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Storie da leggere

INTERVISTE | PATTI SMITH

“Con Rimbaud ho sognato a occhi aperti, era come il mio ragazzo”

Registrata a notte fonda in un albergo di Lowell,
nel Massachussetts, il 6 ottobre 1995 e il giorno seguente
sul sedile posteriore di un’auto diretta a Boston,
ecco un’intervista, anche se sarebbe più appropriato
dire “conversazione”, fra il leader dei Sonic Youth
Thurston Moore e la sacerdotessa del rock. Un lungo
e sbracato faccia a faccia fra i due musicisti, che
insieme raccontano un pezzo di storia della musica
e del costume. Come se foste a casa loro.


tm come avrebbe condotto questa intervista lester bangs?
ps molto tempo fa lester scrisse un articolo proprio carino su di noi intitolato “stagger lee era donna”, ma poi ci si è rivoltato contro perché era convinto che con “radio ethiopia” avessimo venduto troppo. tutti lo pensavano, pensavano che ci fossimo convertiti all’heavy metal. e nel frattempo quel disco vendeva 30.000 copie perché nessuno voleva metterlo sugli scaffali per la frase “pissing in a river”.

tm 30.000 copie sono un bel risultato o un brutto risultato?
ps patetico.

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Patti Smith: “Tutto era cominciato grazie al basso Danelectro color rame di Richard Hell, che avevamo comprato da lui per quaranta dollari; mi ero messa in testa di suonarlo e visto che era piccolo avevo pensato di potermela cavare. Lenny [Kaye ndr] mi aveva mostrato come suonare un mi, e mentre battevo la nota avevo recitato il verso: “Jesus died for somebody’s sins but not mine” […] Lenny aveva iniziato a strimpellare i classici accordi del rock, mi, re, la e il connubio tra accordi e poesia mi aveva entusiasmato. Tre accordi fusi col potere della parola. ‘Questi accordi possono andare bene per una canzone vera?’ ‘Soltanto per le più gloriose’, aveva risposto lui…”

tm aveva venduto più di “horses”?
ps no, fu un vero fallimento.

tm era un disco strano con quella foto grigio-argento…
ps quella foto l’aveva scattata judy linn.

tm era strano per il suo tempo, per una major come quella. sembrava un disco con molte influenze degli mc5, non c’era niente del genere in quel periodo.
ps ricordo che lenny diceva che una delle canzoni era influenzata da “black to comm”. non avevo mai sentito parlare degli mc5, non li conoscevamo nel new jersey. fu lenny che me li fece conoscere. lenny mi ha presentato a fred. fred era in piedi davanti a un termosifone bianco con un giaccone blu navy, lo stesso giaccone che compare nella canzone “godspeed”. “walking in your blue coat, weeping admiral” – quello è fred.

tm ricordo un articolo di quel periodo su “creem” riguardo una lettera d’amore che avevi mandato a fred.
ps sì, diceva “luce ed energia racchiuse”. non potevo credere che l’avessero scoperta. ti racconterò di quando lo incontrammo, il 9 marzo 1976. è un sacco di tempo fa, quasi venti anni…

tm come stanno i tuoi figli?
ps amo i miei figli. mi piace averli intorno. possono farti diventare matta sul serio e allo stesso tempo sono una grande responsabilità, ma è meraviglioso guardare le loro piccole cose. è come un film che non potrai più rivedere. lo guardi andare in onda e pensi che sarà sempre così e poi…

tm e poi finisci per vedere “kids”.
ps ah ah – o uno dei tuoi figli si trasforma in uno dei personaggi di “kids”.

tm hai mai aspirato a diventare una star del cinema?
ps no, ma volevo recitare in un film di godard. in effetti mi aveva chiesto di prendere parte a un suo film ma avevo appena smesso di lavorare con la band ed ero in un periodo di contemplazione e non potevo. ma ho avuto questo onore. volevo interpretare jo in piccole donne. mi piacerebbe fare un film, ma dovrebbe trattarsi di un radio-ethiopiafilm meritevole, o dovrei avere un ruolo meritevole, oppure dovrebbe esserci jeremy irons.

tm jeremy irons?
ps sì, è davvero bravo. e anche sua moglie, sinead cusak, è bravissima.

tm ti piace il basket?
ps non fino al mio trasferimento in michigan. il primo anno in cui ho vissuto in michigan ci fu la grande sfida dei college tra larry bird e magic johnson, e quella fu una grande serie di partite. fred e io vivevamo all’hotel cadillac, ce ne stavamo seduti sul pavimento e non avevo idea di cosa stessimo guardando e gli dissi “non ti piacciono gli sport, vero?” ero in fissa per i detroit pistons. adoravo dennis rodman, adoravo james edwards, adoravo la squadra di detroit. pensavo che, nello sport, far parte di una squadra è un po’ come far parte di un gruppo rock, lo credevo davvero, davo per scontato che nello sport le squadre fossero come i gruppi rock. sai, non ti piace vendere il tuo bassista… non sapevo che accadesse quel genere di cose e mi innamorai a tal punto che imparai a conoscere tutta la squadra, i loro nomi, i soprannomi, eccetera… e alla fine se ne sbarazzarono. non potevo crederci. avevano vinto due campionati e poi erano impazziti e avevano venduto i giocatori. erano grandi, adoravo quella squadra, quei pistons. ho pianto quando sono stati venduti tutti. poi andavo matta anche per la squadra dell’università del michigan.

