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STORIA

Cesare Lombroso “illuminato” dal giornale dei pazzi del manicomio di Pesaro

  • 8 settembre 2017
  • 11:04

Il lato “illuminato” di Lombroso, padre dell’antropologia
criminale ma anche uomo dalla mentalità riformatrice.
Lo spunto è il volume “Cronache dal manicomio” (2017) in cui
Roberto Vecchiarelli, docente all’Accademia di Belle Arti di Urbino,
racconta la storia del giornale dei pazzi del manicomio di Pesaro.
Il diario, o bollettino, che raccolse informazioni e pensieri di tutto un popolo
di reclusi spesso dimenticati, nacque proprio da un’iniziativa di Lombroso,
dal 1871 direttore di quell’Istituto ove adottò, con grande zelo innovativo,
molte altre misure volte a migliorare la condizione degli internati.


Dopo gli anni d’oro dell’antropologia criminale, a cavallo tra la fine dell’800 e gli inizi del Novecento, anni durante i quali si è esagerato senz’altro nell’esaltazione acritica della figura del suo fondatore Cesare Lombroso, si è tentato in ogni modo di contestare la validità della sua ricerca culturale. In Italia la reazione idealistica alle idee positivistiche ereditate dall’Ottocento ha avuto come principale bersaglio proprio l’opera lombrosiana, evidentemente considerata il più rilevante prodotto culturale del positivismo italiano.[1] Tale opera distruttrice ha però raggiunto uno dei suoi momenti culminanti nel corso degli anni ’60 e ’70 del Novecento, in concomitanza con lo sviluppo sia di una criminologia che di una psichiatria “critica” rispetto alle regole di funzionamento del sistema sociale.

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Cesare Lombroso (ph. Kurella, General Collection/Wellcome Library, London). Finché è stato in vita, era rispettato anche da coloro che avversavano le sue idee, poiché gli venivano riconosciute la buona fede e l’onestà di fondo oltre ad una preparazione culturale notevolissima

Associazioni professionali come Psichiatria Democratica e Magistratura Democratica hanno, in quella fase, sviluppato una forte opposizione al regime repressivo esistente oltre che nel complesso del sistema sociale anche all’interno delle cosiddette “istituzioni totali”, cioè le carceri e i manicomi. I bersagli delle battaglie di queste associazioni  sono stati allora, oltre alle forze politiche e agli operatori (psichiatri e magistrati) che non intendevano sopprimere queste istituzioni o almeno modificarne radicalmente le caratteristiche, gli ideologi e le ideologie che contribuivano, secondo queste stesse associazioni, a consolidare la funzione repressiva delle “istituzioni totali”.

Dato il particolare clima politico e culturale di quegli anni era inevitabile che colui il quale era ritenuto il massimo ideologo della repressione carceraria e manicomiale, cioè Cesare Lombroso, fosse sottoposto a ripetute critiche. Ciò che però non è assolutamente giustificabile è il frequente sconfinamento della polemica anti-lombrosiana in una sequela di insulti.[2] Non si può, infatti, far passare sotto silenzio il fatto che si sia scritto che “il Lombroso voleva scientificamente dimostrare, per mezzo di misure che potevano essere del cranio o del pene, la maggiore o minore criminalità dell’uomo”.[3] Né si può tacere che si è affermato che “la genialità di Lombroso era quella di un uomo senza qualità, di un servo della borghesia che faceva finta, ogni tanto, di impuntarsi o di scandalizzarsi”[4] e che si è definito Lombroso “un pasticcione che raccoglie pettegolezzi”.[5]

