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ARTE | GERARD MALANGA

1967: a Roma con Mario Schifano

Quella primavera fu Peter Hartman, amico e generoso padrone di casa durante il mio soggiorno a Roma, ad aprirmi le porte al mondo dell’avanguardia italiana. Peter e io incontrammo un sacco di persone e uno dei primi fu Mario Schifano, fra i principali artisti del postmodernismo italiano.

Mario mi piacque all’istante, fin dal primo momento. E il sentimento fu reciproco. Era trascinante, passionale, creativo e sempre pieno di idee. Il suo entusiasmo era contagioso.

In settembre, il giorno successivo al mio ritorno a Roma, Peter e io ci vedemmo con Mario, il suo amico artista Franco Angeli (i due avevano preso parte alla celebrata mostra “Nuove prospettive della pittura italiana” che si era tenuta a Bologna qualche anno prima) e alcuni altri loro amici. La giornata era nuvolosa e ci riunimmo in un ristorante su una strada che costeggia il muro bugnato del parco di Villa Borghese. Quasi subito, d’istinto, ci accorgemmo tutti che una qualche alleanza creativa era sul nascere. D’improvviso l’aria era satura di idee.

Una di queste fu la programmazione dei miei film. Avrei diviso la scena con Bill Berger, attore di origine austriaca che all’epoca stava facendo una serie di spaghetti western. Era una delle persone più amabili che avrei mai sperato di conoscere. Girava in 16mm, semplici appunti per immagini, presi qua e là, talvolta sul set di un film in cui lavorava.

Ma ci fu un piccolo problema: stavano trattenendo alla dogana italiana una copia del mio film, “In Search of the Miraculous”, che era arrivata da New York.

Per volere di Patrizia Ruspoli, progenie di famiglia aristocratica e mia ragazza di allora, Giorgio Franchetti mi accompagnò a prendere il film all’aeroporto. Giorgio era un collezionista d’arte moderna italiana e fra i principali mecenati di Mario; alla sua famiglia era stata assegnata la supervisione del restauro della Ca’ d’Oro di Venezia, uno dei più bei palazzi gotici in città.

Per convincere il funzionario di turno in dogana quella notte a rilasciarci la copia ci volle tutta la capacità di persuasione di Giorgio. La situazione era delicata. Il funzionario si aspettava di ricevere una mazzetta? Non potevamo esserne certi, ma decidemmo che era troppo rischioso scoprirlo. Tentare di spiegare che si trattava di un film underground sarebbe stato inutile. Ma un’ora dopo, una volta chiarito che non si trattava di un film “commerciale” e che sarebbe stato proiettato solo a scopo “educativo”, riuscimmo a lasciare l’aeroporto con la pellicola.

Dopodiché Mario si mise a disegnare il manifesto per la proiezione: una foto ricordo di mio padre e di me a quattro anni, con la Statua della Libertà sullo sfondo; la foto fu invertita da positivo a negativo e virata in un blu scurissimo su campo bianco. Il design era molto semplice, elegante e accattivante. Incredibile la capacità che aveva Mario di espandere la visione partendo da pochi frammenti sparsi.

Gerard_Malanga_&_Archie_(2005)

Gerard Malanga. “Sono passati quasi cinque decenni da quando Gerard Malanga ballava con una frusta davanti ai Velvet Underground. Durante tutto questo tempo, ha recitato nei film underground di Andy Warhol e Piero Heliczer, diretto i propri film, scattato ritratti iconici di William S. Burroughs, di Iggy Pop nudo, Mick Jagger, John Ashbery, Robert Mapplethorpe giovane e Patti Smith, tra gli altri. Ha pubblicato più di venti libri, è stato cofondatore di Interview, esposto le sue fotografie in mostre di tutto il mondo” (Nina Shengold, “After the Factory. Chasing Gerard Malanga”)

La proiezione serale attirò il fior fiore degli artisti che allora vivevano in Italia: il romanziere e giornalista Alberto Moravia e Dacia Maraini (i due avrebbero poi fondato una compagnia teatrale per la produzione di nuove pièce italiane); l’autrice internazionalmente acclamata de “L’isola di Arturo”, Elsa Morante (lei e Moravia si erano lasciati anni prima); gli attori americani John Philip Law e Lee Van Cleef, che portò con se il ​​suo pastore tedesco bianco (pochi anni dopo Law e Van Cleef sarebbero stati co-protagonisti di uno spaghetti western); Laura Betti, l’attrice italiana e cara amica di Pier Paolo Pasolini; Keith Richards e Anita Pallenberg; il compositore tedesco Hans Werner Henze (che all’epoca era il mentore di Peter) e Ingeborg Bachmann, la poetessa austriaca; Donatella Manganotti, prima traduttrice italiana del “Pasto nudo” di William Burroughs; e, naturalmente, Peter Hartman.

