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INTERVISTE | DORIS LESSING

Sull’intervista

Allergica alle semplificazioni, Doris Lessing ha sempre
nutrito aspre riserve nei confronti delle interviste.
Ma non si è mai tirata indietro e n
e rilasciò un centinaio
soltanto fra il ’63 e i trent’anni successivi.
Nel ’94, il professor Earl G. Ingersoll 
della State University
di New York cura un volume che raccoglie le più significative e
realizza un’altra conversazione con la premio Nobel inglese
che riassume tutta l’irrequietezza orale
di una scrittrice mai allineata


Mi sembra di capire che le interviste non le piacciono molto.
Beh, il motivo di fondo è che ci sono pochissimi intervistatori veramente in gamba. Ma il punto è che i lettori, quando leggono le interviste, non si rendono mai conto che gli scrittori possono rispondere soltanto a ciò che gli viene chiesto. Non capiscono che l’intervista rappresenta in realtà la mente di chi fa le domande, non di chi dà le risposte. Non si può puntualizzarlo ogni volta che si concede un’intervista. Ho concesso intere interviste senza che neppure una singola domanda mi abbia minimamente interessato. L’altro motivo, naturalmente, è che si risponde sempre alla stessa domanda, di continuo.

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 Doris Lessing, scettica circa l’insegnamento della letteratura nelle università: “l’insegnamento della propria scrittura è il prezzo che gli scrittori devono pagare affinché gli accademici li aiutino a mantenerla viva”

È dovuto al fatto che chi la intervista non fa il proprio dovere e non considera quali domande le sono già state fatte?
No, non lo fanno. Mai. Non riesco a ricordare che anno fosse, verso l’inizio degli anni ’80, ero in viaggio; sono stata in un sacco di paesi quell’anno. Penso fosse l’anno in cui andai in Giappone, in Italia, in Spagna, in Scandinavia. Mi accorsi che in ogni paese mi avevano fatto la stessa identica domanda. Ciò che sta emergendo è una sorta di mente letteraria internazionale. Il che è alquanto terrificante, in effetti, quando ti metti a pensarci.

Come la domanda inevitabile sul suo essere marxista e sul suo interesse per il sufismo; io stesso ho colto queste ripetizioni scorrendo le interviste. A cosa sta lavorando ora?
Beh, al momento sto scrivendo la mia autobiografia, il primo volume, dove sto cercando di scrivere del mio coinvolgimento nella politica. È estremamente difficile perché è impossibile non scrivere dal punto in cui ti trovi. Si insinua una sorta di tolleranza disincantata, che non è affatto lo stato d’animo di quando avevi ventiquattro anni. In realtà, i romanzi, io credo, danno maggiormente il sapore di quell’epoca. Ho scritto un libro una volta intitolato “Echi della tempesta”, che non era soltanto il libro più autobiografico che abbia scritto, ma riesce proprio a dare il sapore di quell’epoca. Quindi lo consiglio sempre alle persone; se vogliono sapere, leggano quello. Raccontava del 1942, ‘43, ‘44, che è un periodo di tempo piuttosto breve, con quel particolare sapore di follia.

E questo è il volume uno dell’autobiografia?
Sì, arriva al 1949. E non vedo come potrò scrivere il volume due.

Quando potremo leggere il volume uno?
Uscirà l’anno prossimo. Lo sto giusto ora risistemando per mandarlo all’editore, probabilmente in ottobre. Conterrà delle fotografie, il che rende sempre più lenta la produzione di un libro. Sarà interessante vedere cosa succede, perché di tanto in tanto dico a me stessa: Sto scrivendo un libro su un piccolo paese di cui a nessuno importa un accidente ora, a nessuno importava un accidente allora. Perché mi aspetto che potrà interessare qualcuno?

Nessuna influenza dell’autobiografia su altri scritti ai quali sta lavorando? Sente che il ritornare a quelle prime esperienze la sta mettendo in contatto con qualcosa di particolare?
No. È molto strano, in quanto la prima cosa da considerare è: perché ricordi quel che ricordi? Perché non stai ricordando altre cose? Questa è la prima domanda, e a me sembra quella centrale, che noi diamo per scontata. Per chiunque, ci sono interi lassi di tempo, forse mesi in cui si riesce a ricordare soltanto – non so cosa – un temporale o un gatto che attraversa la strada. Perché?!
L’altra cosa, naturalmente, è che io so che, col diventare vecchi e indulgenti, si mitigano le cose. Tutto è molto abrasivo nella vita, capisci. Dopo, si vuol solo ridere dolcemente. Ma non è questo il modo in cui lo vivevi allora.

