vista e sentita su dischi, video, dvd, compact disc che raccontano la scrittura e i suoi protagonisti attraverso reading, documentari e drammatizzazioni. Documenti rari per una biblioteca alternativa.

Quella che segue è una solo selezione – chiamatela pure trailer o best of – delle recensioni apparse su Storie. Per saperne di più, non vi resta che sfogliare gli arretrati della rivista.

Se volete collaborare a questa rubrica con idee, segnalazioni, o vere e proprie recensioni, inviate una mail a storie@tiscali.it.

Sarete istruiti a dovere.

Qui intanto leggerete di: William Faulkner, Chuck Palahniuk,
Steven J. Bernstein,
Jackie Leven & Ian Rankin,
Eduardo De Filippo, The Fiery Furnaces, Michel Audiard,
Julio Cortázar, Remo Remotti, Boris Vian, Robert Crumb,

Fernando Pessoa, Pablo Picasso, Umberto Eco,
Osvaldo Soriano, Bruce Chatwin, Peter Blegrad & Andy
Partridge, Arundhati Roy, Edgar Allan Poe, Jean Cocteau,
Prévert, Céline, Colette, Jim Carroll, Bob Dylan, Angela
Davis, Borges & Piazzolla, Stephen King, Robert
Burns, Tennessee Williams, Hubert Selby, Herman Hesse, Robert
Frost, Vladimir Nabokov, Ernest Hemingway, Maya Angelou,
Georges Perec & Robert Bober, Toni Morrison,
Michel
Houellebecq,
Charles Bukowski, William Burroughs,
Mumia Abu-Jamal,
Gabriel García Márquez, Jorge Amado,
Martyn Mystère & Borges



WILLIAM FAULKNER – UN SIÈCLE D’ÉCRIVAINS
Un siècle d’écrivains (vhs, France Télévision 1995) è una collana della televisione francese e raccoglie i ritratti di duecentosessanta scrittori che hanno segnato la letteratura del ventesimo secolo. La videocassetta in questione, curata da Marc Jampolsky e Michel Abescat, racconta, attraverso un nostalgico bianco e nero, la vita di William Faulkner. Tutto qua? Una semplice biografia? Una semplice biografia. D’altronde, in quarantacinque minuti è difficile approfondire la complessità di un autore come Faulkner. Insomma, il documentario potrebbe compiacere chi vuole iniziare ad avvicinarsi allo scrittore americano, ma gli appassionati resterebbero sicuramente delusi. Didascalica e ripetitiva, la baritonale voce fuori campo insiste, per l’intera durata del nastro, sull’anima frammentata, sui tormenti interiori che angosciano il celebre artista. E a poco servono le pur suggestive immagini di commento, che immortalano ora le sconfinate praterie del sud degli Stati Uniti, ora il canto di una donna nera intenta a pulire il bancone di un bar nella New Orleans degli anni venti (quella vissuta da Faulkner). Sono riprese d’archivio che se arricchiscono la pellicola con un tocco di romanticismo, lasciano solo intravedere i luoghi e i personaggi “faulkneriani” che hanno modellato la scrittura di una penna scomoda, sempre pronta a difendere l’uguaglianza tra bianchi e neri e proprio per questo apprezzata più in Europa che negli States dell’epoca. Ma dello scrittore, in questo documentario, neanche un’immagine. Si scorge quasi furtivamente mentre riceve il Nobel nel 1950. Jampolsky e Abescat ci devono una spiegazione. (Marco Traversari)


POSTCARDS FROM THE FUTURE – THE CHUCK PALAHNIUK DOCUMENTARY
Nel 1996 un camionista di Portland, Oregon, scrive “Fight Club”, uno dei romanzi più provocatori e profetici del decennio. Capelli lunghi, fisico da culturista, abbigliamento grunge, improvvisamente intorno a Chuck Palahniuk si crea un caso mediatico (per non dire messianico) che scuote le fondamenta della letteratura statunitense. Postcards from the future (doppio dvd, Kinky Mule Films 2003) riassume i momenti più significativi dei seminari tenuti dallo scrittore nei più importanti atenei d’oltreoceano. Una folla policroma e multietnica gremisce le disinfettatissime aule. Sono gli inconsapevoli rappresentanti della Generazione X, giovani soffocati dall’iperinformazione, dal consumismo, dall’orrore disperato di contrarre malattie infettive. La potenza di opere come “Survivor”, “Invisible Monsters”, “Lullaby”, sta proprio nella loro capacità di demolire le illusioni che lo Zio Tom ha eretto attorno ai suoi addormentati figli. “Postcards from the future” è un documentario che diviene trattato sociologico, lontano anni luce dai patinati telefilm che dipingono gli adolescenti americani a immagine e somiglianza del tanto propagandato “self-made man”. Si tratta invece di un gregge insoddisfatto, disilluso, frustrato, che solo attraverso il terrorismo sociale (per dirla alla Tyler Durden: “La prima regola del Fight Club è che non si parla del Fight Club”) può intraprendere quella rivoluzione anarchica che l’autore auspica nei suoi romanzi. (Daniele Titta)

 

STEVEN JESSE BERNSTEIN – PRISON
C’era chi lo chiamava il padrino del grunge, chi come Kurt Cobain o i Soundgarden lo citava come un oracolo maledetto eppure esemplare. Ma a Bernstein, figura laterale e ancora inesplorata della poesia americana, evidentemente non è bastato. Nel 1991 si è suicidato con puntiglio, tagliandosi la gola. Ha lasciato sillogi lucenti e un libro di prose dal titolo incontestabile e a suo modo universale – “I Am Secretly an Important Man”. Prison (Sub Pop 1992), invece, è una corrosiva e disperata raccolta di spoken word, imbastita da Steve Fisk e pubblicata postuma con l’unico scopo di illustrare il fervido mal di vivere di Bernstein. Scandite da chitarre distorte e balenii jazz, le composizioni sommano al taglio sperimentale una caterva di parole disturbanti, ipnotiche, degne del beat più desolato. Tali da far esclamare a Burroughs: “Bernstein è uno scrittore”. Appunto, da leggere e da ascoltare per capire che i sotterranei americani conservano ancora piccoli vati dimenticati. (Mario Gastaldi)


JACKIE LEVEN & IAN RANKIN – JACKIE LEVEN SAID  
Di Leven ci siamo già volentieri occupati in questa rubrica. Cantautore defilato ma assai rispettato, si è temprato con i sudori del rock alla fine degli anni settanta con il suo gruppo, Doll by Doll, responsabile di album ebbri di blues. Poi una lunga, tortuosa, apprezzata carriera solista. Jackie Leven Said (Cooking vinyl 2004) è la registrazione di un recital tenuto alla Queen’s Hall di Edimburgo nell’estate 2004. A far compagnia a Leven c’è un celebrato autore di crime novels come Ian Rankin. Conterranei, i due raccontano un’ennesima storia noir pensata dallo scrittore in omaggio all’amico musicista. L’esperimento è a tratti solenne, emerge a tinte forti una Scozia lugubre e pericolosa oltre alla pertinenza evocativa di Rankin e al vocalismo baritonale di Leven. Ecco un’alternativa laica all’emergenza molto pop degli audio libri. (M.G.)


AA.VV. – EDUARDO DE FILIPPO, PENZIERE MEJE

Prima uno spettacolo, poi un cd (rti 1996-97). Comunque, un omaggio a Eduardo: uomo, poeta, padre. Un pensiero del figlio Luca aggiunge all’opera un sottotitolo, “parole di Eduardo in forma di concerto”, per significare come le parole e i versi del grande drammaturgo siano diventati “momento di ispirazione” per quanti hanno collaborato al progetto: Angela Pagano, Marco Castiglia, Lalla Esposito, Lello Giulivo, Maurizio De Franchi e Antonio Sinagra, autore delle musiche che danno un tono mai troppo enfatico o folkloristico al progetto. Lo scopo di Penziere meje è quello di far conoscere composizioni poco note di Eduardo eppure assai preziose per coglierne a dovere la statura antropologica. L’antologia contiene brani rappresentativi della varietà produttiva di De Filippo: dal ritaglio comico di respiro etnico (“‘o paese ‘e Pulicenella”) a più drammatiche confidenze (“ca si fosse…”), fino a intonate parabole di una quotidianità in bilico fra plebe e borghesia (“cravatte, Signò!?...”) e più tradizionali liriche amorose (“‘e notte”). Ma è ne “‘o mare”, recitata dal figlio Luca, che la poetica eduardiana risolve nei toni più toccanti la propria universalità. Qui il ritmo, a tratti frenetico, a tratti più rilassato, sembra ricalcare il cangiante flusso marino, nel suo metaforico alternarsi di calma e tempesta: “Oggi il mare fa paura? No, oggi il mare sta facendo il mare”. (Alba Carella)


THE FIERY FURNACES – REHEARSING MY CHOIR  
Il terzo album dei Fiery Furnaces, duo indie-pop formato dai fratelli Eleanor e Matthew Friedberger, vede la partecipazione di Olga Sarantos. Chi sarebbe costei? È la direttrice del coro al quale si riferisce il titolo del cd, Rehearsing My Choir (Rough Trade 2005), e nientedimeno che la nonna ottantatreenne dei due musicisti di Chicago. È attraverso i suoi ricordi che prende vita questo concept album davvero sui generis, lodato (e a volte stroncato, però sempre con impeto) dai critici. Olga raduna ricordi per Matthew che li trasforma in parola scritta, Olga canta e la voce di Eleanor le fa da contrappunto in un memoriale strambissimo che accosta e intreccia due generazioni e due esperienze musicali lontanissime fra di loro. L’ascoltatore viene risucchiato in un lungo racconto unico che dura per undici canzoni, guidato dalla voce roca della Sarantos. Un progetto che mescola avanguardia e tradizione, che lascia con il brivido dell’innovazione. E con qualche diottria in meno per il corpo millimetrico dei testi nel booklet. (B. Pe.)



