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INTERVISTE | CLAUDE LÉVI-STRAUSS

Le ragioni dell’antirazzismo

L’antropologia come culmine di una ricerca che contempla
anche filosofia e diritto. Le indagini del
grande antropologo francese
non risultano mai
unilaterali. Non a caso la sua interpretazione
del
razzismo è sorretta da notazioni di eloquente 
varietà intellettuale. Lui avverte: “Nessun criterio
permette di decretare in assoluto che una cultura
sia superiore ad un’altra”. E ci spiega perché.


(Manuel Osorio)Lei è autore di opere molto importanti, cui ormai si fa riferimento in tutto il mondo. Quelli che conoscono il suo nome, tuttavia, sono molto più numerosi di quelli che conoscono la sua opera. Per cominciare, ci dica qualcosa sul suo itinerario personale, sui suoi inizi…
A dire il vero, non ho cominciato a scrivere molto presto. Ho avuto una carriera un po’ incerta. Dopo aver cominciato a studiare giurisprudenza, sono passato alla filosofia e poi, in un primo tempo, alla sociologia – sono andato, infatti, a insegnare all’università di San Paolo in Brasile come professore di sociologia – e infine all’etnografia. Fu solo durante la guerra, quando mi ero rifugiato negli Stati Uniti, che cominciai a scrivere. Da un lato utilizzai una parte del materiale relativo ai Nambikwara, dall’altra iniziai la mia riflessione scrivendo Le strutture elementari della parentela.

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Claude Lévi-Strauss: “La nozione di progresso implica l’idea che alcune culture siano superiori ad altre, in tempi o in luoghi determinati, essendo riuscite a produrre opere che le altre non sono state in grado di realizzare. Secondo il relativismo culturale, che costituisce una delle basi della mia riflessione etnologica, nessun criterio permette di decretare, in assoluto, che una cultura sia superiore a un’altra. Se alcune culture ‘si muovono’, mentre altre non lo fanno, non è per una loro superiorità sulle altre, ma perché alcune circostanze storiche suscitano una collaborazione tra società non ineguali, ma differenti”

Queste prime ricerche teoriche le suscitarono senza dubbio una certa inquietudine…
Più che di inquietudine, preferirei parlare di incertezze. È più esatto. Il mio pensiero teorico allora si orientava in una direzione che mi limitavo a intravedere. Successivamente, nel 1942, ho incontrato negli Stati Uniti il linguista Roman Jakobson e ho scoperto che quelle idee vaghe esistevano come dottrina già costituita, nella linguistica strutturale. E ne fui immediatamente rassicurato. A quell’epoca insegnavamo entrambi alla Nuova Scuola per le Scienze Sociali di New York – una specie di università in esilio che era stata fondata da studiosi francesi o di lingua francese che si erano rifugiati in America. Ognuno seguiva i corsi degli altri. Nell’insegnamento di Jakobson ho trovato i grandi principi interpretativi di cui avevo bisogno. Dal canto suo, mi ha incoraggiato e incitato ad andare avanti nei miei corsi sulla parentela.

Quali connessioni trovò fra la linguistica di Jakobson e il lavoro etnografico che stava conducendo all’epoca? Erano due discipline molto differenti…
Le differenze sono enormi. Non cercavo affatto di trasportare meccanicamente nell’etnologia ciò di cui si occupava la linguistica. Si trattava piuttosto di una stessa ispirazione generale, tenendo ben presente, fin dall’inizio, che evidentemente non parlavamo delle stesse cose e che non potevamo parlare allo stesso modo di cose differenti. Ma la linguistica ha confermato due punti che fino ad allora avevo compreso solo vagamente. Il primo è che per capire i fenomeni molto complessi, è più importante considerare i rapporti che li uniscono piuttosto che studiarli isolatamente. Il secondo è la nozione di fonema come l’ha sviluppata Jakobson. I fonemi sono dei suoni distinti – come e, t, g, a, b, c – che non significano nulla in quanto tali. È il modo in cui vengono combinati che permette di differenziare i significati – c e n non significano nulla, ma, in italiano, servono a distinguere con da non. Quest’idea mi è sembrata estremamente fertile. Ancora una volta, non si trattava di paragonare i fatti etnologici a dei fonemi – sono delle realtà di ordine diverso. Ma quando tentavo, ad esempio, di comprendere la straordinaria diversità, apparentemente arbitraria, delle regole di matrimonio che prevalgono in una data società, non mi ponevo più la domanda che ci si era posti fino ad allora: che vuol dire questa regola, in quanto tale, all’interno della società? Ritenevo piuttosto che questa regola non significasse niente in sé, ma che il modo in cui l’insieme delle regole si combinavano, opponendosi o, al contrario, giustapponendosi, fosse un mezzo per esprimere certi significati. Queste regole servivano, ad esempio, a formulare o a mettere in opera dei cicli di scambi all’interno di un gruppo sociale. Cicli di scambi che a loro volta sono significanti e che variano da una società all’altra.

Per riassumere questo nuovo metodo…
Diciamo che nella società umana vi sono degli insiemi di primo ordine – il linguaggio, la parentela, la religione, il diritto, per citarne solo alcuni. In una prima fase della ricerca è certamente giusto e prudente considerarli come tante unità separate. Ma, in una fase successiva, bisogna chiedersi quali rapporti possano esistere tra queste unità di primo ordine e le unità più complesse, di secondo ordine, che derivano dalla combinazione delle prime. Si arriva così progressivamente a quella nozione di ‘fatto sociale totale’ di cui parlava Marcel Mauss, che comprende un gran numero di rappresentazioni, allo stesso tempo linguistiche, giuridiche, religiose, ecc.

Ma questo nell’ambito di una data società considerata come totalità…
Inizialmente sì. Ma in seguito si cerca di comprendere i rapporti di correlazione e di opposizione che possono sussistere tra società vicine e lontane.

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