Ha detto in interviste precedenti quanto la deprima quando i suoi romanzi sono letti in chiave autobiografica.
I primi volumi di Martha Quest sono i più autobiografici. Nella mia autobiografia ho precisato ciò che lo è e ciò che non lo è. È certamente autentico riguardo le emozioni, queste emozioni abrasive, adolescenziali. Sono tutte più vere di qualsiasi cosa io possa dire ora. Ma i fatti non sono necessariamente veri, perché cambio le cose qua e là. “Un matrimonio per bene” è più o meno vero, con delle differenze, e ho detto quali sono le differenze. “Echi della tempesta” è molto autobiografico; naturalmente, le persone sono sempre assemblate per creare personaggi compositi. E dopo di che, no, non fa che frantumarsi tutto. Non sono veramente dell’idea che sia utile per me dire che questo o quello è autobiografico. So che la gente rimane terribilmente contrariata quando dico che una certa cosa di Martha Quest non è autobiografica perché a loro piace pensare che lo sia.

Davvero, allora, lo spartiacque sono “Il taccuino d’oro” e “The Four Gated City”.
Lo spartiacque è stato prima di “Landlocked”. E il libro è molto vero nell’atmosfera, in quel tipo di sentimento, ma non necessariamente nei fatti.  Bisogna che uno si chieda: Cosa intendono quando dicono “autobiografico”? Se dico: Beh, ho cambiato Gottfried Lessing, che è stato il mio secondo marito, e preso in prestito il marito di qualcun’altra – stavo crescendo il figlio di Gottfried a quell’epoca e lui era ancora vivo allora – il punto della questione però è un altro, che i due uomini erano molto simili psicologicamente. E c’erano dei parallelismi, perciò potrei dire in modo ugualmente veritiero Non è autobiografico e È autobiografico.

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D.H. Lawrence è stato tra i primi scrittori moderni che ho letto”, racconta Doris Lessing ricordando “La verga di Aronne”. Un libro misogino? Macché, “io non approvo questo modo di considerare Lawrence”

In “The Four-Gated City” fa portare Lynda e Martha al Cafe Royal da Paul, e l’io narrante sostiene: “Si guardavano come fossero personaggi di due romanzi diversi; Lynda, pensò, aveva uno sguardo da ‘Donne in amore’, mentre Marta sembrava una Nuova Donna presa da Bernard Shaw”. Il riferimento a “Donne in amore” indica che Lawrence in quel periodo faceva ancora parte della sua coscienza. Che cosa c’era in lui o nel suo lavoro di utile per lei come scrittrice o pensatrice?
Ho iniziato a leggerlo in Rhodesia del Sud prima ancora di lasciare la fattoria. È stato tra i primi scrittori moderni che ho letto. La sua scrittura ha avuto un enorme effetto su di me per la vitalità di quest’uomo. Ho appena riletto “Figli e amanti” e “L’amante di Lady Chatterley”, e non riesco a rievocare ora l’enorme piacere e lo shock di quella prosa. Era così vivida! Questa è stata la cosa principale. Tutto si anima quando parla, non è così? È questa la sua grande qualità. E un libro che si chiama “La verga di Aronne”. Non l’ho mai letto per le sue idee, insomma; non credo sia questa la sua virtù. L’ho letto per la sua vitalità, il susseguirsi di scene indimenticabili.

Addirittura “La verga di Aronne”?
Sì. Ti ricordi quelle scene umoristiche sul narratore che ubriaco andante? È talmente divertente! E ci sono “colline che si aggirano come tigri attorno all’orizzonte”. Comunque, credo che alcune delle sue idee siano assurde.