AA.VV. – STRANDED IN THE USA. EARLY SONGS OF EMIGRATION
Comincia tutto con l’ossessione di un fanatico del folk. A Rockford, Illinois, l’archivista Christoph Wagner si ritrova sommerso di 78 giri, registrati tra il 1922 e il 1959, che raccontano in un miscuglio di lingue l’esperienza dei primi immigrati nel nuovo continente tra il 1800 e la prima guerra mondiale. Ne fa una selezione e nasce Stranded in the Usa: Early Songs of Emigration (cd, Trikont 2004), l’esplorazione in musica di quella che Hannah Arendt ha definito “la più grande e audace avventura degli europei in epoca moderna”, il racconto in ventisei canzoni di una terra promessa, sognata e raggiunta, amata e odiata. Ci sono giovani finlandesi che costruiscono ferrovie, vecchi greci che fanno fortuna e ritornano in patria a prendere le fidanzate, barbieri italiani, operai messicani, coltivatori irlandesi, reietti e perseguitati per motivi religiosi, nuovi poveri e nuovi ricchi, e ancora tedeschi, portoricani ed ebrei i cui occhi scrutano il nuovo mondo in ogni sua sfumatura, che ridono per le promesse di una vita ricca e avventurosa e piangono per la nostalgia di casa, l’isolamento e la discriminazione. E soprattutto una miriade di ritmi e suoni che s’incrociano e sovrappongono, un melting pot di blues, polka, fado, operetta, walzer, ritmi caraibici, vocalizzi yodel, le radici di quella tradizione folclorica americana alla cui conoscenza e preservazione Alan Lomax dedicherà la sua vita. (D. Li.)  


MICHEL AUDIARD – LE DVD
Ritardatario, inaffidabile, superbo. Un grande talento per alcuni, un “populiste vulgaire” per altri. “L’enfant terribile du XIVème” era uno che scriveva i suoi dialoghi all’ultimo minuto, nei bistrot, nei taxi, per strada. “J’écoute”, diceva. Come fosse stato quello il segreto. Michael Audiard, le dvd (Gaumont 2002) è un documentario di François-Régis Jeanne e Stéphane Roux che rende omaggio al più celebre dei dialoghisti del cinema francese. È strutturato in tre sezioni: il film che include immagini di repertorio, spezzoni di pellicole, backstage e interviste esclusive a nomi noti del cinema francese – tra gli altri Philippe De Broca, Annie Girardot, Jean Gabin – e allo stesso Audiard; la sezione “Les pepites d’Audiard”, con il cortometraggio inedito “Pour vous mesdames”, alcuni estratti da “Un taxi pour Tobrouk” del 1961 e “Elle boit pas, elle fume pas, elle drague pas, mais… elle cause” del 1966, diretto dallo stesso Audiard; il dvd si conclude con “Tardi à l’oeuvre”, che ha invece come interprete unica la mano inconfondibile del grande illustratore Jacques Tardi che uno alla volta traccia i volti degli attori più vicini ad Audiard – Gabin, Blier, Belmondo, ecc. – per poi riunirli in un ensemble in bianco e nero al centro del quale, da ultimo, campeggerà Audiard – rigorosamente a colori. Centosessanta minuti d’analisi, cronaca e storia, di una personalità e di una scrittura figlie della strada, dello slang urbano, ma anche della letteratura, della storia, dell’amore per la parola. Una parola al cinema destinata. Ancora meglio: all’attore. Al suo palato e alle decine di personaggi che Audiard ha contribuito a creare. Consigliato a chi pensa al cinema come all’incontro-scontro di parole e immagini. A chi pensa che il cinema lo si ascolti anche, così come un tempo lo si leggeva. (Maria Luigia Stefanucci)


JULIO CORTÁZAR, ALBERTO CEDRÓN – LA RAIZ DEL OMBÚ
Nel 1980 Alberto Cedrón chiese aiuto a Julio Cortázar per fare ordine fra i suoi disegni e le sue tavole, e mettere insieme un racconto a fumetti che avesse un senso compiuto. Cedrón non era certo un neofita dell’arte dei fumetti: ma, disegnatore e artista visuale di esperienza, pensò che il caotico materiale raccolto per La raiz del ombú (‘La radice dell’ombù’, Fundación internacional argentina 2004) avesse bisogno di un controllo rigoroso. Tentò, scettico, con una telefonata. “Portami le tavole, e io ci scrivo i testi”, fu la risposta di Cortázar. Entrambi esiliati in Europa (Cortázar a Parigi, Cedrón a Roma) lavorarono insieme per
raccontare di un’Argentina tragica e tradita e di un periodo storico (il peronismo) come allegoria della dittatura che verrà dopo, negli anni Settanta. L’albero del titolo, l’ombú, è l’ingresso a un mondo sotterraneo, immaginario e terrificante dal quale i bambini fuggono spaventati. Ma sono gli stessi bambini che finiranno, poco più adulti, in sotterranei altrettanto tragici, ma stavolta reali: i centri di detenzione e tortura del regime argentino. La mano di Cortázar è nella tessitura degli avvenimenti, nelle chiacchiere davanti al fuoco di Alberto, il protagonista e voce narrante; questo suo raccontare sorregge nella trama i ricordi autobiografici di Cedrón, che hanno ispirato i personaggi. Ricordi che si fanno storia, diventano metafora di una realtà nefasta; ma per fortuna “La raiz del ombú” ci regala anche un segnale di ribellione, speranza e vita. Un bellissimo documento, finalmente pubblicato, dopo più di vent’anni.
(Laura Petruccioli)



REMO REMOTTI – CANOTTIERE
Remo Remotti non è un cantautore, nel suo Canottiere (cd, ConcertOne 2005) parla sgraziatamente dentro a un microfono su una base musicale. E, quindi, questo disco che raccoglie le sue più o meno canzoni, si può assimilare al filone di Lando Fiorini, e meglio, del Franco Califano de “La seconda volta” (un irresistibile monologo contro la seconda prestazione sessuale giornaliera, “la prima è pe’ diritto coniugale…”); in genere assomiglia ai cantori della Roma borgatara. Gli perdoniamo anche l’eclettismo diciamo grammaticale dei testi più seri, e gli perdoniamo il difetto quando ci regala chicche come “Mia” (un inno al litigio amoroso) o “Professionismo e Non” (in cui spiega, mostrando il suo vero genio, come siamo legati l’un l’altro attraverso un ironico intreccio di mestieri e hobby). Remotti è già pronto per passare nella mitologia artistica della Capitale: anti, dissacratorio, ferito, nostalgico dei carretti tirati dai muli, delle bionde sponde teverine, di qualcosa di finito. E lui se ne rammarica e del suo lamento resta un diverso esito: un bel quadro (non a caso è e si dichiara pittore e scultore). Un disco da appendere. O che si venderebbe bene insieme alle riproduzioni del Colosseo e alle cartoline del Cupolone. (Valerio De Filippis)  


BORIS VIAN – LE DESERTEUR…
Forse solo l’opera registrata può rendere lo spessore di uno dei più versatili e sfuggenti artisti del Novecento europeo. La carta scritta non darebbe conto della voce. Boris Vian è uno chansonnier e non è uno chansonnier; è uno scrittore e non è uno scrittore. Semplicemente è almeno l’uno e l’altro e questo cd (Mercury Records 1997), versione masterizzata dall’originale del 1956 in cui sono contenuti alcuni dei suoi pezzi storici, fa confluire entrambi i talenti di Vian. Andrebbe molto di moda oggi, se fosse vivo, tra le masse disomogenee del pacifismo, che avrebbero il loro formidabile cantore. Esattamente cinquant’anni sono passati da quando Vian scrisse Le déserteur (qui inciso), pezzo sacro antimilitarista, trascinato in Italia dall’ottima versione di Ivano Fossati: “…io non sono qui/ Egregio Presidente/ per ammazzar la gente/ più o meno come me./ Io non ce l’ho con Lei/ sia detto per inciso/ ma sento che ho deciso/ e che diserterò”. Altri si sarebbero rivolti ad “anonimi” Presidenti (99 Posse in testa), scaricando il livore di una classe offesa dall’arroganza del potere scriteriato; Vian lo ha fatto mezzo secolo fa, con levità e concisione da antologia. Soffriva di cuore, e inventò – pare – il primo pace-maker (era ingegnere); ma non bastò, a trentanove anni tirò l’ultimo battito. Che riverbera per sempre nelle tombe su cui lui sputava. (Valerio De Filippis)


TERRY ZWIGOFF – CRUMB
Donne senza testa dalle cosce muscolose, genitori che si prodigano per fottersi i figli, poppanti che dondolano su ignari stinchi materni con la loro erezioncina. Ritagli dal mondo disegnato di Robert Crumb, leggendario creatore di fumetti underground (Fritz the Cat, Zap, Mr. Natural, ecc). Pare che Terry Zwigoff gli sia stato addosso per sei anni a girare il documentario Crumb (dvd, Columbia 1999). E si è pure detto che Robert, man mano che si vedono intervistati i parenti stretti, inizia a sembrare – ma solo per contrasto – un esempio di sanità mentale. Può darsi, però preferiamo lasciare alla telecamera i dettagli domestici che riguardano le vite bizzarre dei suoi fratelli Charles e Maxon (meno famosi ma anch’essi dotati con inchiostro e grafite) e della loro tirannica genitrice. Immagini volutamente impietose che riescono a comporre un universo familiare forse un po’ malato ma anche indelebile. Come i segni che pullulano sul quaderno di Charles, morto suicida un anno dopo l’epoca in cui è ripreso. Nel documentario, infatti, mostra dei fogli fittissimi di segni di penna tutti uguali, che tradiscono una patologia grafomane. Oseremmo dire che è lui il vero protagonista di queste immagini. Uno di quei fratelli maggiori a cui si rubano le passioni. A lui Zwigoff dedica Crumb e non è un caso. (Barbara Pezzopane)  