Presi contatti importanti. Dacia avrebbe tradotto in seguito la mia poesia “S.S. Rex” per la rivista letteraria di Pasolini, Nuovi Argomenti. Donatella, che era venuta da Bologna per l’occasione, aveva intenzione di recensire il film per il giornale della sua città, Il Resto del Carlino, uno dei quotidiani più antichi d’Italia. Fu allora che ci incontrammo per la prima volta di persona, dopo una corrispondenza durata quattro anni. Il giorno dopo mi intervistò al Caffé Greco.

Quando mi spedì la copia dell’articolo pubblicato, aggiunse la traduzione in inglese. Fu la prima grande copertura del mio film sulla stampa italiana. Donatella diventò un’importante sostenitrice del mio lavoro. Ma purtroppo la cosa non sarebbe durata; morì alcuni mesi dopo per una misteriosa malattia del sangue. Il nostro dolce appuntamento sarebbe stato il primo e l’ultimo.

Tutto ciò che mi stava accadendo a Roma era merito degli sforzi congiunti di Peter e Mario. Mario aveva lavorato su un concetto di palco multimediale, qualcosa di mai visto in Italia prima di allora. Concepì un evento che avrebbe mostrato come la pittura potesse avere un impatto sulla musica e viceversa. Sapeva che ero legato ai Velvet Underground in quanto coreografo delle performance dal vivo della band e mi chiese di collaborare.

A torto si è lasciato intendere che Mario provasse a emulare il successo di Andy con i Velvet e il loro spettacolo “Exploding Plastic Inevitable”. Ma come avrebbe potuto? Non aveva mai visto le esibizioni dei Velvet dal vivo.

Mise insieme un gruppo di quattro giovani musicisti sconosciuti che battezzò “Le Stelle di Mario Schifano”. Il gruppo era composto da Urbano Orlandi, chitarrista e organista; Nello Marini, chitarra ritmica; Sergio Cerra alla batteria; e il bassista Giandomenico Crescentini.

Mario usava di frequente le stelle nella sua pittura, perciò non fece che adattare il motivo stellato per il nome della band e per la presentazione scenica. Non c’era alcun collegamento con l’“Exploding Plastic Inevitable”.

Coinvolse il suo caro amico Ettore Rosboch, produttore cinematografico e pianista, nella coproduzione dell’evento. Mi propose di aiutarlo a progettare l’illuminazione e a fare la coreografia. Io stesso mi esibii nella danza, con una serie di insoliti nuovi passi dada e pose eccentriche. Fra i miei oggetti di scena c’erano un paio di torce abbaglianti.

La prima ufficiale de Le Stelle fu al Piper Club di Torino. Fu essenzialmente una prova generale per aggiustare il tiro (una versione precedente, incompleta, era stata eseguita al Teatro Belsiana di Roma che ospitava la compagnia teatrale del Porcospino di Alberto e Dacia). Dalla reazione della folla estatica capimmo di averci visto giusto.

Mario non aveva mai visto le esibizioni dei Velvet dal vivo…

Nel giro di un paio di settimane ci fu il debutto al Piper Club di Roma preceduto da un gran battage. Tutto ruotava attorno alla musica. Oltre alla band originaria di quattro elementi, suonava il sitar il folk rocker americano Shawn Phillips; Peter Hartman era al pianoforte e flauto; Neal Phillips, che si era appena fatto due anni in un carcere greco per possesso di droga, suonava la tabla. Mario aveva progettato le diapositive e le proiettò su quattro grandi schermi panoramici, alternate a filmati di guerriglieri vietnamiti, spezzoni di film di Tom Mix e suoi personali sulla sua ragazza, Anna Carini. Una recensione entusiastica di Alberto Moravia fu pubblicata a pagina intera su l’Espresso, il più importante settimanale romano.

Mario raggiunse il suo obiettivo: lo spettacolare son et lumière aggiunse un’altra dimensione ai suoi dipinti a più livelli ed i suoi film divennero parte integrante dello spettacolo di luci nel suo insieme. Da quel momento in avanti, la sua attività di pittore assunse una ulteriore qualità multi-dimensionale. Fu così che la febbre dei tempi si manifestò nella più raffinata stravaganza multimediale cui Roma avrebbe mai assistito.
(Gerard Malanga)


(traduzione di Barbara Pezzopane)

Copyright © Gerard Malanga da “In Remembrance of Things Past”

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