Sono rimasto sorpreso che abbia citato “La verga di Aronne” perché non è un romanzo che interessa molto le donne che conosco. Pensano sia piuttosto misogino.
Non l’ho mai pensato come misogino. Beh, ha lasciato una moglie, se questa è l’obiezione. Gli uomini spesso lo fanno, non è così? Beh, se è per questo ho lasciato due bambini, chi sono io per lamentarmi?
No, vedi, io non approvo questo modo di considerare Lawrence. Non ne vedo il motivo. Penso che si dovrebbe considerare ciò che uno scrittore ha da offrire e prendere ciò che viene offerto, non lamentarsi che lui non stia facendo qualcos’altro.

Qualcosa che si desidera lui faccia, anziché ciò che vuole fare.
Sì. Le persone lamentano che abbia un atteggiamento molto amatoriale – che certamente ha – verso il sesso. Ma i suoi atteggiamenti di fondo verso il sesso, mi piacciono: ha un rispetto enorme per il sesso; non lo respinge e non lo sminuisce e non ne fa della pornografia ideologica. Che per i tempi è un bel cambiamento. Ma gli aspetti tecnici del fare l’amore, quelli mi pare che si potrebbero mettere da una parte e dimenticarsene.
Ma non dimenticherò mai l’emozione di leggerlo, il piacere di quest’uomo. Voglio dire, questo libro australiano, non so se l’hai mai letto. L’emozione è stata la stessa.

Oh sì, “Canguro”.
Sì. Quel continente, non sarò mai in grado di vederlo in alcun altro modo, ed è davvero meravigliosa, meravigliosa la vitalità dentro quest’uomo.

Questo è interessante perché negli Stati Uniti è spesso giudicato così politicamente scorretto che spesso andando a una conferenza non si trovano pubblicazioni su Lawrence perché alcune persone non vogliono ammettere di leggerlo.
Beh, sai, ha avuto un’enorme influenza. Lo si può vedere in ogni genere di scrittura. Questo affare del politically correct, penso sia veramente stupido, per lo più, ed è destinato a passare. Probabilmente non dovrei dirlo, perché sarò linciata, ma il vostro paese è intellettualmente un paese estremamente isterico. I grandi movimenti nascono e spariscono dietro l’orizzonte, e penso che succederà anche con questo. Intanto penso stia facendo un sacco di danni, perché la letteratura non dovrebbe essere trattata come una specie di modello per uno sviluppo del pensare corretto. Non è certo questo il senso della letteratura.

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►Doris Lessing: “…più di una volta, qualche intervistatore, vedendomi non del tutto entusiasta, alla fine si fa avanti per sincerarsi se per caso non ci sia qualcos’altro di cui non abbiamo parlato che avrei voglia di discutere. Ma mentre dico ‘Sì, questo e quest’altro’ dapprima uno sguardo d’incredulità e poi di noia gli si deposita sul viso, perché quanto ho appena detto non è abbastanza eccitante, non alimenta i miti intorno agli scrittori. Ma un’intervista è ‘morta’ se l’intervistato dice all’intervistatore che cosa chiedere” (“Never the Whole Truth?”, 1990)

Per tornare a Lawrence, si sente in qualche modo solidale per il fatto che i suoi lettori hanno avuto l’arroganza di provare a dire a lei come scrivere? So che dalle persone ha questo genere di reazioni: Perché non torni al realismo? Perché non la smetti con la  fantasia, con il “romanzo spaziale”?
C’è chi mi dirà perché perdi il tuo tempo a scrivere realismo? Quel che contesto è la ristrettezza mentale delle due parti. Non vedo il motivo per cui la gente non dovrebbe godere allo stesso modo di entrambi. La gente tende ad arroccarsi su una posizione. Io credo – e sono sicura di non doverlo dire a un qualsiasi accademico – che la gente si appropri di una sorta d’atteggiamento, e sono capaci di difendere la posizione e ciò che è loro al punto tale che dopo un po’ non ha più importanza ciò che lo scrittore sta cercando di dire perché è più importante difendere una posizione. E questo è particolarmente vero per il politically correct.

Al punto che gli scrittori e le loro opere diventano proprietà di persone che hanno un qualche tornaconto personale nel leggerli in un modo particolare.
Sì, penso che accada continuamente. L’idea che possiamo ottenere piacere ed emozione dalla lettura è scomparsa da qualche parte. Io penso che si dovrebbe cercare di ottenere da uno scrittore quel che c’è. Come posso dire. Beh, tu lo sai bene, un libro è una grande offerta di un certo tipo per lo spirito umano, per la mente umana. Si dovrebbe prima considerare questo, prendere anzitutto questo. Se si vuole criticare, si può sempre fare a pezzi qualunque cosa.

