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Storie da leggere

INTERVISTE | MICKEY ROURKE

Faccia a faccia con l’Inferno

Dalla penna di Jerry Stahl (scrittore e sceneggiatore,
da Twin Peaks a C.S.I.), la cronaca in stile gonzo journalism
di un incontro allucinante con il leggendario “motorcycle boy”
di “Rusty il selvaggio”, vale a dire Mickey Rourke.
La location è una New Orleans quasi da incubo
e in particolare il claustrofobico regno del ragazzaccio
di Hollywood, qui vero “dominus” di un entourage da brivido.
Lui che ha cambiato vita e faccia molte volte,
in questa occasione ci guarda da molto vicino..

 

Sul versante lavorativo, mi ero assicurato un altro episodio di ALF e contemporaneamente ero stato ingaggiato dai simpatici tipi di Playboy per un’intervista a Mickey Rourke. Ciò significava prendere un volo per New Orleans, dove Mick stava girando il discusso “Angel Heart – Ascensore per l’inferno”. Lui e il suo entourage alloggiavano in un costosissimo albergo a poca distanza dal Quartiere Francese, il Windsor Court. E a Playboy furono così generosi da sborsare duecentocinquanta dollari al giorno per farmi intrufolare lì. L’idea era di bighellonare nel lusso finanziato da “Hef”, buttando giù dei rimaneggiamenti per quell’alieno peloso fra una pausa e l’altra del tartassamento al James Dean della Sua Generazione.

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► Mickey Rourke a New Orleans sul set di “Angel Heart” (1987) 

Mickey Rourke e Alf. Due figure che rappresentavano i poli opposti dello show business. Ma col tempo ho imparato almeno una cosa di questo bizzarro ambiente: quando colui al quale il lavoro viene assegnato è sufficientemente suonato, lo scopo del lavoro non ha molta importanza. È tutto maledettamente grottesco e insensato.

Appena fuori dall’aeroporto, la droga mi aiutò a prepararmi per un compito talmente assurdo che qualunque scrittore più sano di me si sarebbe buttato la penna alle spalle e se la sarebbe filata dopo dieci minuti. Un altro tizio che lavorava per Playboy era già stato lanciato sul Pianeta Mickey, e ritenuto deludente dagli abitanti era stato rigettato nell’immondizia galattica. Così toccò a me andare incontro ai rigorosi standard personali dell’attore difficile, qualsiasi cosa ciò avesse voluto dire. Il primo scoglio da superare per essere accettati passava per il Cafè Roma, ufficio surrogato di Mickey a un tiro di schioppo dallo sgargiante salone di bellezza Bev Hills di cui era in parte proprietario.

Grazie a Dio, uno dei benefici derivanti dall’assunzione di narcotici è la capacità di restare completamente indifferenti a qualsiasi tipo di catastrofe. Con una sufficiente dose di crack che ti scorre nelle vene, la frase “Il tuo cagnolino è stato fatto fuori col napalm” ti provoca lo stesso effetto di “Cosa nei pensi dei Dodgers, quest’anno?” La cosa aiuta non poco. La prima persona che incontrai fu Lenny Termo, il cinquantenne amico tuttofare che Mickey Rourke si portava sempre dietro. E, da vera stella di Hollywood, Mickey aveva preteso che nei suoi contratti vi fosse una clausola secondo la quale, in ogni film che avrebbe interpretato, anche Lenny T – che sembrava uno Zero Mostel siciliano – doveva avere una parte.

Se andavi a genio a Lenny, eri a posto. E Lenny era una persona piacevole. Solo che le cose che diceva erano un po’… come dire? Particolari. La cosa stimolava il mio narcointeresse. È proprio il caso di dirlo. Durante il mio primo incontro con Termo, quel bestione trasandato di Manhattan si lasciò sfuggire un commento singolare. Dopo un lungo discorso sull’importanza della lealtà in un ambiente infido come quello hollywoodiano, blaterò quanto segue: “Lascia che ti dica quello che provo per Mickey Rourke. Se Rourke fosse morso da un serpente velenoso sulla cappella, mi inginocchierei di fronte a lui e lo spompinerei fino a fargli uscire tutto il veleno!”

Accidenti! Cosa si può aggiungere a un’affermazione simile? Chiunque avesse avuto in corpo una quantità minore di sostanze, come minimo si sarebbe tirato indietro davanti a un sentimento così vigoroso e ambivalente. Difficile fare altrimenti. Fortunatamente, fatto com’ero, la mia faccia era incapace di esprimere qualsiasi reazione. Eccezion fatta, forse, per un cenno d’assenso prima di sorridere e rispondere: “Lo farei anch’io!”