tm cosa pensi di tutto il dibattito sulla censura riguardo i genitori offesi da testi pornografici?
ps dico mettete tutto in un enorme pick-up, portatelo in una discarica e dategli fuoco. non posso parlare per i giovani, posso soltanto esprimere il mio punto di vista. guardo quello che succede oggi e in qualche modo mi sento, non avendo osservato molto gli anni ’80, come rip van winkle che si addormenta negli anni ’70 e si sveglia nei ’90. le cose sembrano essere del tutto aperte. quando ero bambina sembrava che si fosse molto più tagliati fuori dal mondo degli adulti.

tm quindi qual è il primo disco in assoluto che hai comprato?
ps il primo singolo che abbia mai posseduto era “shrimp boats” di harry belafonte, poi mi ricordo di “the money tree” di prudence and patience e poi, mi imbarazza abbastanza, “climb up” di neil sedaka. adoravo quella canzone “climb up way high”. il primo album che scelsi e mia madre mi comprò era un box di “madama butterfly”. mi piaceva molto e lei lo aveva comprato apposta per me, era una cosa meravigliosa. me lo aveva comprato quando ero malata – ho ricevuto sempre grandi dischi quando ero malata. ho avuto “madama butterfly” quando presi la scarlattina – amavo l’opera; poi quando mi ammalai di nuovo, ricevetti “my favorite things” di john coltrane – era un ottimo disco da “malattia”. e poi, un’altra volta, mi portò a casa dal lavoro questo disco, faceva la cameriera al banco in un emporio dove c’era una cassetta delle occasioni per dischi usati, e mi disse “ti ho preso questo disco, non ho mai sentito parlare di questo tipo, ma ha l’aspetto di qualcuno che può piacerti” e si trattava di “another side of bob dylan”. lui mi piaceva davvero, e mi piaceva perché era vivo. tu sai che amavo rimbaud, e lo amavo così tanto che gli avevo dedicato tanti, tanti dei miei sogni a occhi aperti da ragazzina. ma non importava perché allora non c’era mai verso di avere un ragazzo. se hai 15 o 16 anni e non puoi avere il ragazzo dei tuoi sogni, devi solo sognarlo a occhi aperti tutto il tempo. qual è la differenza se è un poeta morto o un ragazzo più grande? qual è la differenza? se ad ogni modo non puoi avere nessuno dei due, ti fai solo una proiezione di uno dei due. almeno bob dylan… era un sollievo fare sogni a occhi aperti su qualcuno che era vivo.

tm ma fondamentalmente irraggiungibile.
ps sì. da giovane amavo il mio rimbaud e con lui sognavo a occhi aperti. era come se fosse il mio ragazzo. dico davvero, sai, trascorrevamo insieme tanto tempo. sai, sul canale di suez.

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“William Burroughs era giovane e vecchio al contempo. In parte sceriffo, in parte investigatore privato. Scrittore tutto d’un pezzo. Possedeva una cassetta di medicinali che teneva chiusa a chiave, ma se avevi un dolore, allora l’apriva; non gli piaceva vedere i suoi beneamati soffrire. Se eri debole, ti sfamava. Compariva alla tua porta con un pesce avvolto in carta di giornale e lo cucinava. Era inarrivabile per una ragazza, ma io lo amai comunque. Si accampava dentro il Bunker con la macchina da scrivere, il fucile e il soprabito; di tanto in tanto si infilava il cappotto, ci portava a spasso e si accomodava al tavolino che gli avevamo fatto riservare sotto il palco”

tm hai mai visto john coltrane?
ps sì, una volta a philadelphia. c’erano questi due jazz club l’uno vicino all’altro, il pep’s e lo showboat, e dovevi avere diciott’anni per entrare. io stavo spesso con quelli del jazz club, erano persone fantastiche, alcune erano più vecchie o, almeno, sembravano più vecchie. coltrane veniva in città all’uscita di “my favorite things” nel ’63, e a philadelphia era una star, così mi vestii, queste persone mi aiutarono a vestirmi, e non avrei mai fatto questo per nessun altro se non per lui. cercavo di sembrare più grande ma in fondo ero una ragazzina con trecce e maglia scollata. entrai per quindici minuti e lo vidi, poi mi chiesero un documento e mi sbatterono fuori. ma lo avevo visto per quindici minuti. penso che stesse suonando “nature boy”. mi sembrava di essere in paradiso vedendoli, elvin jones e mccoy tyner e non mi disturbò nemmeno il fatto che fossi stata cacciata perché non avevo mai pensato che sarei riuscita a entrare.

tm immagino che in quel periodo la cultura giovanile avesse molta familiarità col jazz.
ps era una cultura ristretta. i ragazzi che erano troppo giovani per il beat e troppo vecchi per i beatles si buttarono sul jazz.

tm conosci questi gruppi che si fanno chiamare “riot grrl” band?
ps adesso so che esistono ma non saprei dirti nulla di loro. è una cosa positiva?

tm sì, si tratta di una rete di persone parecchio orientate sul concetto di band. il suo scopo principale, il suo programma, è la diffusione dell’auto-aiuto e di temi sociali per le donne giovani. ed è interamente ispirata al punk-rock.
ps beh, è confortante saperlo. spero ce ne siano molte. io mi preoccupo dei ragazzi, non solo perché mi preoccupo dei miei figli. e non solo di tredicenni. mi preoccupo di tutti, in effetti penso a loro. per certi versi suppongo non siano affari miei.