A
A.VV. – A M
ÚSICA EM PESSOA
A música em Pessoa (cd, Biscoito Fino 2002) è una ristampa di un disco del 1985 nato con l’idea di celebrare Fernando Pessoa a cinquant’anni dalla morte. Si parla di venti anni fa, il poeta si avviava a diventare uno degli artisti più musicati, recitati e citati dalla musica popolare e non, di lingua portoghese. Ma non sempre con lo stesso successo, e il documento in tal senso si rivela esemplare. Non sorprende che alcuni contributi convincano, ad esempio quello di Tom Jobim, e che rimangano altrove impressi la finezza interpretativa di Eugenia Melo e Castro (su musica di Milton Nascimento) e la brevissima perla “Saudade Dada” in cui Arrigo Bernabé gioca con la musica esaltando le allitterazioni della lirica di partenza. Altrove, sembra prevalere uno spirito angosciato che, per quanto non alieno al poeta, ha l’effetto di tarpare le ali alla sua poesia, inquietandola. Insomma, un’operazione celebrativa, come nelle intenzioni, ma, se ci è concesso, non propriamente divulgativa. Come dire, un serie di assoli di grandi musicisti capaci di giustificare l’attenzione del mercato discografico ma anche una trascurabile riflessione sulla parola di Pessoa che qui sembra agire come mero paroliere per ghiribizzi altrui più o meno intonati. (Laura Petruccioli)  


HENRI-GEORGES CLOUZOT – LE MYSTÈRE PICASSO
Premio speciale della giuria al festival di Cannes 1956 e medaglia d’oro per il miglior documentario al festival di Venezia di tre anni più tardi, Le mystère Picasso (Arte Video dvd 2000) è un film di culto non solo per gli appassionati di pittura contemporanea. Diretto da Henri-Georges Clouzot con attenzione sperimentale e “interpretato” nella parte di se stesso da Pablo Picasso, mostra il genio di Malaga mentre dipinge e improvvisa dal vivo. Soltanto l’esaurirsi delle bobine della cinepresa riesce a placarne l’incessante ritmo creativo. Ma vedere il pennello dell’autore di “Guernica” scorrere innocente e imprevedibile su fogli bianchi è un’esperienza inconsueta per quanto indiscutibilmente formativa. Schizzi che rammentano la tauromachia, colombe che si fanno profili e viceversa. Il lacerante carnevale picassiano è fissato con rispetto dall’occhio di un regista che già aveva regalato al pubblico internazionale due capolavori del cinema noir come “I diabolici” e “Il corvo”. E infatti de Le mystère Picasso rimane più di ogni altra cosa la tensione, la tensione autentica dell’atto creativo. In questo senso, una grande lezione emotiva. (Elena Balbo)  


UMBERTO ECO – LA QUÊTE D’UNE LANGUE PARFAITE
Eco e la sua erudizione hanno spesso frequentato uno fra gli ambienti culturali più ermetici per gli stranieri, quello francese. La sua reputazione era già notevole prima della pubblicazione de “Il nome della rosa” e i suoi interventi nei programmi televisivi di Bernard Pivot non hanno fatto che motivarne la fama. Questa videocassetta prodotta dal Servizio audiovisivo del Collége de France, il cui titolo integrale recita La quête d’une langue parfaite dans l’histoire de la culture européenne, mostra se non la già acclarata modernità del pensiero di Eco, anche la sua disinvoltura nell’usare l’idioma francese. Il che, per carità, è solo un dettaglio all’interno della lezione inaugurale che ha tenuto per l’anno accademico 1992 presso il Collége de France, perché è di questo che si tratta. Citando Dante e la Cabala, Eco significa che la cultura europea è da sempre idealmente tesa a ritrovare la lingua che Adamo parlava con Dio ma non soltanto. Scopo ultimo, fatalmente utopistico, sarebbe quello di inventare una lingua filosofica capace di riprodurre la struttura persino della ragione. Un intervento che il vhs riduce a un’ora scarsa senza tradire, tuttavia, il senso della ricerca intellettuale di uno fra i più versatili pensatori della cultura contemporanea. (E. Ba.)  


OSVALDO SORIANO – ENTREVISTAS
Il video Entrevistas (Blackman – video no convencional) fa parte della collana “Artes y artistas”, una serie di incontri con gli autori ispanoamericani più rappresentativi del novecento. In questo, el Gordo racconta alla giornalista Silvia Chejter del faticoso rapporto con la scrittura e della felicità irrefrenabile che lo fa urlare e saltare di gioia quando mette il punto finale a un romanzo. Nei trentaquattro minuti della pellicola Osvaldo Soriano si concede e parla dell’esilio, dal 1976 al 1984, vissuto fra Bruxelles e Parigi. Qui la sua voce si fa più calma e la testimonianza è toccante: la nostalgia verso la terra del Fuoco lo stava travolgendo, gli mancavano le telefonate notturne con gli amici, sentiva che stava dimenticando il porteño e voleva parlare con gli argentini per strada perché, dice, la sua novela è condizionata dai dialoghi. La qualità del video è discutibile, la ripresa scorre senza interruzione e una sola telecamera oscilla dal volto della Chejter a quello di Soriano creando un avventato effetto ping-pong. A essere sinceri ci si abitua subito all’autenticità del documentario e ci rimane solamente un pensiero: è una fortuna che questo film esista. (Francesco Petruccioli)  


PAUL YULE – SULLE ORME DI BRUCE CHATWIN
Il documentario di Paul Yule, Sulle orme di Bruce Chatwin (dvd, Valter Casini & Partners 2004), è un viaggio sulle tracce del viaggiatore inglese, morto nel 1989. Diviso in due parti – le esperienze sudamericane prima, quelle africane e australiane poi – alterna grazie a un montaggio audace ma ben gestito foto d’infanzia, carte, paesaggi, brani di libri, interviste allo scrittore, a parenti, ad amici (Werner Herzog, James Ivory, Salman Rushdie, Penelope Tree), e soprattutto alle persone incontrate nel corso degli anni e che sono poi finite nei suoi libri di viaggio. Minuzioso ed efficace il lavoro di documentazione, attraverso il quale gli incontri di cui Chatwin parla diventano volti veri. Il ritratto sembra essere verosimile, e fedele a quello che emerge dalla biografia ufficiale curata da Nicholas Shakespeare: un uomo dalla personalità forte e affascinante, non privo di ombre, egocentrico, ma certo in grado di incantare con il suo eloquio, il gusto del raccontare e la capacità di farlo. E Werner Herzog, grande amico di Chatwin – collaborarono per il film “Cobra verde”, tratto da “Il viceré di Ouidah” – ci racconta anche che fine ha fatto lo zaino che Chatwin porta in spalla nella sua foto più famosa. Insomma, c’è un po’ di tutto, dagli aneddoti ad autorevoli pareri letterari sulle sue opere; e tutto è accompagnato da immagini splendide e placide. (L. Pe.)


ORPHEUS, THE LOWDOWN – PETER BLEGRAD E ANDY PARTRIDGE
Paradigma universale del rapporto tra musica e sentimento, tra vibrazioni sonore e dell’anima, il mito greco di Orfeo (figlio del dio Apollo) e della ninfa Euridice si rinnova in questo lavoro di Peter Blegrad e Andy Partridge leader degli xtc). Suoni e versi, melodia e poesia si incontrano e si scontrano, si fondono dando vita a un esperimento positivo, sia per la suggestione del contenuto, sia per la resa delle atmosfere proposte, le quali scaturiscono dall’uso complementare di elettronica e armonia strumentale. Come tasselli di un puzzle, ognuno con una sua forma, ma tutti necessariamente interdipendenti, le tracce del cd Orpheus, the Lowdown (Ape House Ltd. 2003) attualizzano il mito, ne modernizzano il significato. Nell’immaginario dei due autori, ora il “maestro della cetra” abita nella savana e soffrendo per la morte della sua amata si dirige verso Galveston (Texas) dove crede siano collocati gli Inferi, sopravvive a un colpo di pistola di cui è vittima a Denver (il suo sangue è divino) e resiste alle pressioni del padre che lo esorta a dimenticare Euridice. L’opera, ardimentosa e cerebrale, si snoda tra passi del testo originale e citazioni letterarie. A tratti ci si perde, rapiti dal flusso narrativo, in altri si ha l’impressione di non riuscire più a cogliere il nesso tra poesia e musica. Occorre, quindi, un ascolto non solo completo, ma paziente e soprattutto è necessario (e salutare) lasciarsi alle spalle l’integralismo degli appassionati di musica classica. 
(Ivan Errani)



ARUNDHATI ROY – COME SEPTEMBER
Non è né il primo né l’ultimo cd (ancora d’oltreoceano, ahinoi) che è qui a ricordarci come la letteratura sia anche incontro, voce viva, partecipazione, presenza nella realtà. Però Come September (Alternative Tentacle Press 2003) è uno che, più di tanti altri, val la pena ascoltare. Pur sapendo che è a portata di mouse il testo della rinomata conferenza alla Lannan Foundation, durante la quale Arundhati Roy parla di guerra, di nazionalismo, contestualizza la recente invasione dell’Iraq nell’ambito della storia interventistica degli usa, in Cile, nel Medio Oriente, in Afghanistan. Le pagine del web, insomma, possono sì restituire l’eloquio poetico di chi sa parlare schiettamente non solo di “piccole cose”, ma non arrivano a catturare fino in fondo la vibrazione ora profondamente commossa ora divertita capace di scuotere una sala intera per settantanove minuti. In più, chi già apprezza Howard Zinn, annovererà la sua introduzione della scrittrice come una fra le più bislacche e argute mai sentite da un professore. (Barbara Pezzopane)  