È un po’ come essere invitati a una cena e criticare la padrona di casa perché mancano le pietanze che avremmo preferito.
Sì. E Lawrence ha avuto un effetto immenso, lo ha avuto, nel bene e nel male. Ma nei primi tempi in cui scriveva, le sue idee erano indubbiamente abbastanza diffuse, perché un sacco di gente le aveva. Non era l’unico ad essere vagamente sedotto da quello che oggi chiamiamo Fascismo. All’epoca erano in molti ad ammirare gli uomini forti, era di moda. In molti nutrivano un lieve antisemitismo e non si criticavano a vicenda per questo. Ma sono sicura che un sacco di gente – beh, lo so perché li conosco – ha letto Lawrence con profitto. Non lo hanno mai letto perché ammirano le sue idee, per quanto ne sappia – tutte queste donne sacrificate sugli altari in Messico – ma che libro quello sul Messico! La sua scrittura di viaggio è superba. Quindi è imperfetto, tutto qui.

The Making of the Representative for Planet 8-glass

 Habitué delle digressioni nel corso della sua carriera letteraria (a cominciare dalla “space fiction” che ha disorientato i suoi lettori più fedeli), Doris Lessing ha scritto il libretto dell’opera “The Making of the Representative for Planet 8” di Philip Glass tratta dal quinto volume della serie Canopus in Argo (1982). In Gran Bretagna è stata rappresentata per la prima volta nel 1988 al London Coliseum (nella foto, una scena dall’atto secondo)

“The Real Thing”, com’è il titolo negli Stati Uniti, o “London Observed” (“Racconti londinesi”, Feltrinelli 1993), la raccolta di racconti e bozzetti apparsa di recente, per me è un lavoro sorprendente.
Non direi. Perché?

Cè un bozzetto che si intitola “In difesa della metropolitana” e penso che la raccolta poteva chiamarsi “In difesa della città”, o “In difesa di Londra”, perché è evidente che ama questa città.
Sì, la amo.

Ed è questo che è sorprendente, perché ai giorni nostri si è tanto sparato a zero su questa città.
C’è una specie di moda nel prendersela con Londra. Sai come succede con queste mode. Adesso va un po’ sfumando, ma è impossibile leggere qualcuno che dica qualcosa su come si vive qui senza la frase o due di rito su quanto sia terribile questo posto, e da persone che si dà il caso io sappia conducono una vita meravigliosa. È solo una moda, sai. Hanno belle case, bei giardini, mogli e figli che a loro piacciono o meno, o mariti; vanno al teatro, all’opera, e hanno una vita tutta rose e fiori. Eppure se la prendono con questa città dove hanno scelto di vivere. Lo trovo così spregevole e così noioso, perciò ho pensato di intervenire sul fronte opposto.

Buon per te!
È davvero una città meravigliosa in cui vivere. Lo scorso fine settimana ero al Regents Park Theatre con una mia giovane amica; l’ho portata a vedere “Romeo e Giulietta”, e quale felicità! La diamo per scontata. È lì e chiunque può andarci in qualsiasi momento.

Lei dice in uno dei bozzetti che Londra offre un enorme tripudio di possibilità.
Di continuo. Di continuo. Evidentemente le persone che criticano Londra non hanno mai vissuto in una cittadina come Salisbury, in Rhodesia del Sud, o non la criticherebbero.

Il suo affetto per la città sembra un po’ insolito, perché è cresciuta in mezzo al bush.
Sono arrivata nella città di Salisbury all’età di diciotto anni. È stato quello il momento in cui mi sono effettivamente lasciata alle spalle la campagna. Da allora, ho vissuto nelle città.

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La prima edizione americana di “Doris Lessing. Conversations” a cura di Earl G. Ingersoll (Ontario Review Press 1994)

Ma la sua infanzia l’ha trascorsa…
… in mezzo alla boscaglia. Sì.