tm sono affari tuoi nel senso che è una responsabilità naturale. finché costituisci un’influenza positiva. quando voi ragazzi uscivate e dicevate “combattete la giusta battaglia”, pensavo fosse meraviglioso. avevo diciotto anni e pensavo “sì. sembra una buona cosa, la metterò in pratica”.
ps beh, immagino che abbiamo fato una o due cose giuste. ti ho mai parlato di curly, la mia piccola esca per pesci preferita?

tm no.
ps era viola e aveva una coda arricciata a forma di “q” . la lanciavo ed entravamo in telepatia, parlavamo là sotto e mi piaceva perché stavi fuori per tanto tempo senza parlare, perché ti concentravi. mi lanciavo in conversazioni tanto profonde con quell’esca che in effetti riuscivo a vedere nell’acqua, riuscivo a vedere i pesci nascondersi. era come quella poesia di herbert huncke su jack kerouac e il suo blocco per appunti. quell’esca era come un’estensione di me stessa, la adoravo. se una volta vieni in michigan ti farò vedere curly, è l’esca più incredibile del mondo, sai quello che la gente dice, che certe esche catturano il pesce, la mia non ha mai preso niente, ma eravamo solite fare grandi riflessioni. mi raccontava cose tipo che una volta era andata a pesca con arnold palmer.

tm cambierò ancora una volta argomento. quando hai incontrato per la prima volta bob dylan?
ps è stato nel backstage del bitter end, un piccolo locale, e noi non avevamo ancora un batterista, sapevamo quello che stavamo facendo ma non avevamo ancora un contratto.

tm lo hai visto tra il pubblico?
ps qualcuno ci disse che era lì. avevo il cuore che batteva all’impazzata e diventai insofferente all’istante. fu incredibile, suonammo benissimo e avevo fatto un paio di riferimenti, di accenni indiretti per far capire che sapevo che c’era. alla fine venne nel backstage, cosa che fu molto gentile da parte sua, e mi si avvicinò mentre io continuavo a muovermi nervosamente. qualcuno disse che eravamo come due pitbull che giravano in cerchio. sai, ero solo una mocciosa. avevo un’altissima concentrazione di adrenalina, molta adrenalina e lui disse qualcosa come “ci sono poeti qui intorno?” e io risposi “non mi piace più la poesia. la poesia fa schifo!” mi ero comportata proprio come un’idiota e pensavo che non mi avrebbe mai più rivolto la parola. il giorno seguente, o quello dopo ancora, sulla copertina del village voice uscì una foto di noi due scattata da qualcuno quella sera. il fotografo aveva immortalato dylan con le braccia intorno a me. sai, per i suoi tempi era una foto fantastica, di quelle in cui tutt’e due sembravamo stupendi. era un sogno che si era avverato ma mi ricordava ancora come mi fossi comportata da idiota. qualche giorno dopo stavo camminando per la strada del bottom line e lui mi chiese della mia poesia ‘dylan’s dog’, di cosa parlava e poi si mise le mani nel giubbotto – indossava gli stessi vestiti che aveva quando fu scattata la foto, quelli che mi piacevano molto, è questo che mi piace in un uomo – e tirò fuori la foto di noi due comparsa sul village voice e disse “chi sono queste persone? tu sai chi sono?” e mi sorrise, allora ebbi la certezza che era tutto a posto. fu davvero carino. quindi… spero si prenda cura di se stesso, è quello che gli auguro. una volta andai a vedere joan baez nel lontano 1964, o qualcosa del genere, il che era la cosa più hippie da fare per una ragazzina della mia età, oltre a infiltrarsi a una serata di coltrane. in effetti andai a vedere joan baez, era abbastanza brava, era in un tendone e con lei c’era questo ragazzo, bobby dylan. fu quella la prima volta in assoluto che lo ascoltai, prima che mia madre mi regalasse il disco. aveva i capelli più corti e la sua voce era come quella di una motocicletta che attraversa un campo di grano.

tm sai, una volta a un tuo concerto a waterbury in connecticut mi sono aggrappato alla tua caviglia. è stato durante un bis mentre tu cantavi “my generation”, c’era il finimondo ed eri così vicina che mi sono allungato e ho afferrato la tua caviglia ma ero talmente allucinato, come se stessi andando troppo oltre, e lasciai la presa.
ps eri un “giovane sonico”.

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Thurston Moore: “Conobbi Patti Smith all’epoca di ‘Horses’. Avevo 19 anni ed è stata una di quelle esperienze che ti cambiano la vita. Lei era come un gatto selvatico, con quella giacca appesa alla spalla”. A proposito di quella copertina, Patti Smith racconta che mentre Robert Mappelthorpe cercava la posa giusta per la foto, a un certo punto le disse: “‘Sai una cosa, mi piace molto il biancore della camicia. Ti toglieresti la giacca?'” Allora lei si gettò “la giacca in spalla, alla Frank Sinatra. Avevo un mucchio di riferimenti visivi. Robert possedeva luce e ombra. ‘Eccola’, disse. ‘Ce l’ho’. ‘Come fai a saperlo?’ ‘Lo so e basta’. ‘Questa ha la magia’”

tm quando abbiamo scelto questo nome la parola sonic non era così comune come lo è adesso. c’era sonic boom o cose del genere, sai, come termine tecnico ma come termine riferito al rock’n’roll io sapevo solo di sonic smith.
ps fred lo adorava. lo diceva sempre “lo hanno preso da me!” e io rispondevo “beh, non puoi esserne certo”. era una fonte di orgoglio per lui. lui era sonic.