EDGAR ALLAN POE – CLOSED ON ACCOUNT OF RABIES
Tra i sessantadue personaggi che circondano i Beatles nella gloriosa copertina di “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band” c’è Edgar Allan Poe. Da questo momento in poi, l’immagine del poeta americano sarà diversa: nel collage di Peter Blake che ha sovvertito la storia del rock c’è anche il suo volto. Se ancora occorresse celebrare il maestro del gotico, il doppio cd Closed on Account of Rabies. Poems and Tales of Edgar Allan Poe (Mercury Records 1997), ideato da Hal Willner, si prende questa “responsabilità”. Due ore e mezza di letture e musica, quattordici artisti alle prese con quattordici opere, fra poesie e racconti. Christopher Walken interpreta “The Raven”, Diamanda Galás, con la sua estensione vocale di quattro ottave, non ha difficoltà a irretire chi ascolta “The Black Cat”. In “Ulalume”, invece, abbiamo la fortuna di assorbire un Jeff Buckley più inedito. Il musicista, durante le prove, si affidò ad Allen Ginsberg perché gli indicasse le parti in cui accentuare il tono di alcune parole o di intere frasi. Appassionata anche la recitazione di Iggy Pop in “The Tell-Tale Heart”. Più rock di così si muore, e Poe ne esce quasi come il precursore della musica del diavolo. (Francesco Petruccioli)  


SATIE E IL GRUPPO DEI SEICOCTEAU ET LA MUSIQUE 
“Una libellula che non si posa mai” è la definizione che Mauriac dà di Cocteau. Definizione adatta anche a Cocteau et la musique (cd, Éditions Milan Music 2003), le cui sonorità spesso inattese portano alla ricerca di una melodia che di nuovo ci sfugge quando pensiamo di averla afferrata. Opera complessa e varia, come la personalità del poeta, scrittore, regista e artista visuale Cocteau, e come i suoi incontri: Diaghilev, Stravinsky, Picasso, Massine. Il cd ripercorre i rapporti musicali intercorsi con Erik Satie e i musicisti del gruppo, detto “dei sei” – Honneger, Milhaud, Poulenc, Taillferre, Auric e Durey. Si apre con la musica per il balletto cubista “Parade” (1917), scritta da Satie – anche Cocteau vi lavorò, insieme a Picasso e a Massine – e in progressione cronologica si arriva ai testi musicati da Durey e Honneger; e ai lavori di Auric che collaborò con l’artista per film come “La Belle et la Bête”, “Les Parents terribles” e “Orphée”. Un affresco di sincretismo culturale che è ancora una fonte d’ispirazione oltre che il ritratto di un cruciale momento storico. (Laura Petruccioli)


PRÉVERT, CÉLINE, COLETTE, ETC. – VOIX DE POETES  
La “Societé des Gens de Lettres de France”, in collaborazione con Radio France, ha realizzato due cd – Voix de Poetes Vol. 1 & 2 (Harmonia Mundi 1994) – nei quali sono raccolte le registrazioni delle letture dei più grandi poeti francesi, estratte dall’archivio della fonoteca nazionale. Oltre ad Apollinaire, Prévert e Céline, figurano letterati del calibro di Colette, Breton e Artaud. Quindici autori per il primo volume e quattordici per il secondo. Insomma, il gotha della letteratura francese. Lo sfrigolio dei vecchi fonografi – alcune incisioni risalgono al primo decennio del secolo – rende l’ascolto ancora più seducente, donandogli un certo fascino rétro, l’idea di registrazione ‘rubata’ ed ora a disposizione di una ristretta e privilegiata fascia di fruitori. La stessa atmosfera che accompagna le prime esibizioni di Andrés Segovia, maestro indiscusso della chitarra classica. E a proposito di atmosfere, il booklet offre anche le dritte necessarie per consumare il cd su appropriati sottofondi musicali, da Rachmaninov a Debussy e a Stravinsky. Chiamasi illustrazione sonora. (Daniele Titta)


JIM CARROLL – POOLS OF MERCURY
Carroll appena sedicenne scrisse “Jim entra nel campo di basket”, un esordio bruciante che raccontava della trasformazione di una promessa del basket in un junkie visionario e nichilista. Un libro di forte suggestione generazionale che è anche diventato un film (“Ritorno dal nulla”). Poi nel 1980, Carroll veste i panni dell’icona postpunk nel suo debutto discografico “Catholic boy” in cui canta: “Sono un ragazzo cattolico, redento attraverso la pena non attraverso la gioia”. Seguono due album forse meno incisivi nei primi anni ottanta. Dopo quindici anni, durante i quali ha pubblicato sillogi e album di spoken word assai cari alla critica, registra un nuovo disco, Pools of Mercury (cd, Mercury 1998). Sorretto da Lenny Kaye (cardine del gruppo di Patti Smith, non a caso fra le muse di Jim), il poeta newyorkese rifinisce il suo album più maturo. Nel quale convivono l’indole elettrica e la tensione poetica. Per questo, musica efficacemente alcune liriche già apparse in “Fear of Dreaming” e “Void of Course”, due fra le sillogi più rappresentative del suo disincanto urbano. (Barbara Pezzopane)


BOB DYLAN – THE CLASSIC INTERVIEWS, 1965/1966
(The Classic Interviews, 1965/66, cd, Chrome Dreams 2003). Un meno che venticinquenne Bob Dylan alle prese con i microfoni dei giornalisti per due conferenze stampa e una celebre intervista. Quest’ultima concessa a Martin Bronstein della Canadian Broadcasting Corporation, nel bel mezzo del tour nordamericano con gli Hawks. La cruciale domanda d’esordio fu: “Si pronuncia Dylan o Dye-lan”, mentre la risposta una bella panzana imbastita con piglio da glottologo. Insomma, una delle variazioni che ben snocciolava ai media, sbalorditivamente impreparati a un confronto che andasse oltre quesiti come: si considera un cantante o un poeta?, oppure, cosa l’ha spinta a indossare una maglietta con la riproduzione di una motocicletta Triumph sulla copertina dell’ellepi “Highway 61 Revisited”? Ebbene a uno di questi incontri (San Francisco, 3 dicembre 1965; il terzo della raccolta ebbe luogo a Los Angeles, tredici giorni dopo), popolati da una varietà di personaggi, era presente anche Allen Ginsberg, capace di far sganasciare l’uditorio (risate ignare) chiedendo: “Pensi che ci sarà mai un tempo in cui verrai impiccato come un ladro?” Oltre alle registrazioni, di ottima qualità, il libretto (16 pagg.) contiene foto rare dello stesso periodo. Un giovane Bob Dylan, quindi, una sorpresa per chi si trovò a confondere l’aspetto fanciullesco con l’arrendevolezza. (B. Pe.)


ANGELA DAVIS – THE PRISON INDUSTRIAL COMPLEX
Oggi Angela Davis insegna Storia delle minoranze all’università di Santa Cruz in California. Ma negli anni settanta la sua chioma afro, nerissima e gonfia, è stata un simbolo dell’antagonismo americano. In The Prison Industrial Complex (cd, AK Press Audio 1999), la Davis racconta agli studenti del Colorado College com’è diventata un’attivista: la segregazione razziale in Alabama, gli studi con Adorno e la militanza nelle Pantere Nere (“On Becoming an Activist”). Fino a quando, armi in pugno, partecipa all’evasione di George Jackson, entrando nella lista dei dieci più pericolosi ricercati dell’FBI. Dopo la cattura, la scoperta del sistema di correzione americano: un istituto per la sorveglianza degli immigrati (“Race, Class and Incarceration”) e un gigantesco affare da milioni di dollari (“Who Pays, Who Plays”). Solo qualche applauso scrosciante interrompe il suo lungo monologo contro la privatizzazione delle carceri. Disco di piazza, da non tenere chiuso in salotto. (Roberto Santoro)  


BORGES & PIAZZOLLA – TANGOS & MILONGAS
Tangos & Milongas (Milan Sur 1996) è la riedizione di “El Tango”, poema musicale d’amore, nostalgia e coltelli composto nel 1965 da Astor Piazzolla e Jorge Luis Borges. Alla nuova versione in digitale hanno lavorato in tre, Jairo, Lito Cruz e Daniel Binelli. Nell’inevitabile confronto (l’audio del cd è ottimo), risaltano il bandoneón del maestro Binelli e la spagnoleggiante chitarra di Jairo: le canciones di quest’ultimo sono accompagnate dalla malinconica voce di Lito Cruz, il narratore dei poemas di Borges. Il disco non è semplicemente una celebrazione di due maestri della cultura contemporanea, ma anche una originale interpretazione dei temi e dei motivi che attraversano la loro opera. Si pensi alla struggente prova offerta dal coro dell’orchestra nell’“Ode intima a Buenos Aires”. Ascoltandola si capisce perché non si può immaginare il tango senza aver respirato prima l’aria della capitale argentina. (R.Sa)  


STEPHEN KING – FEAR, FAME AND FORTUNE
C’è chi non ama l’horror – o magari paventa solo i best seller formato contundente – e tuttavia ha voglia di farsi iniziare. Bastano cinquanta minuti e Fear, Fame and fortune (VHS, A&E Television  networks 2000) può sedurre alla traiettoria incoraggiante (per coloro che amano scrivere, scrivere, scrivere) di Stephen King. Persino emozionare, quando l’ancor giovane scrittore di Portland rievoca con esatto stupore il primo anticipo, duemilacinquecento insperati dollari, ricevuto per “Carrie” (1973). Un’affermazione personale combattuta con quotidiana ostinazione, sin da quando i piccoli Stephen e Dave erano affidati alla “custodia” dei libri, visto che la loro mamma lavoratrice e sola non poteva permettersi una baby sitter. Al suo rientro i pargoli erano interrogati: escogitava così la loro immobilità (documentabile) e, perché no?, forse ne approfittava per formare la loro coscienza di precoci lettori. Il video lo racconta, attraverso flash di interviste, foto e clip di vario genere nel Maine, terra natale del maestro del macabro. Questo omone alla macchina da scrivere che non si è mai rassegnato una volta a lasciarsi un sogno – o una paura – dietro la schiena. (B. Pe.)