Ma il punto più alto nelle accuse anti-lombrosiane lo si è raggiunto quando si è affermato che “ritorna qui [nell’opera lombrosiana “L’uomo di genio”, ndr] l’ossessione della diversità, l’ansia della normalità. A distanza di decenni, nel momento in cui la borghesia nell’epoca dell’imperialismo produce le maggioranze devianti ciò appare velleitario, prima ancora che fascista. Eppure, ai nostri occhi, agli occhi dei lettori smaliziati la grossolana incapacità di Lombroso, saldata con la sua improntitudine, fa un po’ paura. Perché ha lo stesso colore della maschera bianca, impassibile ed ottusa, degli aguzzini di George Jackson e di Angela Davis”.[6] Tali insulti vanno respinti con forza perché essi sono stati espressi nei confronti di un uomo che, finché è stato in vita, era rispettato anche da coloro che avversavano le sue idee, poiché gli venivano riconosciute la buona fede e l’onestà di fondo oltre ad una preparazione culturale notevolissima.[7] Il ricorso ripetuto agli insulti nei confronti di Lombroso getta un’ombra su molti criminologi, psichiatri e magistrati che negli anni ’60 e ’70 hanno avuto una profonda influenza sulla vita culturale e politica del nostro Paese; tali episodi possono essere lo spunto per una profonda riconsiderazione critica, finora solo abbozzata, degli effetti sociali parzialmente negativi prodotti dalle idee della criminologia, della magistratura e della psichiatria “critica”.

Vecchiarelli_Cronache dal manicomioPer rendere chiara a tutti la mentalità riformatrice di Cesare Lombroso giunge a proposito il libro “Cronache dal manicomio. Cesare Lombroso e il giornale dei pazzi del manicomio di Pesaro” (Oltre edizioni, 2017) scritto da Roberto Vecchiarelli. Il professor Vecchiarelli, che insegna Storia dello Spettacolo e della Musica presso l’Accademia di Belle Arti di Urbino, inizialmente aveva l’intenzione di raccontare la presenza del poeta Torquato Tasso nel XVI secolo a Pesaro, alla corte del duca di Urbino ma nel corso delle sue ricerche presso l’ospedale S. Benedetto di Pesaro si è imbattuto nella figura di Cesare Lombroso e nella singolare esperienza del “Diario dell’ospizio di San Benedetto in Pesaro” ed ha deciso, quindi, di raccontare in un libro quest’altra esperienza. Vecchiarelli scrive che nel luglio del 1871 il Consiglio provinciale di Pesaro propose a Cesare Lombroso di assumere la direzione di quel manicomio ma prima di accettare la proposta egli formulò alcune richieste per il miglioramento igienico-sanitario dello stabile; eccone alcune: rivestimento di sughero per le camere e per le celle d’isolamento; aerazione degli ambienti aprendo le finestre fino al pavimento; sostituzione dei pagliericci con veri e propri letti; istituzione di un laboratorio per la lavorazione delle stuoie, calzoleria, sartoria, falegnameria e laboratorio del fabbro; acquisizione di campi per il lavoro agricolo.

Come scrisse Gina Lombroso, all’interno della biografia del padre,[8] Lombroso nel riordinare il manicomio cercò, con grande zelo innovativo, di “creare ai ricoverati un ambiente che possa consolarne e renderne dolce la vita” e, oltre a sottoporre i detenuti ad esami antropologici, furono sperimentate alcune terapie “di recupero attraverso il lavoro congeniale al loro temperamento”. Queste stesse proposte di miglioramento della struttura si trovano anche all’interno della Relazione Statistica Sanitaria dell’ospizio di S. Benedetto, a firma del Direttore Medico Cesare Lombroso.