Mi ha colpito quando ha detto che quell’esperienza ha significato la sua affermazione come scrittrice – non voglio metterle le parole in bocca – permettendole di crescere come giovane donna indipendente in modi che non le sarebbero stati possibili altrove.
Non allora, comunque. Penso che molto sia cambiato ormai dappertutto. Ma quando ho incontrato donne inglesi della mia generazione d’un tratto mi sono resa conto dell’incredibile fortuna che avevo avuto. Non ultimo, perché ero fuori dal sistema di classe inglese, che è un vero assassino. Lo è  sul serio! In Rhodesia del Sud, questo genere di cose non esisteva. È stato un grande beneficio. Inoltre, le donne erano molto più libere, anche allora. Le donne se ne andavano via in auto, con gli uomini, nella boscaglia, o da sole, e non mi ricordo nessuno che abbia mai detto che non dovevano o abbia battuto ciglio. Le donne mandavano avanti le fattorie da sole – ce n’erano un bel po’ – tutte cose che si davano per scontate. Sono stata molto fortunata.

Nelle sue interviste precedenti, sembra che abbia davvero faticato a contrastare gli sforzi di farle dire da parte di chi la intervistava che Ben ne “Il quinto figlio” rappresentasse una qualche incarnazione del male. Io non lo vedevo in questo modo.
C’erano due cose cui mi opponevo in quelle interviste. Una era che Ben fosse il male, quando è semplicemente qualcuno che si trova nel posto sbagliato, perché se fosse stato da qualche parte in una foresta 20.000 anni fa non sarebbe stato in nessun caso “il male”. L’altra cosa riguarda ciò di cui si suppone tratti il libro. La gente dice subito: Beh, parla di… non so cosa. Fai tu: scoperte genetiche, o mutazioni.

È divertente la storia delle persone che vengono da lei a dirle il “senso” de “Il quinto figlio”.
Sì! Una donna francese è venuta qui e prima ancora di mettersi a sedere ha detto: Beh, “Il quinto figlio” riguarda ovviamente il problema della Palestina. Ho detto: Ferma un attimo. L’energia per quel libro è scaturita dalla rabbia rispetto all’Afghanistan. Fu l’ira repressa a tradursi in quel libro. Gli scrittori lo capiscono all’istante. A volte la gente dice: Oh, è quel libro sulla questione afghana? No, non lo è, ma è stato alimentato dall’Afghanistan.

Abbiamo iniziato parlando di interviste e intervistatori, e ha detto che noi intervistatori facciamo sempre lo stesso genere di domande. Quali sono le domande che non facciamo e che vorrebbe facessimo?
Ero in Danimarca, e da tre settimane rispondevo a domande in vari paesi. D’improvviso la donna che mi stava intervistando mi dice: È chiaro che l’influenza più importante nella sua vita è stata la Prima Guerra Mondiale. Avrei potuto piangere per il piacere e il sollievo che qualcuno avesse notato questo fatto ovvio. Ma non accade molto spesso. Comunque adesso ho scritto in proposito nella mia autobiografia in modo che nessuno potrà dire che non sono stata esplicita.
Sono curiosa di vedere cosa succederà quando uscirà l’autobiografia. Quel che deluderà è che ci sono due diverse voci: una, quando si scrive un romanzo, e questa qui. Se si scrive una cronaca, una storia personale, si scrive da una parte diversa di se stessi, molto più distaccata, e le persone troveranno deludente quest’altra voce. Ne sono sicura.
Non so se ti ricordi che ne “Il taccuino d’oro” ci sono due punti diversi in cui un gruppo di persone vanno in un posto che io chiamo hotel Mashopi. Scrivendo l’autobiografia ci arrivo, e scrivo alcune cose sulle persone. Finito quel capitolo, vado a leggermi “Il taccuino d’oro”. E tutto ciò che posso dire è che ogni volta la narrativa è meglio della “verità”.

Quelle scene mi sono piaciute in modo particolare; sono di grande forza: la scena con gli insetti e la scena del tiro al piccione.
È molto meglio di quel che ho appena scritto nell’autobiografia, perché è sviluppato di più. In un’autobiografia non puoi farlo. Se ti metti a pensarci, c’è tanto da dire di una vita quando si arriva a settantaquattro anni.