tm la mia sola altra interazione con te è stata il trovarmi al bleeker bob’s negli anni ‘70 quando sei entrata con gli occhiali da aviatore e un pezzo di pizza in mano e bleeker bob ti ha mostrato una copertina di un disco con una foto di ian dury e tu hai risposto “non ascolto musica di persone che non voglio scoparmi”.
ps ah ah ah, sì ero io.

tm poi, eccoti un’altra storia. una volta venni a vederti al cbgb’s ed era stracolmo, voi ragazzi usciste e tu indossavi pantaloni neri di pelle. quella sera siete stati del tutto devastanti.
ps era perché avevo pantaloni nuovi.

tm siete stati del tutto devastanti, quella sera spaccaste proprio. io me ne stavo lì tipo a mordermi il labbro inferiore perché era una scena molto intensa e tu guardasti dritto verso di me e a tua volta ti mordesti il labbro come se volessi dire: “ti mostrerò come morderti il labbro, ragazzo”.
ps ero orrenda. sono felice di essere carina adesso.

tm beh, io non pensavo che fossi cattiva.
ps beh, ti avevo preso di mira.

tm e quella sera venne anche william burroughs.
ps mi ricordo quella sera!

tm e venne con la sua comitiva e il posto era proprio stracolmo. tutti i tavoli erano occupati, la gente stava in piedi dappertutto e le persone del cbgb’s si gettarono nel mezzo di quel marasma e dissero “via di qua, tutti fuori dai piedi” andatevene! andatevene! andatevene!” spingevano le persone dalle sedie e noi ci chiedevamo “che cazzo succede?” e poi entrò william burroghs, quel vecchio gentiluomo e i suoi amici, e si sedettero tutti diplomaticamente al tavolo.
ps me lo ricordo. ero al settimo cielo quella sera perché era venuto william. e sai dopo che mi ha detto? mi ha detto “patti, sei una chanteuse notevole”. lo vidi appena, era incantevole, sembrava il protagonista in bulli e pupe, sembrava proprio bello. una volta mi sono aggrappata alla caviglia di brian jones. era nel 1964 o ‘65 e loro suonavano con patti labelle e le bluebelles nell’auditorium di un liceo del new jersey meridionale. il palco era alto esattamente quanto la mia vita e tutto quello che c’era erano sedie pieghevoli e circa 450 persone. sai che negli auditorium dei licei hanno piccole bandiere su ogni lato, la bandiera americana e quella della scuola? quella era ancora su. non era che un piccolo posto. patti labelle cantò per prima e io non avevo mai visto i rolling stones e, a dire il vero, ero molto eccitata all’idea di vedere patti labelle, perché nessuno sapeva proprio niente dei rolling stones. la cosa strana di tutto ciò è che l’unica altra volta che sono andata a vedere qualcuno che non fosse joan baez si è trattato di una rivista della motown. non avevano un pubblico come quello dei concerti dei bianchi, era come… tu andavi a una scuola di ballo e le persone muovevano le labbra in sincrono. come se gary us bonds cantasse “quarter to three” in playback, proponesse il suo hit e se ne andasse e a te non rimanesse che ascoltare il disco e ballare. poi te ne andavi all’aeroporto ed era cinque dollari per corsa e arrivava l’autobus, l’autobus della motown, e in un giorno solo potevi vedere little stevie wonder, ben e. king, nel sud del new jersey bisogna andare dalle parti dell’aeroporto o anche a philadelphia. e poi c’era in giro il jazz, ma non si poteva parlare di concerti come quelli rock… almeno non nel sud del new jersey. io non ne avevo mai sentito parlare. dunque, quando andavi all’aeroporto, per la stragrande maggioranza, i ragazzi erano neri. c’era un posto chiamato airport drive-in, era tutto arrangiato e lo tenevano aperto solo d’estate. me ne stavo seduta lì e all’improvviso realizzai che c’era qualcosa di strano. diedi un’occhiata alla gente e mi accorsi che c’erano soprattutto ragazze bianche, non avevo mai visto niente del genere, mai, proprio non mi era mai capitato. sapevo che c’era qualcosa di strano ma tutti erano educatamente seduti durante lo show di patti labelle, nessuno ballava o faceva alcunché, era come se fosse tutto in ordine. ad ogni modo i rolling stones salirono sul palco e accadde qualcosa a cui ero completamene impreparata. tutto d’un tratto le ragazze cominciarono a urlare e a correre verso il palco. io avevo un posto in prima fila, una sedia pieghevole proprio davanti al palco. non avevo scelta, quelle mi spinsero a lato del palco, non avevo mai visto niente del genere ed ero così imbarazzata, si comportavano da invasate, urlando. una ragazza si ruppe la caviglia. voglio dire non ero mai… ero in mezzo al nulla, niente di ciò che avevo letto, di ciò che avevo sentito… era come una sorta di isteria collettiva che avevano appreso leggendo delle persone che andavano a vedere i beatles o roba del genere. o poteva anche essere che gli piacessero davvero i ragazzi sul palco.

tm penso che forse le cose stavano così.
ps solo che si comportavano in maniera imbarazzante.

