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Storie da leggere

UOMINI CONTRO | PROUST E WILDE

Lo snobismo collerico e quello vulnerabile

Non una disputa letteraria, nemmeno un malcelato 
antagonismo stilistico. La cronaca dello sfortunato incontro
fra i due scrittori si risolve in una manciata di piccoli capricci
e di alcuni equivoci. Un episodio al limite del frivolo
che tuttavia riferisce a dovere dello snobismo collerico
di Oscar Wilde e di quello vulnerabile di Proust.


(Fabrizio Pasanisi) – Nel 1897 Marcel Proust, allora trentaseienne, sfidò a duello un giornalista, Jean Lorrain, che lo aveva pubblicamente tacciato di essere un omosessuale. Per fortuna la cosa si risolse senza conseguenze altrimenti non avremmo mai conosciuto una delle più solide “cattedrali” della letteratura, e la cosa sarebbe stata tanto più grave se si pensa che quell’inopportuno giornalista, in fondo, non aveva nemmeno mentito. In discussione quindi, sotto forma di un colpo di rivoltella, non c’era la verità quanto una strenua difesa della morale, cosa del tutto singolare per un artista a suo modo rivoluzionario quale è stato lo scrittore francese. Oggi quello del duello è rimasto uno dei tanti episodi della sua vita, di cui conosciamo ogni particolare. Sappiamo, tra l’altro, che l’omosessualità descritta da Proust come nessun altro è riuscito a fare, cogliendo i particolari, le espressioni, le minuzie tecniche e i trasporti impetuosi tipici di un Charlus o di un Jupien, personaggi immortali della “Recherche”, ebbene quella omosessualità gli era ben nota, perché la viveva in prima persona. Tutti i suoi lettori sanno che sotto
le spoglie di Albertine, la fanciulla, anch’essa omosessuale, amata dal Narratore, si nasconde l’autista personale dello scrittore, Alfred Agostinelli, un avventuriero scampato, appunto come la fuggitiva, alle grinfie dell’ossessivo amante e, sempre come Albertine, morto in modo tragico e quasi eroico lontano da Proust. Questi sono fatti noti, meno noto è invece il “romanzo di formazione” di quel giovanotto, affetto da un’insaziabile bramosia sessuale che sfogava, da solo o in compagnia di un caro amico, in continue pratiche masturbatorie. Tanto che la sua famiglia – perché quegli atti avvenivano senza
che un naturale pudore consigliasse almeno l’assoluta riservatezza – si mostrava solerte nell’offrirgli il prezzo di una prestazione amorosa nel bordello più vicino. In una comica lettera al nonno, Marcel chiede con grande naturalezza un aiuto pecuniario, perché deve risarcire i danni che ha provocato, a causa di un imbarazzo che oggi potremmo leggere come repulsione, entrando in uno di quei luoghi di sesso a pagamento. Non era lì che poteva destarsi l’interesse del futuro scrittore: nello stesso periodo, la sua corrispondenza è piena di dichiarazioni d’amore per i suoi coetanei, di quei trasporti totali, di quei pensieri fissi, che fanno dell’adolescenza il regno della poesia, dell’immaginazione, degli idilli romantici.

Lasciamo per un momento Proust, e occupiamoci di un altro scrittore che ha con lui molti punti in comune. Non c’è dubbio che Oscar Wilde sia stato uno dei grandi miti, e delle grandi vittime, della società. Un uomo richiesto nei migliori salotti dove costituiva sempre il centro dell’attenzione, che riusciva a nobilitare con i suoi interminabili discorsi, con i suoi motti, qualsiasi serata, venne invece trattato con tutto il disprezzo e l’ipocrisia di cui la società civile sa riempirsi. Fu un eroe allora, quando non esistevano i mass media, dei quali fu un precursore: oggi uno Sgarbi, un Ferrara, un Funari, nostrani folletti dell’etere, sarebbero il tappeto migliore da stendere al suo passaggio, perché loro e non i ventagli di Lady Windermere costituirebbero l’oggetto della sua satira. E i nostri sommi stilisti, i Valentino, gli Armani, i Dolce e Gabbana, dovrebbero temere il suo giudizio come una condanna o un’assoluzione. Sarebbe, insomma, un Andy Warhol dotato di genio, un Nureyev dell’intelletto, l’uomo più temuto e ammirato in circolazione. E invece, alla fine del secolo scorso fu soprattutto un martire: perché se da noi le sue battute avrebbero arricchito lo stile di qualche scaltro giornalista, di qualche politico eletto, o di qualche comico-ladro, di quelli che campano sulle battute degli altri, allora i tempi non erano ancora maturi per comprenderlo. Proust fu trattato come uno snob, come un ragazzetto viziato che scriveva qualche buon articolo per il Figaro, e nemmeno un mostro sacro come André Gide riuscì a cogliere al volo la dirompente portata dei suoi scritti. Wilde subì la sorte opposta, essendo così poco furbo da non capire che chi di genio ferisce di genio perisce: i suoi eccessi, i vestitini svolazzanti e femminei, le sue lezioni sul gusto, fecero il giro del mondo, arrivarono fino nel Far West, tra i bovari e i cercatori d’oro, che ovviamente si divertirono alle sue spalle come lui stesso, che era il primo a non prendersi troppo sul serio, aveva immaginato. Ma chi lo portò in alto come un dio, lo abbatté senza pietà, gli sputò in faccia, lo dette in pasto ai cani, come risulta dall’epilogo del suo rapporto con Alfred Douglas, un giovanotto senza talento che non riuscì a ricambiare fino in fondo il suo amore e lo perseguitò, e a causa del quale finì in carcere morendo in assoluta miseria. E per chi non conoscesse questa storia spietata, ci sono a testimoniarla “La ballata del Carcere di Reading” e il “De profundis”, capolavori assoluti.