Hai accennato in una precedente intervista che avevi appena riletto “Martha Quest”. Ti capita spesso di rileggere i tuoi libri?
A volte. Devo tornare a leggere “The Four-Gated City”. Non lo rileggo da moltissimo tempo. L’ultima volta che l’ho letto, mi è piaciuto abbastanza. Trovo che i miei primi due libri di Martha Quest abbiano una  grande, esuberante e piuttosto schietta vitalità, che io non ho più. Era tutto fin troppo bianco e nero. Invecchiando si riempie tutto di se e ma.

Una delle cose che mi sono piaciute di “The Four-Gated City” era la presenza di molte osservazioni riguardo la scena letteraria.
Ah sì? Bene. Dovrò rileggerlo.

Sì. Molto su scrittori e accademici e lo studio della letteratura. C’era uno scrittore che era alquanto al verde…
Oh sì, mi ricordo.

…e aveva battuto a macchina un romanzo, perché era quello il suo metodo di lavoro…
Quello era la verità.

Quello era vero? Conoscevi qualcuno così?
Sì.

…e poi aveva confezionato il manoscritto a posteriori, completo di cancellature e revisioni.
Beh, questa cosa era vera, perché quella era l’età d’oro per la vendita di manoscritti in America, e questo scrittore era così messo male che lo fece per continuare a sostenere la moglie e i bambini.

Non sembra avere molto pazienza con noi accademici.
Non lo so. Mi sembra d’incontrare accademici in continuazione e li vado a trovare e vado nelle loro università e litigo con loro. Che cosa vuoi di più?!

Sì, ma in un’intervista ha detto di pensare persino che la letteratura non dovrebbe essere insegnata nelle università.
Sì, ma il punto è, se non fosse insegnata che cosa accadrebbe alla povera letteratura? Sono giunta alla conclusione che le università sono diventate l’equivalente dei monasteri medievali, il luogo in cui viene preservato l’apprendimento, perché guarda quello che sta succedendo al di fuori. Continuo a ricevere lettere da università di quello che chiamiamo Terzo Mondo, in cui mi si dice che non possono permettersi di comprare i miei libri, se ne posso inviare qualcuno. E io lo faccio. E non pensi che è terribile? Perché questo significa che nessuno può permettersi di comprare un libro qualsiasi. I poveri non possono permetterselo, e le biblioteche non possono comprarli.
L’insegnamento della loro scrittura è il prezzo che gli scrittori devono pagare affinché gli accademici li aiutino a mantenerla viva. Tu sai come credo che la letteratura dovrebbe essere insegnata. Non dovrebbe essere insegnata così nel dettaglio. Ma non serve a niente dirlo, perché questo è il modo in cui è insegnata.

Non dovrebbe essere insegnata così nel dettaglio?
Beh, non mi piace tutta questa pignoleria.

L’analisi?
Sì. Non capisco tutta questa attinenza con la letteratura. Beh, ci sono due aspetti qui, no? Uno è interessare i giovani alla letteratura, ragion per cui dovrebbe essere insegnata diversamente, e non ho dubbi su questo. Dovrebbe essere insegnata in modo tale – ed è molto più difficile insegnare in questa maniera – da incoraggiarli a farsi strada svolazzando di fiore in fiore. Questo è ciò che penso. E non dovrebbero fargli scrivere saggi dettagliati su un tema, perché così facendo gli fanno passare la voglia. Questo è un aspetto della questione.
L’altro è che so bene che esistono interi dipartimenti universitari composti da persone che fanno proprio questo. Voglio dire, a che pro entrare in polemica con questo sistema? Le cose vanno così. Piuttosto vedo l’approccio accademico come il prezzo che si deve pagare per mantenere vivo tutto questo interesse per la letteratura.

Buona parte di ciò che accade in classe è che spesso si parla di come il romanzo è strutturato, e gli stessi studenti spesso ti dicono: Lo hai smontato e sono in grado di vedere come funziona, ma mi piace meno di quanto mi piacesse quando l’ho letto prima della lezione. Smontarlo finisce per distruggere parte della gioia connessa alla reazione pura e semplice.
C’è la storia dello scienziato che smembra un farfalla, e poi chiede dov’è andata la farfalla? La mia sensazione è che non vale la pena dirlo, perché ormai ci sono due o tre generazioni di persone nei dipartimenti di letteratura che sono state addestrate per fare questo genere di cose. E tra le persone che la pensano in questo modo e gli scrittori c’è veramente un abisso, perché c’è una totale incomprensione reciproca. Quando vado alle conferenze, a volte mi fanno domande che letteralmente non capisco. Non ho idea di che cosa la gente stia parlando. E lo stesso avviene per la gran parte degli scrittori che conosco. Quel che è successo è che il processo di scrittura è diventato un fine. Mi sta bene, però non mi va che distolgano i giovani dal piacere della letteratura, un piacere che nella mia vita è stato grande, ed è grande tuttora.