EDDI READER SINGS THE SONGS OF ROBERT BURNS
Eddi Reader è una cantante inglese raffinata quanto defilata che proviene dai Fairground Attraction, gruppo che qualche anno fa ha sedotto la critica inglese. Nel 2003 ha pubblicato Eddi Reader sings the songs of Robert Burns (Rough Trade 2003), un album dedicato al bardo della letteratura scozzese (1759-1796). Il rischio di produrre un lavoro elitario è stato facilmente arginato: Burns conta ancora oggi seguaci affezionatissimi e gli si dedicano fondazioni e ricerche universitarie. Il disco raggiunge un ottimo equilibrio fra forma, modernità degli arrangiamenti ed echi celtici, che segnano con forza alcuni brani. Altrove, si ascoltano ballate struggenti in cui spicca la voce pura e cristallina della Reader. Nelle note di copertina Eddi spiega anche perché ha scelto alcune poesie, perché ha scelto di musicarle con alcuni brani tradizionali, perché è particolarmente legata ad alcune di esse. Quasi una guida al suo percorso creativo. (Laura Petruccioli)  


HUBERT SELBY Jr. – LIVE IN EUROPE 1989 (BOOTLEG)
Peccato non sapere dove sia stata registrata questa serata del tour europeo di Hubert Selby del 1989. Henry Rollins, scrittore, editore e musicista, curò tutti gli aspetti tecnici del progetto e fece uscire il disco per la sua etichetta (cfr. Storie 44). I titoli della cassetta sono gli stessi del disco e anche qui Selby Jr legge alcune pagine per ogni brano, con la sua voce cantilenante, dialogando con il pubblico, e divertendosi. Chi ritiene che i bootleg siano furto di musica forse non li ha mai visti con gli occhi del fan che cerca amorevolmente gli stessi concerti dello stesso tour dello stesso artista. Un bootleg di un tour di parole è qualcosa di ancora più curioso, è quasi un’esperienza assimilabile alla rappresentazione teatrale: ogni sera è diversa dalle altre. E di vera rappresentazione deve essersi trattato, a giudicare da quanto ascoltiamo da questo nastro a suo modo romantico scovato su una bancarella del mai domo Portobello. (L. Pe.)  


TENNESSEE WILLIAMS – WOUNDED GENIUS
“C’è una differenza tra il talento e il genio. Il talento fa quello che può. Il genio fa quello che deve. Ma è quel po’ in più che fa la differenza”. Nel 1930 Edwina Williams trovò un foglio con queste frasi scritte a macchina cinque volte. Il suo primogenito Thomas Lanier III, diciannove anni, si stava esercitando in dattilografia. Quindici anni – e migliaia di pagine – dopo, Tom conobbe il suo primo successo a Broadway con “Lo zoo di vetro”. Questa pièce diede alla luce una leggenda del teatro americano. Tennessee Williams: Wounded Genius (regia di Paul Budline, A&E Biography, 1998, 50 min.) ricostruisce la vita tormentata del drammaturgo tramite vecchie foto, materiale di repertorio e interviste ad amici, parenti e collaboratori, oltre che all’autore stesso. Peccato non trovarvi più spezzoni dagli adattamenti cinematografici dei suoi drammi (“Un tram che si chiama desiderio” e “La gatta sul tetto che scotta”, per menzionare soltanto i più conosciuti), ma il documentario è comunque una congrua introduzione alla biografia dello scrittore. L’infanzia con la madre soffocante e la sempre più instabile, adorata sorella; il padre spesso assente che rifiutava il figlio poeta preferendogli il fratello minore; la lotta per affermarsi come autore; le sfortunate avventure amorose; la parabola del successo pubblico (prima lodato poi distrutto dai critici). Williams si rifugiò sin da piccolo nella scrittura, e poi sempre di più nell’alcol e nei barbiturici. Alla sua scomparsa, nel 1983, Arthur Miller disse: “Scelse una vita dura che richiede la pelle di un alligatore e il cuore di un poeta”. Si potrebbe dire che fece quello che doveva. Così, almeno, avrebbe sicuramente sostenuto Bulwer-Lytton, l’autore di “Last Words of a Sensitive Second-Rate Poet” (‘Ultime parole di un sensibile poeta di seconda categoria’), il libro che il giovane Tom aveva fatto proprio nell’ammaestrare le sue dita in erba. (Sophie Schlöndorff)


LA LUNGA ESTATE DI HERMAN HESSE
Era nato in una calda giornata di luglio del 1877. Nelle prime ore della sera. Per lungo tempo Herman Hesse cercò di ritrovare quella stessa luce nella sua esistenza. Fu così che a quarantadue anni, nuovamente preda di un’“insanabile voglia di viaggiare”, salì su un treno che da Berna lo portava verso sud, lontano dalla famiglia e dalla vita borghese che era stata “il suo errore, il suo tormento e la sua corresponsabilità alla miseria del mondo”. Non tornò più indietro. La lunga estate di Herman Hesse (di Werner Weick, Mondadori video 1993, 55 min.), documentario prodotto nell’87 dalla Radiotelevisione della Svizzera Italiana, comincia da questo punto a raccontare la rinascita personale e creativa dello scrittore in un’incursione biografica istruttiva soprattutto per i neofiti. Ecco Casa Camuzzi, a Montagnola, e la Casa Rossa sfilare insieme a una quantità di fotografie di Hesse, immagini delle sue bozze di lavoro, i suoi quadri, le testimonianze delle persone a lui vicine. Mentre la voce fuori campo, tratta da scritti autobiografici, tenta di ricostruirne fedelmente l’evoluzione interiore, l’immagine di ‘cercatore’ spietatamente lucido. In vita rispose di proprio pugno a trentacinquemila lettere. Da morto, secondo il suo medico che lo trovò una mattina, stringeva in mano le Confessioni di Sant’Agostino, dopo aver lasciato sulla scrivania la sua ultima poesia. (B. Pe.)  


ROBERT FROST – VOICES & VISIONS
Joseph Brodsky, Seamus Heaney e Derek Walcott. Un trio letterario da Accademia di Svezia. Insieme nel 1996 per un tributo a Robert Frost, una raccolta di saggi che sfugge alle consuete caricature del poeta di San Francisco – irascibile e prezioso filosofo della quotidianità – per sondare, invece, le idee e la musica alla base delle sue liriche. Quello che Frost stesso chiamava “il suono del significato”. A formazione incompleta (Walcott è assente), li ritroviamo in una videocassetta di qualche anno prima (regia di Peter Hammer, Inner Dimension 1988, 60 min.) che fa parte del ciclo Voices and Visions dedicato dall’emittente televisiva PBS ai grandi della poesia americana. La pellicola si snoda fra interviste, drammatizzazioni, letture che ricostruiscono la parabola biografica e artistica dell’autore di “A nord di Boston”. Gli interventi di critici, poeti e scrittori (da William Pritchard a Richard Wilbur, fra gli altri) si susseguono lungo il filo della musica di Michael Bacon, che cristallizza le immagini di una natura già rabbrividita. Poi l’impagabile viso di Heaney sprigiona uno scompigliato buonumore irlandese, mentre dichiara che “Home Burial” – superando il ‘test della gelosia’ – è nell’antologia ideale che vorrebbe aver scritto. Brodsky, dal canto suo, irrora il tutto con un puro inglese di Leningrado. Ma la voce di Frost è il fiume in cui si riversano tutte le altre, per le tante registrazioni originali a cui si è potuto attingere (ha preteso orecchie e animi di intere generazioni di studenti, “dicendo” le sue poesie in college e università). Ha avuto quattro Pulitzer. E la riconoscenza di tre premi Nobel. 
(Barbara Pezzopane)  



VLADIMIR NABOKOV – SPÉCIAL APOSTROPHES
Quando alla fine di un pomeriggio di lavoro sente fuori gli uccelli cinguettare, ha come l’impressione che lo stiano applaudendo per le parole che ha appena finito di scrivere. Così racconta, in uno squarcio di inattesa confidenzialità, il grande scrittore russo. Un momento immortalato in Spécial Apostrophes: Bernard Pivot présente Vladimir Nabokov (realizzato da Roger Kahane, Institut National de l’Audiovisuel 1975, in lingua francese, 65 min.), originariamente diffuso dalla tv francese il 30 maggio 1975. E siamo subito sotto l’incantesimo del padre di figli immaginari così diversi, Pnin, Lolita, Sebastian Knight. Poi all’improvviso la macchina da presa abbandona l’alta fronte dello scrittore e una nostalgica incarnazione dell’intellettuale francese post-sessantotino – Gilles Lapouge, il traduttore francese di “Ada” – si mette a presentare quelle che sono le sue opere preferite di Nabokov. Ma che succede? Hai l’autore stesso lì davanti a te, seduto dietro un tavolo colmo dei suoi romanzi, e ci infliggi le tue teorie? Comunque V.N. (come lo chiamava qualche volta sua moglie Vera), pur vessato dal protagonismo dell’altro ospite, è grandissimo. Pensare che allora – solo due anni prima della sua morte – non tutti ancora ne avevano colto la versatilità stilistica, l’uso così funzionale di ironia e sarcasmo, il polilinguismo (davvero ineguagliato in ambiti letterari). Quando, in un riuscito tentativo di arginare l’incontenibile Lapouge, Pivot si rivolge finalmente a Nabokov, lo scrittore evoca la sua infanzia in Russia, la sua gioventù a Cambridge e a Berlino – e la sua preferenza per il russo e l’inglese perché il francese non si piega così bene alle esigenze della sua fantasia. Eppure lui lo parla alla perfezione, discendente di una vecchia famiglia di aristocratici russi, l’ha imparato dalla sua istitutrice quando aveva solo sei anni… Appassionato di farfalle, del gioco degli scacchi e della minuzia in generale – essenziale al ‘mistero’ che ritiene elemento indispensabile per la buona scrittura – sa che certe cose non si possono prendere troppo sul serio. Freud, per esempio, lo apprezza solo come autore comico, parodistico, e non esita a dirlo ai suoi interlocutori, non facendo il minimo caso alla voga lacaniana dell’epoca. Ma sa anche ridere di sé stesso. Gli occhi pallidi brillano dietro la montatura degli occhiali e un sorrisetto furbesco contrae le labbra, mentre racconta come ripeteva per esteso le sue lezioni prima di presentarle. Per assicurarsi che i suoi studenti americani ricevessero solo “il prodotto autentico del [suo] sapere”. Poi, tornato a casa, preferiva scrivere con la matita invece che con la penna. Le cose più preziose non si cancellano facilmente. (Sophie Schlöndorff)


