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STORIA

Cosa rimane dell’esodo istriano: storia di Maria Soldati, comunista irriducibile rimasta in Istria per insegnare

  • 24 marzo 2015
  • 17:18

Maria Soldati (vedova Velan) è comunista da sempre. Non dice “socialista”, ma “comunista”, lei che è nata, ha vissuto e lavorato in Istria, a Rovigno, da comunista con i comunisti italiani rimasti, con gli italiani anticomunisti più o meno dichiarati rimasti, con quelli rimasti e basta e naturalmente con gli jugoslavi che arrivarono dopo la fine della seconda guerra mondiale, anzi, dopo l’esodo che svuotò queste terre nella seconda metà degli anni ‘40 del secolo scorso e oltre, negli anni ‘50. Maria è comunista, ma dice con schiettezza da brivido: “Ora sono anziana, mi è difficile anche pensarle, certe cose, però una cosa devo dirla: o abbiamo scherzato prima, intendo durante tutta la storia della Repubblica Socialista Federale Jugoslava, oppure abbiamo scherzato dopo”. Maria si riferisce al periodo che va dal 1944, con la proclamazione della generica Democrazia Federale di Jugoslavia, alla sua frantumazione conclusasi nel 1992.

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La locandina de “La città dolente” di Mario Bonnard, preziosa pellicola sul drammatico esodo degli italiani dall’Istria in seguito al trattato di pace di Parigi stipulato tra l’Italia e le potenze vincitrici con il quale fu decretata la cessione dell’Istria e di gran parte della Venezia Giulia alla Jugoslavia. Il film, realizzato nell’autunno del 1948, è quasi contemporaneo agli avvenimenti che racconta ed è stato sceneggiato, tra gli altri, da Fellini

Quasi mezzo secolo durante il quale dramma e commedia si fondono e, chiedendo scusa a Maria, viene in mente Maurizio Ferrini, comunista romagnolo di “Quelli della notte” di Arbore, rappresentante di pedalò della ditta Cesenautica, che condiva ogni suo intervento con il tormentone “non capisco, ma mi adeguo” e parlava del comunismo come di un destino dell’umanità “in un futuro di popoli” (richiamandosi allo Stalin della Conferenza di Yalta). Ecco appunto, popoli che si fecero guerra nei Balcani. Ma Maria è sincera: si rifà in primo luogo alle cosiddette “decisioni di Pisino” del 13 settembre 1943, cinque giorni dopo l’8 settembre, e confermate il 26 dello stesso mese, quando il Comitato regionale della Liberazione Popolare dell’Istria deliberò autonomamente sulla “unione alla madre patria e proclamazione dell’unione con i nostri fratelli croati”.

In pratica, i partigiani comunisti (tra i quali molti italiani provenienti dal nostro esercito, ma che non facevano parte del comitato direttivo) che insieme all’Armata Rossa e agli alleati avevano vinto la guerra, precorsero i tempi. Tanto più che le “decisioni di Pisino” annullarono le leggi fasciste, riconoscendo agli italiani d’Istria “tutti i diritti nazionali”. In realtà dopo l’8 settembre 1943 le truppe tedesche occuparono Trieste, Pola e Fiume, ma non riuscirono a controllare veramente l’interno dell’Istria, dove appunto si trova Pisino. Lì e in altre località affluirono le formazioni partigiane slave e un po’ ovunque vennero instaurati poteri popolari. Gli arresti e le violenze contro squadristi, gerarchi locali, rappresentanti dello Stato furono le prime manifestazioni del nuovo potere.

Ragioni storiche, etniche e politiche si fusero a istanze sociali e così furono colpiti anche possidenti terrieri italiani, dirigenti e dipendenti di aziende che il tribunale rivoluzionario di Pisino condannò e fece uccidere già nel corso di settembre-ottobre anche per liberarsi di pericolosi testimoni durante un’eventuale controffensiva tedesca. I fatti di Pisino si sommarono a quelli della primavera del 1945, quando alcune centinaia di militari italiani repubblichini furono giustiziati. Altri migliaia di uomini moriranno in seguito nei campi di prigionia titini, fra i quali anche finanzieri e membri della guardia civica, cioè corpi largamente infiltrati dal Comitato di Liberazione Nazionale italiano, che “non avevano mai partecipato ad azioni antipartigiane e avevano anzi preso parte all’insurrezione contro i tedeschi” (“La Storia, Biblioteca di Repubblica”, De Agostini/UTET 2004).