tm devono aver fatto tremare quando sono saliti sul palco.
ps mick jagger sembrava molto nervoso. non avevo mai assistito a niente del genere. prima di tutto sul palco c’erano tutti ragazzi bianchi. non avevo mai visto una rock band in carne e ossa o cose simili perché tutto ciò che potevi vedere erano cose tipo le riviste della motown in cui si indossavano costumi o completi come di sagrì. vedere quei ragazzi sul palco, con i capelli lunghi… avevano un aspetto fantastico, davvero fantastico e il più buffo era keith perché era giovane e nervoso, con grandi orecchie, i brufoli, e bei denti da cavallo, ma io adoravo brian jones. brian era seduto a terra a suonare il sitar, uno di quei sitar elettrici alla ventures, per qualche canzone. era seduto a terra a suonare qualcosa e queste ragazze continuavano a spingermi, e spingermi, e spingermi e mi spingevano proprio sul palco e allora mi sentii sprofondare, stavo per essere calpestata e in totale disperazione mi alzai e afferrai la prima cosa che mi capitò sotto gli occhi ed era la caviglia di brian jones. alzai lo sguardo e lo vidi che suonava con la mia mano su di lui, ma non tentavo di afferrarlo per raggiungerlo, lo afferravo per salvarmi. lui mi guardava, io lo guardavo, sorrideva, mi stava sorridendo. la mia storia su brian jones. ora devo andare a dormire. ho conosciuto persone ai cui concerti andavo da ragazza e quando succede racconto di quando andavo a vederli e sembrano sempre odiare quelle storie. invece a me piacciono molto, mostrano la possibilità che si verifichi ciò che ho sempre creduto del palco, un luogo in cui non ci dovrebbe essere una linea divisoria tra il pubblico e il performer, come se non esistesse un contrasto. se poi un giorno incontri quelle persone e ci fai amicizia, penso sia una bella cosa. ovviamente io non volevo diventare amica di tutti loro, voglio solo dire che se queste cose accadono in maniera selettiva, è carino… mi piace ascoltare queste storielle e intendo dire sarebbe ancora più meravigioso se non mi piacessero. ma… io stavo magnificamente e poi… non più. ma dimmi, dove vi siete incontrati tu e kim?

tm ci siamo conosciuti tramite un’amica comune. io suonavo in una band che si chiamava coachmen e uscivamo dalla scena no wave.
ps cos’è la no wave?

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Patti Smith con il suo idolo Bob Dylan. I due si incontrarono per la prima volta nel backstage del Bitter End, dopo un concerto durante il quale la Smith aveva inequivocabilmente avvertito una presenza: “La fiutai con la stessa sicurezza di un coniglio che sente un segugio. Lui era là. Tutto a un tratto compresi la natura dell’elettricità che caricava l’aria. Bob Dylan era nel locale. Questa consapevolezza ebbe uno strano effetto su di me. Invece di scoraggiarmi, mi diede una grande carica – forse la sua. E come se non bastasse mi resi conto di quanto valessimo io e il gruppo. Mi parve una notte d’iniziazione, in cui io divenni me stessa alla presenza di colui al quale mi ero ispirata”

tm contortions, dna, lydia lunch, i mars…
ps oh, me la sono persa

(lenny kaye) – in effetti noi abbiamo prodotto i mars per la mer (etichetta indipendente diretta dal patti smith group) ma non l’abbiamo mai pubblicato.
ps davvero?

tm quine ha prodotto il singolo dei mars ed è un grande singolo. erano la next generation del downtown di new york.
ps ero sull’onda di fred a detroit. l’inizio degli anni 80… non potrei raccontarti niente di quanto è accaduto in quel periodo.

tm c’erano tutti quei ragazzi usciti dalle scuole d’arte che si trasferivano a new york e influenzavano la scena (musicale). blondie diventò radiofonica e… sai… e crearono questa musica realmente brutale, nichilista e la chiamarono no wave. si trattava di noise rock atonale suonato da personalità eccentriche.
ps sembra che avrei potuto trovare lavoro.

tm era totalmente anti rock.
ps penso che in fondo tutto sia buono, alla fine.

tm hai molti amici a new york?
ps sì, ho molti nuovi amici e un paio di vecchi. molti dei miei amici di new york sono morti. voglio dire se ne sono andati, odio dire morti. molti di loro se ne sono andati ed è vero. perché il mio amico a new york era robert, era il mio miglior amico, e mi piaceva molto richard. e ogni volta che tornavo a new york, dopo il trasferimento a detroit, ero sempre eccitata nel guardare l’orizzonte perché sapevo che in qualche posto di quella città robert stava lavorando o andando in barca o qualsiasi altra cosa stesse facendo. e anche richard era lì e come lui molta altra gente. (ora) ho lenny, ho raymond, ho oliver.

