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Paulo Roberto Falcao: i 60 anni dell’ottavo Re di Roma

  • 16 ottobre 2013
  • 13:22

ROMA – Oggi Paulo Roberto Falcao compie sessant’anni. Una vita. Una lunga vita. Su internet le sue foto di oggi, appaiate a quelle degli anni ottanta, rivelano impietose l’incedere del tempo. Il viso dilatato non è più quello fino ed elegante che sfoggiava sulle divise che indossava impeccabile come fossero abiti d’alta moda: maglietta aderente rigorosamente infilata nel pantaloncini, calzettoni alti al ginocchio, mai scesi di un paulo-roberto-falcaocentimetro. Guardare le sue foto di ieri, però, fa capire quanto l’incedere del tempo non abbia cancellato la sua grandezza.

Falcao arrivò a Roma nell’estate del 1980. Sbarcò a Fiumicino in un caldo pomeriggio di luglio, coi tifosi ad aspettarlo per mettergli le prime sciarpe al collo. Si presentò, semisconosciuto in Italia, dopo che il presidente Dino Viola aveva provato ad acquistare Zico. L’allenatore Liedholm scommise ad occhi chiusi sulla sua capacità di organizzare la squadra: sarebbe diventato la sua longa manus in campo. I primi mesi non furono facili: la gente si aspettava il classico brasiliano tutto magie e colpi di tacco. In realtà, Falcao era un direttore d’orchestra che i colpi ad effetto li esibiva solo se servivano davvero. Il girone d’andata del campionato 1980-81 gli servì per capire i meccanismi della squadra, il gioco dei compagni e quello degli avversari. Partita dopo partita, risultato dopo risultato, costruì attorno a sé un’orchestra sublime che fece finalmente della Roma una grande squadra, smarcandola definitivamente dal mediocre appellativo di Rometta.

Il giocatore fu fantastico: dopo di lui nessuno mai ha più avuto la capacità di interpretare il ruolo di regista allo stesso modo. Moderno, intelligente, tatticamente eccelso, capace di trasformare una squadra: perdeva molto più la Roma senza di lui che la Juventus senza Platini. Fece innamorare ed esaltare una città intera, regalandole finalmente il riscatto sportivo, atteso da decenni, che la passione di cui Roma è capace meritava.
L’uomo lasciò dietro di sé qualche ombra. Professionista esemplare, perfezionista all’eccesso, nella finale di Coppa dei Campioni del 1984 col Liverpool non se la sentì di tirare uno dei rigori decisivi, mandando allo sbaraglio compagni più generosi ma meno adatti. Ancora oggi, molti tifosi considerano indelebile quella macchia della sua esperienza italiana.

Ma lui, l’ottavo Re di Roma, l’emblema indiscusso di una squadra vincente, l’immagine solare della gioventù dei cinquantenni di oggi, non sarà ricordato per quel rigore negato. Oggi, nel giorno del suo sessantesimo compleanno, chi lo ha visto giocare non può che rammaricarsi per non vederlo ancora in campo a dispensare equilibrio ed eleganza, con lo sguardo alto verso l’orizzonte di giocate sublimi che il calcio ha sacrificato alla indispensabile velocità del gioco moderno. Oggi, nel giorno del suo sessantesimo compleanno, chi lo ha visto giocare non può che desiderare di mandargli un messaggio: tanti auguri, Divino.
(Paolo Valenti)


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