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Il presidente della Repubblica italiana Giorgio Napolitano, quello sloveno Danilo Turk e quello croato Ivo Josipovic di fronte al monumento dell’Esodo di Trieste in occasione della storica commemorazione del luglio 2010 che ha sancito la riconciliazione tra italiani, sloveni e croati

Le drammatiche notizie allarmarono profondamente la popolazione italiana, affievolendone la spinta a collaborare alla guerra contro il nazifascismo ancora in corso, nel timore che i partigiani titini vincitori avrebbero commesso nuove violenze. “A parte i casi evidenti di giustizia sommaria, sia gli arresti (…) sia le eliminazioni non avvennero tanto sulla base delle responsabilità personali quanto su quella della mera appartenenza nazionale”. Per quanto riguarda le vittime, “si può affermare che il numero di coloro che vennero gettati nelle foibe è probabilmente intorno al migliaio”. Tra scomparsi in prigionia e dispersi, per i giuliano dalmati le perdite furono “circa 10.000, contando anche le vittime di guerra in generale”. (op.cit.)

Maria, nata nel 1934, non aveva ancora dieci anni l’8 settembre. Continuò a studiare in scuole italiane e si diplomò maestra. Conseguì poi a Pola una sorta di laurea breve che la abilitò come insegnante di lingua e cultura italiana per le scuole medie e, dopo decenni di insegnamento, negli anni finali della sua carriera Maria è stata dirigente scolastica della scuola italiana di Rovigno, che comprendeva la materna, le elementari e la media inferiore. È in pensione dal 1991.

Più che le “decisioni di Pisino”, per quanto significative, fu il trattato di Parigi, firmato nel 1947 fra lo Stato italiano e gli Stati vincitori della seconda guerra mondiale, a cambiare per sempre la vita di Maria Soldati. Il trattato sancì infatti la cessione alla Jugoslavia, da parte dell’Italia sconfitta, della città di Fiume, del territorio di Zara, delle isole di Lagosta e Pelagosa, di gran parte dell’Istria, oltre che del Carso triestino e goriziano e dell’alta valle dell’Isonzo. Maria rimase. La sua famiglia rimase. Assistettero all’esodo di amici, parenti, conoscenti e concittadini, a quella diaspora storicamente definita “esodo giuliano dalmata” che fu particolarmente massiccio in Istria e portò al quasi completo svuotamento di interi villaggi e città, visto che anche numerosi croati e sloveni seguirono gli italiani nell’esilio.

La diaspora di circa duecentocinquantamila persone fu una decisione, o una costrizione, diffusa in tutte le classi sociali, dai professionisti agli impiegati pubblici ai molti artigiani e operai specializzati dell’industria: da ciò una profonda crisi economica del Paese, privato di risorse umane, di conoscenze, del proprio tessuto socio-culturale insomma. Risalgono proprio a quegli anni i ricordi più duri di Maria: chi partiva sapeva che avrebbe perso tutto ma lo stesso considerava inspiegabile la scelta di coloro che sarebbero rimasti e sarebbero andati incontro a nuove tensioni: come sarebbero stati trattati dai nuovi venuti, dai nuovi leader, quale sarebbe stato il futuro di una comunità ridotta, stroncata, decapitata? Chi rimase, però, ebbe una grande occasione, una sfida: mantenere in vita quella comunità, significando con questo la lingua, le tradizioni, i libri, i giornali, l’arte, insomma la cultura italiana.

Una dura lotta, lo si avverte anche dal racconto pacato di Maria, che ebbe sempre ben chiara questa missione, e per realizzarla lavorò a testa alta. Ben avvertendo, certo, l’ostilità dell’ambiente circostante, eppure, rigando dritto e lavorando sodo, poté fare molto, se è vero che le scuole italiane attirarono anche le famiglie croate. L’unica costrizione che Maria riconobbe chiaramente fu il divieto di professare a scuola qualsiasi religione, argomento peraltro drammaticamente attuale. Natale e Pasqua si celebravano all’inizio privatamente, con il passare degli anni sempre più apertamente. Ma Maria è atea e non avvertì più di tanto questa pressione. Poi ci furono gli anni belli, gli anni ’70 e ‘80, quando la famiglia Soldati passava le vacanze in Italia e andava a sciare in Trentino.

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Gina Lollobrigida e Raf Vallone in una scena di “Cuori senza frontiere” di Luigi Zampa. Ambientato in un paesino del Carso che si ritrova diviso in due dal confine fra Italia e Jugoslavia, il film vuole denunciare l’assurdità di un provvedimento che ha letteralmente lacerato la vita della popolazione locale

All’epoca Maria lavorava, il marito faceva il veterinario e avevano un figlio. Nel Paese del socialismo “dal volto umano”, nella Jugoslavia di Tito, si poteva fare anche questo. Ma il regime era sempre in allerta e già nel 1952, con la promulgazione dei decreti sulla scuola dell’Ispettore generale dell’istruzione pubblica jugoslava Anton Perusko, si erano create commissioni incaricate di verificare la “vera” nazionalità degli alunni delle scuole italiane. I cognomi che avevano un suono “slavo”, magari terminanti in “ch”, condannavano il portatore ad essere trasferito dall’istituto italiano in uno croato o sloveno. Comunque la storia superò anche Perusko, e la cultura italiana in Istria poté sopravvivere e persino prosperare, anche grazie a insegnanti e dirigenti come Maria. Nelle scuole, ma anche nei teatri, nei centri culturali italiani, un po’ ovunque, in uno spirito di unità e fratellanza.