tm immagino che quando adesso vieni a new york è una situazione completamnte nuova. per me adesso è del tutto diversa da com’era quindici anni fa.
ps in realtà mi piace tornare a new york per un motivo in particolare, perché è sempre la stessa, ed è questa la ragione per cui la amo. adoro passeggiare, passo davanti ai caffè e altri locali e la gente dice semplicemente “ciao patti”, proprio come quando cresci nel tuo quartiere. non parlo di quelle persone che ti chiedono qualcosa, ma di quelle che non ti conoscono e ti dicono ciao, persone di tutte le età. mi trovavo proprio sulla 6th Avenue e davanti a me camminavano un padre e un figlio. all’inizio mi limitai a guardarli, solo per il piacere di vedere un padre e un figlio camminare insieme, e il ragazzino aveva un cappellino da baseball. li vedevo solo di spalle, non sapevo di cosa stessero parlando ma mi sentivo attratta dalla loro conversazione, non riuscivo nemmeno a capire di cosa parlassero ma ne ero attratta, poi ebbi la sensazione che non avrei dovuto farlo, quindi cominciai a passare oltre. il mio orecchio era ancora attratto da loro e loro parlavano di me. il padre e il figlio stavano chiedendosi se ero io o meno quella che camminava per strada. il ragazzino aveva circa otto o nove anni ma era uscito l’articolo del village voice – sai, quel tipo di cose. cominciarono a parlarmi e il ragazzino era tutto precisino. erano settimane che volevo sapere chi era stato scelto per il draft nba perché io e fred di solito lo vedevamo sempre ma quell’anno me l’ero perso. avevo continuato a chiedere in giro ma nessuno sapeva chi erano le scelte dell’nba, volevo sapere come erano andati i ragazzi dell’università del michigan e nessuno lo sapeva, allora guardai quel ragazzino che aveva in testa un cappello da baseball e dissi: “hai idea di chi è stata la prima scelta del draft nba?” e lui sì, lo sapeva e me lo disse. lo guardai. il suo cappellino da baseball non era quello degli yankee e chiesi “per chi tifi quest’anno?” e lui rispose: “cleveland” e io dissi “sì. vedrai andranno alle world series”. tu che pensi, ce la faranno?

tm me lo auguro. per te.
ps sì anch’io. non sarebbe grandioso se vincessero sul serio? quel ragazzino saprebbe che non gli ho mentito. per un periodo sono diventata così esperta di sport che avrei potuto presentare uno di quei programmi sportivi dignitosamente. una volta mi faceva diventare matta, lo odiavo. mio padre ascoltava sempre quei programmi e fred – viaggiavamo in macchina per chilometri e chilometri e io speravo che mettesse un po’ di musica, ma per ore intere dovevamo ascoltare quel lamento sullo sport. ma in effetti ho imparato abbastanza. ho una gran fame… mi fa piacere vedere che anche tu sei affamato. io ho sempre fame. due cose: prima, molte persone sono vegetariane, il che penso sia una cosa meravigliosa, ma io non lo sono e mangerei di tutto. E seconda: ho sempre fame.

tm sai, non penso che il dalai lama sia vegetariano.
ps l’ho visto mangiare fettuccine, ma penso che mangiasse fettuccine con sugo di carne.

tm conosco qualcuno che ha trascorso un po’ di tempo con il dalai lama. mi ha detto che hanno fatto un piccolo barbecue e a lui è piaciuto molto. e mi ha anche detto che mentre mangiavano fuori c’era un gatto che guardava attraverso la zanzariera e durante la cena lui continuava a guardare il gatto dicendo “non dovremmo dare qualcosa da mangiare a questo gatto?” era molto preoccupato per il gatto. penso che questo fosse molto in linea con la sua filosofia.
ps lo adoro. quando avevo circa dodici anni dovemmo sceglierci uno stato e fare una relazione. quello sarebbe stato il nostro stato per tutto l’anno e dovevamo ritagliare tutti gli articoli che lo riguardavano. ognuno di noi doveva scegliere uno stato e io scelsi il tibet e la mia insegnante disse: “no”. tutti cominciarono a ridere, “non è uno stato”. sai com’è. e la maestra mi disse “no. non puoi scegliere quello stato perché non c’è niente al riguardo. nessuno ne ha mai sentito parlare”. si presumeva che dovessimo realizzare un progetto enorme. e io risposi: “le troverò”. io volevo il tibet e lei disse “va bene”… allora provai a cercare cose sul tibet e fu davvero difficile. eravamo nel 1959 e mi piaceva… di solito pregavo per ore. da ragazzina non riuscivo a prendere sonno allora me ne stavo sdraiata e pregavo. in principio avrei voluto parlare con albert schweitzer per il quale mi ero presa una bella cotta – questo la dice lunga sulla mia fissazione per i ragazzi più grandi, sia per quelli più giovani che per quelli più grandi – perché avevo una grossa cotta per albert schweitzer e lo amavo. allora pregavo e pregavo e pregavo. volevo che accadesse qualcosa in tibet, volevo mostrare a tutta la scuola che si sbagliavano e speravo che in tibet accadesse qualcosa di bello e che ne parlassero tutti i giornali. sai come si fantastica da ragazzine. e mentre io m’immaginavo il dalai lama sulla copertina di look, nel marzo del 1959 i cinesi invasero il tibet. così mi sveglio una mattina, c’è il giornale, do un’occhiata e cosa vedo sulla prima pagina? – i cinesi invadono il tibet, il mio stato. proprio sulla copertina, era una notizia importante. ogni giorno c’era una notizia – in quel periodo era una cosa grossa. il fatto è che il dalai lama era un giovanotto, aveva solo nove anni più di me, forse dieci – avevo tredici anni e lui ne aveva qualcosa come ventiquattro – era giovane ed era scomparso, nessuno sapeva se era stato ucciso o no. ero completamente devastata e avevo anche un senso di colpa tipicamente cattolico, poiché mi sentivo assolutamente colpevole per aver pregato tutte quelle lunghe ore perché in tibet accadesse qualcosa e guarda che era successo, il loro territorio era stato invaso e circolavano storie terribili di omicidi di massa di monaci, incendi di templi. era una cosa terribile, terribile. ogni giorno. e ne scrissero per settimane. tutta la mia classe era divertita dal fatto che avessi scelto quella nazione di cui secondo loro nessuno avrebbe mai sentito parlare e che ci fosse stata quella notizia straordinaria. a quei tempi c’erano tre canali televisivi e solo un ora di telegiornali la sera. era così. i giornali erano importantissimi e c’erano foto di templi in fiamme e la mia relazione fu, naturalmente, enorme. era un fatto grandioso per la mia ricerca ma mi sentivo davvero sconvolta per tutto ciò. e non poco. mi sentivo come malata, davvero malata. naturalmente dopo un mese o due rivelarono che il dalai lama era stato ritrovato, che era vivo e si trovava in india o da quelle parti. quando siamo andati a trovarlo, un po’ di tempo dopo, mi ha abbracciato. questo è proprio quello di cui stavamo parlando. io andavo a lavorare con lui e lui mi abbracciava sinceramente e tutto. l’ho guardato negli occhi, mi sono seduta veramente a tavola con lui per cenare e l’ho visto mangiare le fettuccine.