Riceve un sacco di posta dai suoi lettori, non è vero? Suoi lettori non accademici.
Sì, eccome. Quando esce un libro, ho sempre l’interesse di vedere cosa arriva. Ho ricevuto tante lettere per “Sorriso africano”, naturalmente.

Mi interessavano le reazioni a “La brava terrorista”.
Oh, ho ricevuto una tale quantità di lettere, alcune delle quali da parte di persone che grazie a Dio non erano state trascinate nelle Brigate Rosse. E uno o due piuttosto caustiche dall’Irlanda. Beh, più di una o due, con la descrizione di persone che vivevano come se fossero rivoluzionari. Una diceva: “Non so se se ne rende conto, ma se si costruisce uno stile da rivoluzionari poi dopo non si deve mai più andare a una riunione: si ha un’identità, si hanno vestiti, si ha un vocabolario che possono rimanere tali per il resto della vita”. E naturalmente li si incontra ovunque. Sono fortunati se poi non vengono travolti da qualcosa di negativo.

Perciò i lettori che ti scrivono delle lettere riescono a darti un’idea del pubblico?
Vedi, sono ovviamente molto diversi. Intendo la gente a cui piaceva “Sorriso africano”. A New York, per la prima volta nella mia vita, ho avuto quest’esperienza. Ero in un luogo di grande prestigio, ed era strapieno. Stavo parlando di “Sorriso africano”, e una decina di minuti dopo che ho iniziato, la gente ha cominciato ad andarsene. Quayle e Gore andavano in tv di lì a un’ora, ed ebbi la sensazione di dover competere con loro. Ma al termine di quella conferenza – e tagliai corto perché la gente era evidentemente annoiata – una donna venne da me e mi disse: “Quando ricomincerà a parlare di lei?” D’altro canto, quando sono andata a Washington il pubblico è stato il più bello che abbia mai avuto, era pieno di persone che sapevano tutto dell’Africa e volevano sentirmi parlare dell’Africa. Ma, capisci, può darsi che queste persone non abbiano letto nessun’altra cosa che ho scritto. Voglio dire, perché avrebbero dovuto? Non mi aspetto che tutti abbiano gli stessi interessi.

Come dicevo, sono interessato al modo in cui gli scrittori sviluppano una percezione del loro pubblico, perché immagino che mentre è qui a scrivere in questa casa debba essere consapevole che c’è un mondo di persone là fuori pronte a leggere ciò che scrive.
Beh, se si scrive un libro come “Sorriso africano”, si deve esserne consapevoli. Se si scrive un libro come “The Four-Gated City”, non pensi a cosa c’è là fuori, perché rovina ciò che stai inventando.

Qualcuno che l’ha intervistata in precedenza, che aveva letto le recensioni da lei ricevute sul New York Times, ha osservato come alcune delle prime fossero piuttosto negative.
Molto. In particolare riguardo “Il taccuino d’oro”. In particolare quelle scritte da donne.

Mi chiedevo quanto quelle prime recensioni negative l’abbiano influenzata per i libri di Jane Somers?
Non proprio, no. Ero interessata a scrivere sotto un altro nome per vedere cosa sarebbe successo.

Scrivere sotto pseudonimo è stato molto rischioso, vero?
Non me l’hanno perdonata qui. Sono andati bene in altri paesi, particolarmente bene in Francia, figurati. Te lo saresti aspettato? Sono andati molto bene in Scandinavia e in Germania. Ma non sono andati bene qui, o in America

Ovviamente ama scrivere.
Devo scrivere: è una nevrosi. È la verità. Divento squilibrata, sai, se non scrivo.
(trad. di Maria Reed)



La conversazione con Doris Lessing è tratta dalla Ontario Review (“A Conversation with Doris Lessing”, Volume 40/1994) ed è qui pubblicata per gentile concessione di Joyce Carol Oates.

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