In pochi mesi a Pesaro, con un attivismo fuori dal comune, Lombroso riuscì a portare a termine una serie di iniziative per migliorare lo stabilimento sotto il profilo igienico-sanitario; con lo stile del “trattamento morale” o della terapia d’ambiente tentò di creare uno spazio di vita migliore per i ricoverati: creò una scuola di alfabetizzazione per le donne, una scuola di disegno per gli uomini, organizzò conferenze, condusse gli alienati a villeggiare la domenica, introdusse “giochi ginnastici”, affidò agli alienati la cura di animali esotici. Come scrisse sempre Gina Lombroso, Cesare Lombroso:

“Riordina, dunque, quell’asilo sul sistema inglese delle porte aperte cercando di creare ai ricoverati un ambiente allegro, fornito di tutte le attrattive che possano consolarne e renderne dolce la vita, concedendo loro teatri, libri, musica, pitture; eccitandone l’attività, dando libero sfogo alle loro tendenze artistiche e poetiche, con recite, con esposizioni in cui raccogliere i loro saggi, e soprattutto con un giornale manicomiale [il Diario del San Benedetto], che inaugura primo in Italia per dare ai parenti notizie dei malati e a questi una tribuna ove far conoscere i migliori solo squarci letterari”.

Il problema del contatto con le famiglie era molto sentito dagli internati e questo è quanto mai chiaro negli articoli scritti nel Diario. Ma l’interesse di Lombroso per questo Diario, o bollettino, è sottolineato anche da altre motivazioni, che si leggono nella Statistica Sanitaria dell’Ospizio di S. Benedetto:

“Onde tenere occupati alcuni alienati di singolare ingegno, letterati tipografi e per informare le famiglie senza ricorrere alle lunghe corrispondenze dello stato dei loro ricoverati si pensò a modo di quanto si pratica in Germania ed in Inghilterra di fare uscire un Diario stampato degli stessi ricoverati in cui essi potevano publicare i loro pensieri e così si otteneva il vantaggio di diffondere idee più esatte e nobili sulle condizioni morali degli alienati e rialzarli agli occhi del volgo che considera spesso i dementi come bestie feroci”.

Scrive Vecchiarelli che nei luoghi di isolamento, per il bisogno di riappropriarsi dell’esistenza e per non sentirsi sconfitti, si ha una grande necessità di comunicare, di raccontare la propria storia, di rendersi riconoscibili grazie a un segno e Lombroso, attraverso l’attitudine che gli era propria (istintiva e priva di metodo), raccolse frammenti di documenti, informazioni e pensieri di tutto un popolo di reclusi spesso dimenticati. Ma non è vero che Lombroso non aveva un metodo; egli aveva il cosiddetto “metodo indiziario”, cioè considerava ogni espressione umana come l’indizio di una personalità, di un modo di pensare.[9] La sostanziale caratteristica di Lombroso fu l’attenzione per i segni; egli “aveva appreso dal suo maestro Paolo Marzolo che ogni segno, ogni espressione culturale dell’uomo, poteva essere compresa solo in relazione ad altre e a queste paragonata per poi ricavarne un albero genealogico che ne costituisse la risultanza”.[10]

Ma l’attenzione per i segni scaturiva innanzitutto da una sua innata conformazione intellettuale che lo portava, ad esempio, a distinguere ad occhio la provenienza geografica dei suoi commilitoni quando era in servizio militare.[11] I segni, per Lombroso, potevano essere di qualsiasi tipo ed essere rintracciati anche nei luoghi più nascosti; volendo, ad esempio, studiare la psicologia del delinquente i segni potevano essere trovati, oltre che sul corpo e nei comportamenti quotidiani, anche nei cosiddetti “palimsesti” del carcere e cioè “…sulle mura del carcere, sugli orci da bere, sui legni del letto, sui margini dei libri…, sulla carta che ravvolge i medicamenti, perfino sulle mobili sabbie delle gallerie aperte al passeggio, perfino sui vestiti in cui imprimono il loro pensiero con il ricamo”.[12]