tm e hai scritto una poesia per lui?
ps sì. ma il punto era… io lo guardavo e per tutto il tempo che gli rimasi vicina mi comportai da stupida, per tutto il tempo. non riuscivo a parlare con lui. ghignavo soltanto, sorridevo tutto il tempo. lo salutavo con la mano e sorridevo. eravamo seduti a tavola per la cena, ci guardavamo e tutto quello che riuscivo a fare era sorridere. ero felicissima ma mi sentivo… giovane, perché la me stessa giovane che ne era profondamente innamorata – perché lo avevo proprio amato e mi ero preoccupata per lui – era proprio lì con lui ed era contentissima.

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“Scriverai la nostra storia? Vuoi che lo faccia? Devi, mi disse, nessun altro potrebbe scriverla. Lo farò, gli promisi”. Più di 20 anni dopo Patti Smith ha mantenuto la promessa fatta a Robert Mappelthorpe in fin di vita e ha scritto la storia della loro amicizia in “Just Kids” (Feltrinelli 2010)

tm quindi hai fatto ricerche sul dalai lama quando avevi tredici anni?
ps oh, sì. sì. anche prima di allora… quando ne avevo undici, dodici, perché ero alla ricerca di una nuova religione, perché avevo deciso di abbandonare i testimoni di geova e quindi stavo studiando nuove religioni. avevo l’idea che se abbandonavi una religione dovevi per forza trovarne un’altra, cosa che dopo tanto tempo ho scoperto non essere necessaria, così mi misi a studiare il buddismo. mi innamorai del tibet perché mi sembrava che la loro intera missione, essenziale missione, era mantenere un flusso continuo di preghiera. per me era come se riuscissero a evitare che il mondo andasse fuori controllo con il solo fatto di essere una civiltà sul tetto del mondo in un continuo stato di preghiera. hanno tutte queste ruote e cose del genere, ma loro fanno girare solo le ruote della preghiera, e lo fanno continuamente, e le preghiere sono incise sulle ruote in modo che non devono nemmeno recitarle. le sentono con le mani, come la scrittura braille. ogni roccia è coperta di preghiere, la loro missione di vita nel suo insieme è la preghiera. si tratta di tessere le preghiere come tele, questa era la percezione che avevo da giovane di quello che facevano, non capivo proprio tutto, ma mi sentivo protetta come essere umano, perché crescevamo in un periodo in cui il pericolo bomba era grande. quando ero piccola era una questione estremamente seria, c’erano raid aerei e dovevamo scendere nel seminterrato e stenderci sul pavimento. c’erano beni in scatola e cose del genere e si doveva entrare nell’ordine di idee che dovevamo essere pronti, non per una sparatoria ma per l’esplosione di una bomba nucleare. siamo stati cresciuti con l’idea che quel concetto fosse una verità… sono nata subito dopo la seconda guerra mondiale così eravamo la prima generazione di bambini allevati con l’idea che la bomba potesse scoppiare e distruggere il mondo, cosa che di solito mi seccava abbastanza tanto da compensarla con l’idea che c’era questa civiltà di monaci, sulle cime dell’himalaya, che pregavano in maniera continua, per noi, per il pianeta e per tutta la natura, che mi faceva sentire al sicuro, e penso che, anche solo per questa ragione, sia una civiltà da proteggere. sai, abbiamo già spazzato via tutto con i nativi americani e non possiamo tornare indietro. e quanto ai nativi americani, il loro fine principale era creare l’unità tra sé e la natura, la terra, il pianeta, essere i guardiani del pianeta. si consideravano davvero i guardiani del pianeta del loro dio. perciò civiltà come queste andrebbero adorate e tutelate, anche se sembra una cosa obsoleta in tempi di computer, scienza e malattie. è ancora importante. perché non dovremmo spendere una certa parte di energia in questo? ho bisogno di lavarmi i denti, spero di non avere l’alito cattivo…

tm oh no, non mi…
ps non ti importa? grazie.

tm non sento niente. uhm… il buddismo di recente è diventato una filosofia religiosa socialmente riconosciuta dagli americani e rafforzata da una migliore comprensione della sua cultura, mentre prima era considerata sempre una religione propriamente esotica.
ps sì. penso sia meraviglioso, ha di sicuro superato questo preconcetto. è come per i testimoni di geova. quando ero bambina era una religione completamente fraintesa. quando andavamo di porta in porta, le persone ci gettavano addosso secchi d’acqua e imprecavano contro di noi. era orribile.