Insomma, i fattori comuni tra Proust e Wilde furono tanti ed evidenti: il genio letterario, prima di tutto; l’omosessualità, tanto vissuta quanto raccontata (scrive Richard Ellmann: “Come Proust, Wilde usò il tema dell’omosessualità, ma solo come paradigma dell’infelicità”); quello snobismo che ha fatto di entrambi un modello, con i loro inappuntabili vestiti, con il loro fare seducente verso i due sessi; la capacità di analizzare la società come pochi altri; l’uno attraverso un’osservazione penetrante, quasi maniacale, l’altro attraverso un’ironia che spesso sfocia nell’umorismo; il bisogno di amarsi, in prima battuta, e di amare gli altri; quella nevrosi intesa come scontro tra l’individuo e la società che portò Wilde a esporsi sempre di più sfidando le sfuggenti leggi della morale, e gli valse la condanna. Ebbene, cosa sarebbe successo se questi due eroi del loro tempo si fossero incontrati? Sarebbe scoppiato un amore sconfinato tra di loro, oppure, come i due poli positivi di una calamita, si sarebbero respinti?
Non sembri questa una domanda oziosa, e nessuno tiri fuori sdegnato il detto che la storia non si fa con i se. Non dobbiamo infatti sforzare troppo la nostra fantasia di pratici individui del XX secolo per trovare una risposta: perché Proust e Wilde si incontrarono realmente. E sebbene questa non sia una delle pagine principali della loro vita, e anzi morirono entrambi troppo presto per capire il ruolo che avrebbero reciprocamente avuto nella storia della cultura, è comunque un episodio che va raccontato.

E il pittore JacquesÉmile Blanche, a cui si deve uno dei ritratti più noti di Proust, a far incontrare i due scrittori. Siamo nella primavera del 1894; Oscar, già famoso, ha trentanove anni, mentre Marcel, molto più giovane, ne ha solo ventitré. In uno dei tanti salotti dove si svolge la vita mondana parigina, quello di Mine Arthur Baignères, l’attrazione principale è quel corpulento signore britannico, definito da L’Echo de Paris il “grande evento della stagione letteraria”. Ma se è ovvio che il più giovane sia attirato dal più anziano e famoso, sarebbe meno scontato l’opposto. Ma Proust è brillante, mette in luce la sua grande cultura e l’ammirazione che nutre per la letteratura inglese, in particolare per John Ruskin e per George Eliot. E se pensiamo che il primo, tradotto in francese da Proust, fu la guida spirituale e una figura fondamentale nella formazione di Wilde ai tempi degli studi a Oxford, ecco che l’affinità elettiva inizia a concretizzarsi. Infatti Wilde accetta di buon grado l’invito di quel giovane entusiasta a casa dei suoi genitori, al Boulevard Malesherbes. Purtroppo il giro di visite a cui si sottoponeva Proust, quasi come un lavoro, lo fa giungere all’appuntamento con qualche minuto di ritardo sul suo invitato. Consegnando affannato il suo soprabito chiede allora al cameriere se sia già arrivato il signore inglese. Gli viene risposto di sì, ma quel signore, non appena entrato in salotto, ha chiesto dove fosse il bagno e vi si è chiuso dentro. Proust corre allora verso il bagno, e da fuori porta chiede a Wilde se si senta male.

Tutto bene, replica uscendo lo straniero: spiega però di essere rimasto spiazzato dalla presenza dei genitori del giovane. Aveva creduto di cenare da solo con lui, ma, perdendosi di coraggio, ha deciso di andarsene. E infatti, senza attendere una replica, saluta e se ne va. Cosa provocò una reazione di questo genere, e cosa mandò a monte un incontro che avrebbe potuto dare frutti tali da cambiare la vita dei due protagonisti? Sembra che le attese o l’omosessualità non siano la ragione del risentimento di Wilde, che va cercata piuttosto nell’arredamento di quella abitazione. Troppo borghese, la giudicò l’autore del “Dorian Gray” e grande teorico in materia, e non ebbe nemmeno la sensibilità di nascondere il suo parere ai genitori di Marcel: “Quanto è brutta la vostra casa” disse loro prima di chiudersi in bagno. “Trovo che Wilde abbia dimostrato poca educazione” disse in seguito Proust riferendosi a quell’incontro, e forse non glielo perdonò mai, tanto che, specie dopo la sua condanna, lo vide come l’esempio negativo di chi ostenti la propria omosessualità. E se si osserva con attenzione il personaggio del barone di Charlus, come nota anche il maggior biografo di Proust, Georges Painter, risulterà evidente che in esso c’è molto Oscar Wilde.


“Lo snobismo collerico di Wilde e quello vulnerabile di Proust” è tratto da Storie n. 20/1996 – Gli equilibristi.
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