ERNEST HEMINGWAY READS
Verso il Natale del 1921, a Parigi, Elizabeth Hadley Richardson salì su un treno. Era diretta a Losanna per fare una sorpresa al marito Ernest. Alla Gare de Lyon, smarrì una valigia: conteneva quasi tutti i manoscritti di Hemingway. Carte che, come quelle lettere che l’autore amava tanto scrivere, erano legittimate a portarne i segni. Il registratore, invece, era un nemico mortale. Così, è con ambivalenza che si ascoltano i quarantacinque minuti dell’audiocassetta Ernest Hemingway Reads (Caedmon 1992), l’unica incisione esistente di questa voce. Il discorso del Nobel, che inaugura la scaletta, è la meno segreta fra le riproduzioni. Infatti lo scrittore non fu in condizione di presenziare alla cerimonia, ferito in un incidente aereo che sulle prime lo fece dare per morto. E preferì affidare a un nastro, meglio che a un ambasciatore, il difficile compito di riportare un discorso “nel quale uno scrittore ha detto tutto ciò che ha nel cuore”. Gli altri contributi pare fossero stati registrati per Hotchner, l’amico degli ultimi quattordici anni e autore di un accorato libro di memorie sul “Papa” pescatore e cacciatore, bevitore e donnaiolo. Si tratta di discorsi, ora su un romanzo ora su una commedia, più alcune poesie che le scarse note di copertina non aiutano a collocare se non genericamente (1948-61: “Second Poem to Mary”, “The Harry’s Bar in Venice”, “The Fifth Column”, “Work in Progress”, “Saturday Night at the Shorehouse in Billings, Montana”). Ma in fondo ciò che più conta è la voce, cruciale proprio perché è così normale. Le letture fanno spesso pensare a un passatempo da ragazzi, salvo che nell’occasione del composto ringraziamento virtuale destinato all’Accademia di Svezia. Altrove l’espressione è rigida e timida, il timbro uguale a mille altri. Finché sotto alla dizione impacciata non s’infila un clacson in lontananza, tradendo forse l’arrivo di un visitatore alla Finca Vigia, l’amato rifugio cubano. O, ancora, sbotta su un tappeto d’asfalto frusciante la risata di ‘qualcuno’, e innesca un’identica reazione nell’Hemingway parlante. Magari Papa era in viaggio con un amico e col suo – come lo chiamava – registratore “moscerino” a transistor. Bagaglio meno prezioso, libero di essere smarrito o di portare fino a oggi una voce autentica. Non sottovuoto. 
(Barbara Pezzopane)



MAYA ANGELOU – INTIMATE PORTRAIT
Se la vedi nei suoi abiti lindi, le ampie fattezze rilassate, non supponi una vita tanto difficile e movimentata. Quando declama “nessuno, veramente nessuno, ce la fa da solo”, non immagini che questa voce profonda sia rimasta silenziosa per sei anni... Maya Angelou è un’anima generosa e fuori dall’ordinario – questo invece si capisce proprio dall’incipit del documentario Intimate Portrait: Maya Angelou (prodotto da Gay Rosenthal, Lifetime Home Video 1996, 45 min.). Narrato fuori campo da Oprah Winfrey, il video ha i segni caratteristici che hanno fatto del suo programma – l’Oprah Winfrey Show, appunto – un vero fenomeno popolare negli Stati Uniti: è caloroso, onesto e commovente. Magari lo sarebbe stato comunque, per la carica umana della Angelou. Non ha solo scritto libri, poesie, sceneggiature e canzoni. Insegna e fa l’attrice. E, prima di affermarsi nel mondo della letteratura, ha messo insieme una quantità di esperienze. Mamma, prima conduttrice di tram nella storia di San Francisco, tenutaria e showgirl – tutto questo prima di compiere trent’anni. È lei stessa a raccontarlo, misurando le parole che all’improvviso possono diventare canto. Ha una voce da tenore che fa venire i brividi. Figlia di una famiglia nera del sud degli Stati Uniti, a soli sette anni fu violentata dal fidanzato della madre divorziata. Lo confessò a suo fratello che non tenne il segreto. Qualche giorno dopo il responsabile fu trovato morto, assassinato a calci. Convinta che le sue parole avessero il potere di uccidere, la piccola Maya decise di tacere. Solo a tredici anni, incoraggiata da un’insegnante – insisteva che per capire veramente la poesia occorre dirla ad alta voce – ricominciò a parlare. È quest’infanzia drammatica che l’autrice racconta nel celebre “Il canto del silenzio”, il primo di una serie di romanzi autobiografici. Ne è stato fatto persino un film (diretto da Fielder Cook, Artisan 1978, 96 min.) per la TV americana, co-sceneggiato dalla Angelou. Benché le interpretazioni non siano sempre del tutto convincenti, la riduzione del libro rende bene i luoghi e la realtà quotidiana del sud razzista durante la Grande Depressione. Riesce anche a trasmettere la forza d’animo della giovane eroina, tutelata dalla solidarietà familiare. Un aspetto altrettanto rilevante nel documentario, dove suo fratello e il suo unico figlio la descrivono con tenerezza e profondo rispetto – mentre lei compensa tutte le persone care con l’aggettivo “beautiful”, le sillabe articolate a una a una. C’era un tempo in cui la Angelou temeva le parole. Per fortuna, poi ha scoperto che potevano essere una cura. (Philip Seymour)


GEORGES PEREC e ROBERT BOBER – RECITS D’ELLIS ISLAND
Per decenni, lasciare l’Europa per raggiungere il Nuovo Mondo significò prima di tutto una cosa: passare da Ellis Island, l’isola del porto di New York. In un grande e solitario edificio, abbandonato negli anni cinquanta e più tardi trasformato in museo, si decideva chi far entrare negli Usa e chi doveva tornare indietro. Milioni di emigranti sono transitati qui, soprattutto fra il 1892 e il 1914. Cosa c’entra Georges Perec – uno degli sperimentatori dell’OuLiPo insieme a Queneau, Calvino e Harry Matthews, fra gli altri – con tutto questo? Oltre ad aver dedicato un breve saggio all’Isola delle lacrime, “Ellis Island: storie di erranza e di speranza”, ha anche concepito il video Récits d’Ellis Island (regia di Robert Bober, Vision Seuil 1980, francese, 116 min.) – una delle poche occasioni in cui ha esplorato esplicitamente le sue origine ebree. “Traces”, la prima parte del film, è una visita della costruzione in rovina, con una guida americana che racconta l’accoglienza non sempre cordiale riservata agli emigranti appena approdati sull’isola. Sottoposti, dopo un interminabile viaggio, a pressanti esami fisici e impietosi interrogatori. Ma, dice Perec, chi viene a visitare Ellis Island non lo fa tanto per assistere a una lezione di storia quanto per riscoprire qualcosa del proprio passato, delle proprie radici, di sé stesso. E benché i genitori di Perec e di Bober non abbiano avuto la ‘fortuna’ di passare da qui (il padre dello scrittore morì nella seconda guerra mondiale, la madre ad Auschwitz), ci sono passate tante altre persone simili a loro. “Ellis Island non è un luogo riservato agli ebrei, appartiene a tutti coloro che sono stati e continuano a essere cacciati – per colpa dell’intolleranza e della miseria – dalla terra dove sono cresciuti”. In questo senso il progetto è “un’autobiografia probabile”. Insieme alle riprese sobrie di Bober, la narrazione sfiora gli spazi vuoti del vecchio edificio, e la voce di Perec solleva interrogativi esistenziali: “Ellis Island è per me il luogo stesso dell’esilio, vuol dire il luogo dell’assenza del luogo, il non-luogo, il da nessuna parte”. Non è un caso che egli stesso non si faccia mai vedere, praticamente in tutto il film. Come un emigrante sull’isola, lo spettatore finisce per sentirsi in cerca di identità, esiliato: con la promessa del nuovo mondo già in vista ma non ancora a portata di mano. Nella seconda parte, “Memoires”, arriviamo finalmente a destinazione. Non solo perché copriamo le ultime, poche miglia che ci separano da New York ma anche perché il discorso assume più concretezza grazie alle testimonianze di chi è passato da Ellis Island. Sono racconti di sogni perduti, storie di successi e delusioni. Come tante altre. Può darsi che alcuni spettatori troveranno qualcosa che speravano di trovare. Altri no. Proprio com’è avvenuto agli emigranti in America. (S. Sch.)