Ovviamente, non era la stupida acquiescenza a creare complicazioni. Era la psiche che aveva concepito un’asserzione così contorta ad attanagliarti la mente. Questa era la barriera linguistica che un seguace di Mickey doveva superare. Un misto fra un giuramento di assoluta fedeltà e una sfida.

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► Lenny Termo, caratterista (“Fight Club”, “Ed Wood”, ecc.) e amico tuttofare che Rourke si portava sempre dietro negli anni ’80. “Lascia che ti dica quello che provo per Mickey Rourke. Se fosse morso da un serpente velenoso sulla cappella, mi inginocchierei di fronte a lui e lo spompinerei fino a fargli uscire tutto il veleno!”

Quindi, eccomi! Senza troppa fatica mi fu permesso di incontrare Mickey un paio di volte, nella sua umile dimora (stava in un maschio bilocale senza ascensore che passava per essere una poco convenzionale ala del Beverly Hills, rivestito con quei vecchi poster di boxe da retrobottega di barbiere che ti saresti potuto aspettare da un tipo che aveva ispirato quel genere di tossica lealtà pompinara). Una volta arrivati sul posto, c’era un altro suo scagnozzo da lavorarmi, stavolta si trattava di una guardia del corpo del New Jersey di nome Burb Berbelstein. O qualcosa del genere.

Burb, che da principio si rivelò un tipo tosto, provava per Mickey lo stesso affetto di Lenny. Il suo modus operandi era più del tipo “Da dove vieni? Perché cazzo pensi che il mio uomo voglia vederti?” Aveva un cranio piccolissimo piantato sulle spalle di un buttafuori. Tuttavia, essendo un ebreo, si rivelò timido e cordiale. Quando arrivammo all’argomento “droghe”, comunque, gli confidai dei tasselli della mia storia con le sostanze illegali e lui a sua volta mi rese partecipe delle sue radici di drogato a Manhattan.

In realtà ero più un futuro drogato che un ex drogato. Ma perché fermarsi ai tecnicismi? L’inferno è pur sempre l’inferno. Sia che tu ci sia appena stato, sia che tu ti stia avviando in quella direzione, le sensazioni fisiche sono sempre le stesse. Fu su questo territorio comune che mi venne accordata la fiducia. “È gente a posto”, disse Burb al telefono dell’albergo prima che incontrassi il mio uomo. “È dei nostri…”

Appena fui al sicuro nella mia lussuosa suite del Windsor Court, l’intera situazione raggiunse un surrealismo di proporzioni inquietanti. Per prima cosa mi sbafai una mezza dozzina di dosi della grandezza di un dente di verme. Poi una scatoletta da microfilm piena di vaporosa cocaina, per rilassarmi e stare sveglio durante la scrittura di ALF dopo le interviste. Questo mix, fortunatamente, mi aiutò a superare lo stress di mescolarmi con lo splendore alcolico del quartiere. Appena fuori dall’aeroporto, mi era stato impossibile trovare più di cinque persone che camminassero senza un bicchiere da passeggio impiantato chirurgicamente nella mano.

Oltre alle stranezze locali, c’era da considerare l’atmosfera tenebrosa e inquietante del focolare al riparo da occhi indiscreti in cui viveva Mister Rourke. Il sentore di criptomachismo che avevo avuto dai discorsi di Lenny al Cafè Roma fu amplificato dagli altri adepti di Mickey. Fra i membri del suo “staff” c’era un altro tipo, un biondino pelle e ossa di Miami che si chiamava “Zeke” o “Billy”, non ricordo. Il compito di Billy/Zeke era, apparentemente, quello di fungere da cerino umano per la spontanea, imprevedibile e orrenda collera di Mickey. In parole povere, era pagato per mangiare merda. E l’uomo in questione non si tirava indietro.

Durante la mia prima notte da Mick, la semplice sequela di domande e risposte degenerò in una mostruosa sessione di cinque ore in cui Rourke, parlando, non la smise un attimo di disporre i suoi soldatini. Ecco il nuovo Marlon Brando, curvo su un tavolino, che si divertiva coi soldatini, il ragazzaccio di Hollywood alla ricerca del bambino che era dentro di sé. Dal vivo, la faccia di Mick sembrava quella di un ritardato, pastosa e butterata. Ma il divo si rivelò essere una persona cordiale, una volta che ebbe appurato che non avevo intenzione di ridere di lui. Se riuscivi a reggere il suo universo personale, rispettare le regole non dette e non fare commenti, eri il benvenuto.