Scrive Vecchiarelli che è pur vero che la scrittura del Diario prese corpo dentro i confini di un organo di controllo, quindi dentro i limiti di una struttura istituzionale e convenzionale, ma siamo nel 1872 e quel 1978 da cui prenderà le mosse la rivoluzione di Basaglia è ancora lontano per tutta la società, non solo per il manicomio. Così il giornale diventò il prodotto di una vera e propria strategia di liberazione dell’individuo: dove, in una doppia relazione tra interno ed esterno, l’internato aveva la possibilità di far uscire i propri pensieri, mentre l’opinione pubblica (‘il volgo’) aveva la possibilità di farsi un’opinione differente del malato di mente. Quest’attenzione di Lombroso, volta al tentativo di restituire dignità all’alienato attraverso la scrittura, sottrasse il malato da quella condizione di isolamento e degradazione che la reclusione gli imponeva; gli permise, infatti, di recuperare un’identità e così il soggetto riemergeva dal silenzio, ed era attivo, prendeva iniziative e si imponeva.

Scrive ancora Vecchiarelli che nel San Benedetto, oltre alla distribuzione del giornale manicomiale, erano istituiti una scuola, un corso per imparare a leggere e scrivere e una ricca biblioteca, fornita di romanzi e di una bibliografia che comprendeva tutti i campi disciplinari. Lombroso cercò di eliminare o smorzare tutto ciò che di bestiale apparteneva all’immagine stereotipata che la società aveva dell’internato, attraverso la sua ‘esposizione’ pubblica, innescando in questo modo un dialogo tra due mondi lontani: quello dell’esterno, dello scorrere del tempo e dell’esistenza e quello della carcerazione, dove il tempo è fermo e ti cancella. L’effetto fu sorprendente per la sua incisività e risolutezza espressiva; infatti, tante individualità prosciugate tornarono in vita attraverso la virtualità della scrittura a stampa.

Nel libro Roberto Vecchiarelli riporta lungamente molti contenuti del giornale; illustra come era composta la redazione, le autobiografie, le cronache di vita, i sonetti pubblicati e le corrispondenze tra i malati e i familiari. Egli pubblica, poi, delle notizie su alcuni internati; in particolare racconta la storia dello scrittore Stanislao Mercantini, fratello del più noto Luigi Mercantini e infine parla di alcuni scrittori che hanno avuto a che fare col manicomio di Pesaro (Corrado Tumiati, Paolo Teobaldi e Antonio Ferrara), della storia della biblioteca e dei contenuti della progettazione del Museo “Allestufe”, un centro di documentazione, memoria e progettazione della salute da istituire all’interno dell’ex ospedale psichiatrico San Benedetto di Pesaro.
(Franco Pelella)


Note
[1] Si ripensi, tra le altre critiche, a quella espressa in più occasioni da padre Agostino Gemelli. Cfr. ad esempio A. Gemelli, “I funerali di un uomo e di una dottrina. In morte di Cesare Lombroso”, in La Scuola Cattolica, s. IV, 37, vol. XVI, 1909, pp. 525-55, 681-702
[2] Cfr. Franco Pelella, “Riabilitare Lombroso. Per la riapertura di un dibattito”, in Il Risorgimento, n. 3, ottobre 1989
[3] Nota dell’editore a Cesare Lombroso, “L’uomo delinquente”, Napoleone, Roma, 1971, p. X
[4] Agostino Pirella, Prefazione a Cesare Lombroso, “L’uomo di genio”, Napoleone, Roma, 1971, p. XV
[5] A. Pirella, cit., p. XVI
[6] A. Pirella, cit., p. XVI
[7] Si veda la biografia scritta da Luigi Bulferetti (“Cesare Lombroso”, UTET, Torino, 1975)
[8] Cfr. Gina Lombroso, “Cesare Lombroso. Storia della vita e delle opere narrata dalla figlia”, Zanichelli, Bologna, 1921
[9] F. Pelella, “Cesare Lombroso: un precursore nell’utilizzo del paradigma indiziario”, in Nuovi Argomenti, n. 22, 1987
[10] Renzo Villa, “Il deviante e i suoi segni”, Franco Angeli, Milano, 1985, p. 137
[11] L. Bulferetti, cit., p. 94
[12] Cesare Lombroso, “Palimsesti del carcere”, Bocca, Torino, 1888, p. 5


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