TONI MORRISON – PROFILE OF A WRITER
Brownie McGhee, cantante di blues del Tennessee, una volta disse che in molti blues è nascosto un segreto. A chi gli chiedeva quale, rispondeva: “Sai, io parlo alla mia gente”. Gente di colore, s’intende. Come Toni Morrison. Nei suoi libri ha raccontato l’esperienza dei neri in America, l’interminabile vertigine della schiavitù nelle pagine di “Beloved”, il romanzo che le ha meritato il Premio Pulitzer per la narrativa nel 1988 e che è il nucleo della video-intervista realizzata da Alan Benson (Home Vision, 1987, col., lingua originale, 52 min.). Un documento fotograficamente scarno se non fosse per gli occhi frastornati della scrittrice, che ne spiano il subbuglio antico. Si ascoltano brani scelti ad hoc (letti da Guy Gregory e Bonnie Greer) che illustrano le scelte ora stilistiche ora tematiche, i progressivi gradi di consapevolezza che hanno accompagnato una stesura complessa. Seduta, ferma come una quercia, la Morrison ritorna sui suoi passi. “All’inizio volevo scrivere una storia attuale e poi sono stata tirata dentro il tema della schiavitù. Ero spaventata, non avevo mai pensato di avere le risorse emotive necessarie. Non mi sono mai piaciuti i libri sulla schiavitù, sono grossi e piatti, non riesci neppure ad avvicinarli. Per questo ho deciso di scrivere qualcosa di piccolo e profondo”. Il concentrato di una vicenda devastante, duratura quanto “una seconda guerra mondiale di duecento anni” e assorbita col sangue dei suoi avi. I racconti del nonno sono stati fondamentali ma anche le ricerche per rievocare il dramma del viaggio in nave o gli strumenti di tortura degni dell’Inquisizione. Il morso, per dirne uno, cioè una specie di maschera metallica con una placca interna alla bocca per impedire il movimento della lingua. Ma i neri, come ci insegna la storia del jazz, seppero comunicare fra loro anche solo con vocalizzi. Chiamare la gente fuori dai campi, segnalare l’arrivo dei cani da caccia, attirare l’attenzione di una ragazza: per fortuna la libertà passa persino attraverso un ispirato hoh-hoo che su nessun pentagramma si potrebbe trascrivere. Anche così si legge ciò che le matriarche nere, come la Baby Suggs di “Beloved”, hanno tentato di sollevare coi loro sermoni. “L’anima può sopravvivere. Amate il vostro cuore perché questo è il prezzo”. (Barbara Pezzopane)


MICHEL HOUELLEBECQ – PRÉSENCE HUMAINE
Settembre è un mese imprevedibile. Il 17 di quest’anno, Michel Houellebecq sarà in tribunale a difendere il diritto di esprimersi contro l’integralismo islamico, come ha fatto in “Piattaforma. Nel centro del mondo”, suo ultimo romanzo. Eppure, nel saggio su Lovecraft, denuncia anche l’invasione della cultura americana in Europa. Personaggio controverso, ha catturato l’attenzione della critica francese che è sempre in attesa delle sue mosse sfrontate. “Non abbiate timore della felicità, tanto non esiste” è l’incoraggiante messaggio di “Rester vivant”, manuale di sopravvivenza per giovani poeti; da questa raccolta, insieme a “Le sens du combat” e “Renaissance”, lo scrittore ha scelto i dieci testi recitati nel CD Présence humaine (tricatel 2000). Nell’estate del 1999, Houellebecq ha collaborato a questo progetto con il suo amico e produttore Bertrand Burgalat, uno dei maestri dell’elettronica francese, che ha coinvolto il gruppo musicale degli Eiffel. Con eleganti arrangiamenti, hanno creato una “piattaforma” sulla quale la voce aspra dello scrittore si posa e viene assorbita dalla rotondità del suono. Il disco è stato registrato dal vivo nell’estate del 1999 a Saint-Malo, durante il festival Routes du rock, mentre le ultime tre canzoni sono state incise in studio. Per non perdere il vizio, lo scrittore francese si è esibito un anno dopo a Milano, con Marco Castoldi al pianoforte (in arte Morgan dei Bluvertigo). La popolarità di Houellebecq in Francia si è definitivamente consolidata dopo gli adattamenti cinematografici dei suoi romanzi (“Estensione del dominio della lotta” e “Le particelle elementari”). In un’intervista a “Lire”, mensile francese, l’autore ha definito la religione maomettana come la più “stupida e pericolosa”. Ma se a settembre dovesse perdere il processo sarà costretto a risarcire con cinquantamila franchi le associazioni musulmane. E Houellebecq, come d’incanto, non sarà più blasfemo. 
(Francesco Petruccioli)



BUKOWSKI – ORDINARY MADNESS & CRAZY LOVE
Siamo a Los Angeles. Sotto il limpido cielo della California, la luce rivela i dettagli grigi di un sobborgo. Per un attimo accende il volto butterato di Charles Bukowski (1920-1994), protagonista del documentario The Ordinary Madness of Charles Bukowski (diretto da Vanessa Engle, 1993, col., lingua originale, 50 min.) e singolare mito letterario, che nella sua produzione ha esposto proprio questo squallore di periferia. Bukowski, l’immancabile bottiglia di birra in mano, ammette - con la voce corrosa del bevitore - che odia la gente. Poi il viso offuscato dall’alcool scivola fuori fuoco nell’ombra. “Tutto è brutto”, afferma il giovane protagonista di Crazy Love in un momento di disillusione, nella prima parte del film belga di Dominique Deruddere (1989, col., sottotitoli in inglese, 87 min.), adattato da tre racconti dello stesso scrittore e contenuto nella medesima videocassetta. Lo sfogo in questione non è l’unico rimando biografico riconoscibile in questa pellicola sul diventar adulti, che al tempo stesso smussa in più di un’occasione la spinosa, quanto leggendaria, esistenza di Bukowski. Ad esempio nell’ambientazione che è quella di un quartiere borghese dell’Europa fra gli anni ‘50 e ’70. In ogni caso, l’accidentata vita dello scrittore è ben illustrata (per chi già non la conoscesse) attraverso il documentario che raccoglie interviste intime, letture inscenate in maniera impressionista ed evocativa e clip rubate a varie apparizioni pubbliche del poeta. Da qui emergono l’infanzia e l’adolescenza con un padre violento; i primi tiepidi tentativi di scrittura, diluiti negli anni a causa di lavori noiosissimi e per annegarsi nel bere duro, nelle scommesse e nel sesso; l’arrivo ritardato della musa artistica e la successiva notorietà, con l’incoraggiamento di un editore che promette di appoggiarlo a condizione che lasci il suo lavoro alla posta per impegnarsi nella scrittura a tempo pieno. Ma sebbene l’adolescenza romanzesca e velata di nostalgia descritta in Crazy Love sia remota alla crudezza di quella dello scrittore, riesce a tagliare altrettanto in profondità per la brutale rappresentazione del disagio adolescenziale. Peccato per il finale, un po’ melodrammatico, che rende un cattivo servizio sia al film sia a Bukowski, che nel documentario è inaspettatamente ‘sobrio’ di fronte a temi come la vita e la morte. (Sophie Schlöndorff)  


WILLIAM BURROUGHS – THE JUNKY’S CHRISTMAS
Un angolo intimo vicino al camino, le luci dell’albero di Natale scintillano allegramente. Un vecchio rinsecchito entra trascinando i piedi, prende un libro dallo scaffale e si siede per aprirlo. Oh bella, nonno Burroughs sta per leggerci un racconto! Mani nodose girano le pagine, piccoli occhi di tartaruga sbirciano fra le pieghe di una faccia sgualcita. E l’autore ignominioso de “Il pasto nudo”, infatti, comincia a leggere: la sua voce lugubre racconta le avventure di Danny, il lavamacchine-eroinomane, appena uscito dal carcere e alla disperata ricerca di un buco, in questo giorno di Natale assolato ma freddissimo a New York. La scelta di Francis Ford Coppola di presentare il racconto di Burroughs, The Junky’s Christmas, attraverso un’animazione (Network, 1998, colore/ bianco e nero, lingua originale, 22 min.), ne traduce efficacemente sia il realismo aspro sia l’umorismo grottesco; e la narrazione del vecchio scrittore, un funambolo dei ritmi più che dei toni, infonde vita al mondo di Danny mentre attraversa l’isola di Manhattan. È disposto a rubare, lusingare e mentire – qualunque cosa – e né il piede di donna che trova in una valigia, né l’incontro casuale con un vecchio amico stremato lo distrarranno dalle sue intenzioni. Eh no, Danny prosegue per la sua strada, con la determinazione del tossicomane che mira a un solo scopo, sottolineato di tanto in tanto dalla musica di Hal Willner e dei Disposable Heroes of Hiphoprisy, o da inquadrature e contrasti potenti che rammentano le riprese di Orson Welles. Finalmente riesce a procurarsi un po’ di roba – niente d’importante ma abbastanza per farcela. Si affitta una stanza e sta per bucarsi, quando sente gemiti di agonia dalla stanza accanto, dove un giovane è in preda a una crisi d’astinenza. Che può fare Danny? Dopotutto, è Natale. Benvenuti a ‘Un racconto di Natale’, stile Burroughs. (S. Sch)  


MUMIA ABU-JAMAL – ALL THINGS CENSORED
Mumia Abu-Jamal viene condannato a morte nel 1982. Da allora aspetta che la Corte suprema della Pennsylvania esegua la sentenza. Abu-Jamal si è rivelato un personaggio scomodo da gestire per il sistema correzionale del suo paese, che lo ha praticamente censurato per tutti gli anni novanta. Come quando, nel ’94, su pressione del senatore Bob Dole, National Public Radio licenziò Jamal dal suo posto di commentatore. Per gli assassini di poliziotti non c’è il diritto di parola. Fino al ’97 gli è stato impedito di divulgare i suoi scritti. Ora possiamo ascoltarlo su CD grazie a un’etichetta antagonista che ne ha registrato in carcere le dichiarazioni (All Things Censored, Vol. I, Alternative Tentacles Records 1998), insieme ai contributi di tanti intellettuali, artisti, personaggi della politica e dello spettacolo che si sono schierati dalla sua parte (Alice Walker, Howard Zinn, Martin Sheen, tra gli altri). Il fatto è che se a parlare, da dietro le sbarre, è un giornalista, ex-presidente della Philadelphia Association of Black Journalists, rischiano di saltar fuori delle verità sgradevoli. Per esempio che nel 2010 la maggioranza dei maschi afroamericani tra i diciotto e i quarant’anni sarà finita in prigione. E lo Stato farà affari giganteschi con l’industria dell’incarcerazione. Oppure quei deliziosi ritratti d’interno di un carcere di massima sicurezza. Cosa significa vivere a decine di miglia di distanza dal primo centro abitato. Le perquisizioni. I soprusi. La vergogna. Non sappiamo se Abu-Jamal riuscirà a spuntarla. A favorirlo ci sono gli abolizionisti, le radio popolari e democratiche, Amnesty e l’Unione Europea. Un movimento trasversale schierato contro il progetto conservatore di una società che prevede più carcere e meno povertà. (R.Sa.)  