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► Jerry Stahl:Dal vivo, la faccia di Mickey Rourke sembrava quella di un ritardato, pastosa e butterata. Ma il divo si rivelò essere una persona cordiale, una volta che ebbe appurato che non avevo intenzione di ridere di lui”

Ogni figurina – cowboy e cavalieri, tamburini e capi indiani – era stata amorevolmente dipinta a mano da cima a fondo, compresi gli occhi iniettati di sangue. Il divo riusciva a parlare per ore infinite di tutte le sue figurine preferite. Come gli sarebbe piaciuto essere quell’indiano che, a petto nudo, stava sopra quel bianco cavallino! “Questo qui, vedi, cavalca all’amazzone, così, se c’è uno stronzo che vuole attaccarlo alle spalle, lui può prendere la sua ascia e – zac – gliela ficca nel petto…”

Andava avanti per ore. Di tanto in tanto l’amabile Mickey sospendeva le sue fantasticherie da selvaggio west per strillare qualcosa a Billy/Zeke, il biondino. Dal vivo, il suo fascino non sembrava provenire dal look da motociclista o dai residui della sua vita da “ragazzo di strada”. Sembrava piuttosto scaturire da quel lato di piccolo bulletto viziato che da un momento all’altro era capace di darti un dollaro come pure di prendere un bastone e cavarti un occhio.

“Ehi, tu”, mi disse sbraitando, mentre guardava con la coda dell’occhio il suo imbronciato lacchè, “lo vedi quello sfigato laggiù? È proprio una testa di cazzo. Vero, Billy? Jerry è uno scrittore. È un ragazzo in gamba. Deve saperlo. Vieni, Billy, di’ a Jerry che razza di sfigato sei. Fai conto che” – sogghignò, modulando la voce in un tono basso e sinistro –, “se adesso gli chiedo di venire qui e stendersi sulla pancia implorandomi di non licenziarlo, lui lo deve fare. Vero, Billy? Tu vieni qui e mi implori, finocchietto del cazzo. Giusto?”

Poi il sussurro scoppiò in un urlo impazzito. “Dai, Billy! Che problemi hai?” A quel punto, come in un’orrenda mutazione di Burt Lancaster che umilia Tony Curtis in “Piombo rovente”, ottenne che il povero Billy mettesse da parte le parole incrociate o qualsiasi altra cosa stesse facendo e guardasse il suo padrone con un’aria da bassotto triste.

“Dai, Mickey… perché? Non fare casino…”

“Cazzo, non osare rispondermi! Non provarci neanche!” Rourke possedeva la capacità di strillare e sorridere nello stesso momento. Poi, guardandomi come se fossi consapevole di avere una parte in quella sceneggiata, scosse la testa perfettamente impomatata (il mobiletto del bagno della sua stanza d’albergo, infatti, non conteneva nient’altro che spuma per capelli – ventiquattro confezioni identiche). “Jerry, l’hai sentito? Lo senti come mi tratta, questo finocchietto?”

Divenne chiaro, poi, che Billy non era l’unico prescelto per essere umiliato. Eccomi qua, colui che ha acconsentito a mettersi seduto e assistere a questa performance – senza dire una parola, senza alzare un dito – in cambio di un’intervista. Semplicemente stando qui, in assoluto silenzio insieme al resto dello staff, sono suo complice. Il patto è questo: se voglio star vicino a Hermann Göring, devo come minimo permettergli di cremare un paio di ebrei per farlo rilassare. La mia acquiescenza è di per sé colpevole.

L’orrore… Rourke riusciva ad accelerare da zero a cento nello spazio di un secondo. Il fatto che tu sapessi che stava recitando, il fatto che Billy/Zeke sapesse che stava recitando, non migliorava affatto le cose. Perché sapevi bene che quel tormento era del tutto gratuito. Non c’era una ragione precisa, solo il desiderio di stuprare mentalmente un altro essere umano per concedersi una distrazione. Un invito a sentirti colpevole, a rimanere seduto, in silenzio, mentre si consumava il dramma. La parola “schifo” non rende l’idea.

Andò avanti a oltranza. Fu una di quelle notti in cui un minuto sembra durare per ore e le ore si dilatano al punto che la tua testa finisce per scoppiare. La droga di Rourke era rimanere sveglio. Non lo vidi mai farsi un pisolino, non lo vidi mai assumere qualcosa di più potente di una birra… E, chissà? Forse era la sua cattiveria velenosa a tenerlo sveglio. Non quel tipo di veleno che Lenny sarebbe stato disposto a succhiargli via, bensì un veleno più profondo, più tossico.


Da “Mezzanotte a vita” di Jerry Stahl.
© 2007 Leconte. Traduzione di Marco Simonelli
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