Vennero pure gli aiuti dallo Stato italiano, attraverso accordi con quello jugoslavo prima e croato poi: sostegno attraverso libri di testo, gite in Italia, formazione degli insegnanti, scambi con scuole del Friuli Venezia Giulia, manifestazioni culturali. Una comunità e un organismo vivo. E allora ecco che, secondo il censimento del 2001, i comuni della Croazia con il maggior numero di parlanti italiano si trovavano tutti in Istria: Grisignana 66%, Verteneglio 41%, Buie: 40%, Portole: 32%, Valle d’Istria: 22%, Umago: 21%, Dignano: 20%. In molti comuni della Regione istriana della Croazia vigono statuti bilingui, e la lingua italiana è considerata lingua co-ufficiale. Vi sono alcune scuole italiane in Istria: scuole elementari a Buie, Umago, Cittanova, Parenzo, Pola e Rovigno; scuole medie a Pola e Rovigno. A Fiume (Rijeka) la comunità italiana dispone di asili, elementari, medie e un liceo. Vi è inoltre la proposta di elevare l’italiano a lingua co-ufficiale, come nella Regione Istriana. A Zara la comunità italiana locale ha richiesto la creazione di un asilo italiano che avrebbe dovuto essere aperto nel 2009, ma l’imposizione di un filtro nazionale – che imponeva l’obbligo di possesso di cittadinanza italiana per l’iscrizione – ne ha bloccato la nascita. In compenso, un asilo italiano è stato aperto nel 2010 a Lussinpiccolo.

Nel frattempo la politica ha fatto, pur con colpevole ritardo, dei passi avanti nel riconoscimento delle tragedie collaterali alla seconda guerra mondiale che hanno colpito rispettivamente il popolo italiano e quello slavo. In Italia è stato istituito dal 2004 il Giorno del ricordo, solennità civile nazionale, celebrata il 10 febbraio, giorno in cui, nel 1947, fu firmato il trattato di Parigi. Vale la pena citare il testo della legge: “La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale ‘Giorno del ricordo’ al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale. Nella giornata […] sono previste iniziative per diffondere la conoscenza dei tragici eventi presso i giovani delle scuole di ogni ordine e grado. È altresì favorita, da parte di istituzioni ed enti, la realizzazione di studi, convegni, incontri e dibattiti in modo da conservare la memoria di quelle vicende. Tali iniziative sono, inoltre, volte a valorizzare il patrimonio culturale, storico, letterario e artistico degli italiani dell’Istria, di Fiume e delle coste dalmate, in particolare ponendo in rilievo il contributo degli stessi, negli anni trascorsi e negli anni presenti, allo sviluppo sociale e culturale del territorio della costa nord-orientale adriatica ed altresì a preservare le tradizioni delle comunità istriano-dalmate residenti nel territorio nazionale e all’estero”.zampa-cuori-senza-frontiere2

Nel luglio 2010, come scrive forse un po’ affrettatamente il Piccolo online “La riconciliazione tra italiani, sloveni e croati è compiuta. Come da programma, il presidente della Repubblica italiana, Giorgio Napolitano, quello sloveno Danilo Turk, e quello croato Ivo Josipovic hanno deposto corone all’ex Hotel Balkan, luogo simbolo delle sofferenze patite dalla minoranza slava nel corso del Novecento, e al monumento all’Esodo degli istriani, fiumani e dalmati di piazza Libertà”.

Maria, che era ed è comunista, ripensa alla sua vita, ma non ha una soluzione, una sintesi, come la maggior parte di noi. Guarda il sublime panorama del panettone di Rovigno nella mite e luminosissima giornata di febbraio che ha benedetto il nostro incontro. Pensa al comunismo, pensa alla Jugoslavia, pensa ai morti, i suoi italiani, i fascisti italiani, i comunisti italiani, i partigiani jugoslavi e italiani, gli jugoslavi, i suoi concittadini croati, i suoi concittadini italiani, e ai vivi, agli esuli sopravvissuti e ai loro discendenti. Persone e ideali, fatti e conquiste concrete che non ci sono più, o che hanno cambiato definizione, o che non sono più sentite come tali. Confini, forme di governo, e tutto mentre la vita continua e cambia. Perché la vita non sempre aderisce ai trattati: “Non è una storia semplice. E comunque nelle partite con la Croazia faccio il tifo per l’Italia”, confida Maria.
(Marco Zovi)


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