tm penso che il buddismo in particolare abbia a che fare con il dalai lama e il modo in cui mantiene i rapporti con l’occidente. ha fatto dei simposi con religiosi occidentali e quando si leggono i documenti lui è sorprendente.
ps tiene i suoi dogmi per sé, se ne ha. penso sia una grande caratteristica di questo papa particolare e di quello prima di lui. deve mantenere il dogma della sua chiesa, è nato per questo dovere, ma penso che gli stia molto a cuore la comunità globale.

tm quando il dalai lama incontra tutte queste persone nel complesso mantiene il concetto che tutti nella stanza siano nella stessa situazione.
ps è un uomo semplice e bello.

tm nel suo libro il papa ha scritto qualcosa che ha fatto arrabbiare la comunità buddista.
ps cosa ha detto?

tm credo abbia menzionato il fatto che il buddismo non abbia una posizione morale contro alcuni temi contemporanei.
ps oh, penso che al papa non importi niente di tutto questo. probabilmente l’ha scritto qualcun altro.

tm il suo libro parla di aborto e dove lui ha un suo preciso punto di vista il dalai lama suggerisce semplicemente la riflessione personale.
ps non condivido i dogmi di nessuna chiesa. sono cose create dall’uomo, sono solo leggi che puoi decidere di accettare senza obiezioni o no. credo che il buddismo assomigli molto all’aspetto più vero del cristianesimo, è tutto basato sulla cura dell’uno verso l’altro, sulla cura di ogni piccola cosa. è molto semplice. è come se gesù dicesse: “vi do l’undicesimo comandamento” e penso che il comandamento che gli interessava principalmente fosse amatevi l’un l’altro. è molto semplice. non bisogna fare niente di speciale, solo prendersi cura gli uni degli altri. possono esistere ancora differenze estetiche, scientifiche o filosofiche, ma se tutti facessero solo… non lo so… sembro… non lo so… a me sembra molto semplice. se vedessi qualcuno su un binario e il treno stesse per passare non proveresti ad aiutarlo? si tratta solo di dare una mano a qualcuno. è davvero semplice. se vedessi un bambino cadere da una bicicletta non lo aiuteresti a rimettersi in sella? a meno che tu non voglia creargli imbarazzo.

tm è dare.
ps è proprio semplice.

tm dare e perdonare.
ps penso che quello che hai detto del dalai lama sia giusto. il modo in cui entra in scena dando tranquillamente per scontato che siamo tutti qui per la stessa missione. quando l’ho visto a berlino non ha mai fatto pressioni per la causa tibetana, non ha mai fatto pressioni per niente in particolare. si limitava solo a dare precetti semplici sulla comunicazione elementare e sull’empatia per la persona con cui si parla, per il tuo simile. è proprio come il loro rapporto con la preghiera, come pensavo da piccola, è molto semplice. loro non… penso che alla fine… l’idea… aspetta un minuto… devo trovare un modo per esprimerlo… ti capita mai di cominciare a pensare a qualcosa, la tua mente lo ripete ma è in un linguaggio che non riesci a tradurre ancora e te ne stai seduto ad aspettare ma la tua mente è come… è come in quei film in cui il computer comincia a parlare a se stesso e chiude fuori il tipo… a volte mi siedo e mi sento come un guscio che dà riparo al mio cervello e il mio cervello è come se mandasse fax da una parte all’altra.

tm dipingi ancora? mi piacciono i tuoi quadri. ho un catalogo tedesco dei tuoi quadri di qualche anno fa.
ps rifaranno una mostra dei miei disegni alla galleria robert miller. mi piace molto disegnare ma per un po’ ho abbandonato.

tm penso che la gente risponda positivamente alla tua arte.
ps nel periodo in cui ho smesso di disegnare ero preoccupata di non avere niente di nuovo da offrire. credevo ci fossero degli aspetti piacevoli in de kooning e poi ho scoperto cy twombly e ho pensato, beh…

tm perché preoccuparti di dove trovare qualcosa di nuovo?
ps la cosa che mi ha sempre seccato del creare riguarda i materiali da usare e, per un po’, ero profondamente preoccupata, e non intendo dire alla maniera di un’attivista, ma nella maniera di cercare l’anima, nell’enorme ammontare di cose che buttiamo sul pianeta. Per un po’ ho cominciato a credere che non pensando sarei riuscita a fare qualcosa di veramente buono e poi non volevo che fossero tagliati degli alberi per fare dei libri o cose mediocri. e ho dei figli e il modo in cui ho sempre amato disegnare, lavorare, è di getto e mi piace essere in una stanza con molta carta e le mie cose intorno e poter stare seduta lì per giorni e poi creare.

tm hai uno spazio-studio per te?
ps beh, non ho mai avuto lo spazio. ma ci sto pensando. i ragazzi adesso sono più grandi, allora i miei doveri mi prendevano troppo, e ho sempre pensato che era qualcosa che avrei fatto quando sarei stata più vecchia.

tm guarda, dunkin’ donuts.
ps davvero? oh dio, vorrei un caffè e un french crueller con cioccolato.

tm aspetta, te li prendo io.


L’intervista di Thurston Moore a Patti Smith è tratta da Alabama Wildman.
© 2005 Leconte Editore. Traduzione di Daniela Liucci.
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