BORGES AND I  
L’ultimo colore rimasto a Borges è il giallo. Sapeva che la cecità lo avrebbe colpito verso la fine, come era successo ai suoi familiari, era preparato. I primi ad andarsene furono il nero e il rosso e fu lasciato col verde, il blu e il giallo. Il giallo è stato l’ultimo. Uno a uno li dice, così come gli si sono sottratti, con un inglese addolcito che serpeggia fra le labbra rilassate dal tempo. La cornice è quella di “Borges and I” (regia di David Wheatley, Home Vision, 1983, col., 76 minuti), filmato nel quale lo scrittore argentino è raccontato attraverso una drammatizzazione delle sue pagine più celebri, spesso attraversate dal tema del doppio. Storie di maschere, labirinti, specchi che chiama “i soliti vecchi trucchi”, quasi scherzandoci sopra. Perché “la letteratura è un gioco che va fatto seriamente”, d’accordo con Stevenson. Anche la lettura è una questione di gradimento, glielo ha insegnato il padre: “leggi quello che ti piace e se un libro ti annoia lascialo perdere”. Insomma, in letteratura, a sentire Borges, non servono tanti cavilli. Per scrivere, lui stesso, si trova col dono di un incipit e della conclusione. “Il resto è invenzione”. Da H.G. Wells ha imparato che il racconto fantastico consiste di un elemento - fantastico anch’esso - e il resto sono luoghi comuni. Sintetizza così il credito che la gente gli riserva, il fatto di essere preso sul serio: “Sono sudamericano, vecchio, poeta e cieco”. Qui lo vediamo intervistato in casa sua, un appartamento modesto che si affaccia sulle strade chiassose di Buenos Aires. Le immagini illustrano la sua scrittura che rivela una mente di straordinaria chiarezza e conoscenza. È un’occhiata dentro la vita reale dello scrittore, tramite la macchina da presa che si sofferma sui luoghi e gli accadimenti che hanno acceso la sua immaginazione. Una maniera privilegiata per cogliere i riferimenti fra i racconti e l’esperienza personale di Borges, un tentativo di conciliare l’immagine pubblica e quella privata. Non solo un documento per appassionati, anche un catalogo di immagini di grande valore fotografico, capaci di trattenere lo spirito fermo e leggero del poeta. Tre anni prima della morte, in un’atmosfera non distante dalla magia della sua parola scritta. (Barbara Pezzopane)  


GABRIEL GARCÍA MÁRQUEZ - TALES BEYOND SOLITUDE
Lo strillone colombiano si sgola per caldeggiare ai passanti l’acquisto di “El generale en su labirinto”, l’ultimo libro di Gabriel García Márquez. Settecentomila copie in edizione rilegata come prima tiratura. Un bel numero, per dire che il boom della letteratura latinoamericana comincia in patria per poi proseguire in altre quindici lingue. Ad Aracataca, nel nord ovest della Colombia, Gabo è esempio e materia di canto per i ‘vallenati’, moderni trovatori che per strada narrano le storie della vita reale. Nel video Tales beyond solitude (diretto da Holly Aylett, Home Vision, 1989, col., 59 minuti), uno di loro intrattiene i passanti a suon di fisarmonica, cantando che: “Nel nuovo libro di Gabo/ che dicono stia per pubblicare/ io appaio come un gitano/ e il mio cuore come una calamita”. Lo scrittore è interpellato sul divano di casa sua, in una rara intervista montata insieme a contributi cinematografici, giornalistici, documentari. Bianco e nero a Cuba dove è con Castro a rilanciare il cinema del continente. Così pure nei panni di bigliettaio in una sala di proiezione locale, nel film “There are no thieves in this town” del ’64, la sua prima sceneggiatura. Col regista Fernando Birri sul set di “The very old man with enormous wing” (1988), che in pochi spezzoni rischia di far precipitare al suolo cielo e angeli mitteleuropei. Ancora, passano le scure sequenze di “Erendira” (1982, Ruy Guerra), presidiate da un’aspra Irene Papas nel ruolo della “nonna snaturata”. Da qui alla comparsa di Márquez di fronte all’Accademia di Svezia, lo scarto di una messa a fuoco linda e solenne celebra che ce l’ha fatta: è il quinto Nobel dell’America latina. I temi del filmato e della testimonianza sono il cinema, la letteratura, ciò che li separa: “Mi hanno detto: ‘Ursula Iguaràn è proprio come mia nonna’ oppure ‘il colonnello Buendìa è preciso al padre di un mio amico’. Allora, mi accorgo che questi personaggi stanno vivendo. Il cinema non può fare questo. Non sono molte le persone che hanno un nonno che assomiglia a Robert Redford”. Sempre a proposito di cinema, Márquez confessa quanto importante sia stata per lui l’esperienza del montaggio, proprio ai fini della costruzione letteraria. Infine, traccia la strada per il cinema sudamericano negli Stati Uniti. La strategia deve essere continentale perché “Abbiamo un’arma che gli Usa non hanno: l’esplosione demografica”. Ma al di là dei generi ciò che conta è raggiungere le persone. Film, musica, letteratura, telenovelas hanno la stessa finalità: “In una sola notte una puntata di telenovela può essere seguita, solo in Colombia, da dieci, quindici milioni di persone. La vendita di tutti i miei libri non raggiunge i quindici milioni”. E poi ancora: “Il genere è buono, è quello del romanzo di Dickens, di Dostoevskij. Visualizzato. Il mezzo va usato”. Il tutto detto in lingua madre, con sottotitoli e voce fuori campo anglofoni. Un documento prezioso per scrittori e cineasti in erba, un viaggio unico che punta dritto al cuore della ‘soledad’. Quella che Márquez altrimenti racconta come “mancanza di risorse convenzionali”. (B.Pe.)  


JORGE AMADO - LETRA & MUSICA
La letteratura brasiliana non vegeta. La ‘Bahiatursa’, l’autorità  di Bahia, in accordo col Ministero della cultura e del turismo, e lo studio di registrazione ‘Sons Da Bahia’, ha celebrato il suo figlio prediletto. Jorge Amado Letra e Musica (Warner Music Brasil Ltda, 2000) è un disco dedicato allo scrittore che sembra aver conquistato la gratitudine dei musicisti sudamericani. Al tributo di Gilberto Gil che si rivolge a Jorge, “nostro prosatore”, romanziere del popolo, “ammirato, celebrato, amato”, fa eco il saluto di Caetano Veloso e di molti altri (Amado ha conosciuto anche Vinícius De Moraes e Tom Jobim). Il canto malinconico evoca i personaggi e i luoghi romanzeschi di Amado, mentre l’infrangersi lontano del mare riporta alla mente spiagge deserte, guizzi di allegria, balli e corpi. Il progetto è un esempio di tecnologia multimediale e integrata. La (presunta) arretratezza dell’(ex) terzo mondo dovrebbe farci riflettere sullo stato, quello sì, disastrato, della nostra condizione. Nel frattempo, il governo di Bahia procede spedito verso il pieno coinvolgimento dei suoi intellettuali. Rischiamo il sorpasso. Se non di essere doppiati. 
(Lucio Severi)        
 


MARTYN MYSTÈRE & BORGES - IL LIBRO DI SABBIA, L’ALEPH
I puristi scalpitano. È uno scandalo. Mescolare sacro e profano, la letteratura ‘alta’ con un fumetto seriale! Enrico Lotti, Andrea Pasini e Paolo Morales, rispettivamente sceneggiatori e disegnatore di Martin Mystère, ci hanno provato lo stesso. A svelare il segreto de “L’aleph” (Il libro di sabbia e L’aleph, Martin Mystère n.154-155, 1995), una delle meravigliose invenzioni di Jorge Luis Borges. L’hanno fatto con accortezza, fedeli all’erudizione fantastica che piaceva tanto al maestro argentino. Da un saggio ormai celebre di Umberto Eco, “Apocalittici e integrati”, hanno ripescato il personaggio di Milo Temesvar - studioso emerito e autore di “Le fonti bibliografiche di J.L. Borges”-, per farlo incontrare col detective dell’impossibile. Temesvar, scampato a una carneficina organizzata dagli ‘uomini in nero’, l’agenzia che si occupa di conservare i più antichi segreti umani, racconta a Mystère di essere sulle tracce dell’aleph, che sarebbe custodito nella Biblioteca Nazionale di Buenos Aires. Trovarlo non è facile. Sarà una ricerca lunga, piena di false piste e vicoli ciechi. Ma una volta di fronte all’aleph, Temesvar, Mystère e Java sperimentano una sensazione di “infinita venerazione, infinita pena”. Categoria chiave della narrativa di Borges, la riduzione dell’universo a un evento letterario, a un libro o a una serie di simboli, l’aleph viene rielaborato nel fumetto Bonelli attraverso i temi della cospirazione, della paranoia del sapere, di un mondo in mano alle forze del terrore che impediscono la rivelazione della verità. Ma forse è stato meglio così. L’abbacinante visione della conoscenza assoluta, per la sua stessa potenza, rende cieco chi la subisce. Com’è accaduto all’attuale bibliotecario e a tutti i suoi predecessori (Borges compreso). Fumetti, dunque. Sempre più spesso, forme in equilibrio tra divulgazione e creatività. (L. Se.)


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