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Enzo Maiorca, l’uomo sorto dalle acque di Ortigia che ci scrisse delle calamità che pacificavano il suo mare

  • 31 gennaio 2018
  • 14:21

Volevo andare al Gran Rex di Parigi. Ero curioso. Caspita, il cinema più grande d’Europa, un tripudio art déco con tutti quei neon che ammaliavano l’entrata. Da qualche anno era stato ufficialmente eletto Monumento Nazionale grazie anche agli sfarzosi arredi anni trenta. Pensare che durante l’occupazione i nazisti l’avevano requisito per darlo in pasto a reclute a corto di puttane chiamandolo Soldatenkino.

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Ustica, 1978: “il signore degli abissi” (Maiorca) con “l’uomo delfino” (Jacques Mayol). La loro rivalità ha ispirato il film “Le Grand Bleu”. Due uomini di mare molto diversi che seppero farsi amici in nome di un comune rispetto per il mistero dell’acqua. Anche Mayol era un gran personaggio. Nato a Shanghai da una famiglia francese, il padre architetto, ha girato il mondo in cerca di sfide e avventura. Un uomo come si dice “sempre alla ricerca”, è stato pianista, attore, taglialegna, cercatore di tesori, scrittore, regista, esploratore e si è lungamente occupato di ricerche sulla fisiologia subacquea: fu il primo a scendere in apnea sotto i 60 metri nel 1966 e a meno 105, a 56 anni, nel 1983. Poi è venuta una depressione lunga e fatale per lui che si era spinto così in fondo, si è impiccato poco prima del Natale del 2001 nella sua casa all’Elba, dove viveva da molti anni. Aveva 74 anni. Ha scelto la morte come il suo prediletto “Martin Eden” di Jack London.

Quella sera davano “Le Grand Bleu”, il nuovo film di un regista promettente, Luc Besson. Mi era piaciuto “Le Dernier Combat”, stramba fantascienza muta e in bianco e nero che era stata il suo debutto. “Le Grand Bleu” invece raccontava com’era profondo il mare di due rivali dell’immersione in apnea: Jacques Mayol e il nostro siculissimo Enzo Maiorca. Chissà che spettacolo, pensavo, un colpo d’occhio sulle acque dello Ionio, la passione subacquea di Besson, il ricordo delle spericolate dirette da Siracusa per i record di Maiorca. Manco ero entrato che mi dicevo: mi siedo in una poltronissima del Rex e mi preparo al godimento. Ah!

Passano i minuti, le scene, le scenate, le sperimentalate del Besson che verrà (tronfio e sommario), le riprese a Taormina soleggiate il giusto e dal mio inaspettato, oscuro, latente sottoscala patriottico avverto un crescente giramento di palle. Ma cosa diavolo sto vedendo? Che sceneggiata è mai questa? “Le Gran Bleu” che ho di fronte non è altro che una rilettura sciovinista di un antagonismo in realtà molto più complesso, che seppe farsi pian piano rispetto e amicizia. Di quelle amicizie rarissime fra uomini diversi ma così uguali davanti a un mare abissale così più importante delle bagatelle di sportivi che mai ne verranno esattamente a capo.

Il mare quello profondo davvero ce l’hanno raccontato a puntino Melville, Conrad, Hemingway, vuoi che ci riesca ‘sto Besson tutto grandangoli, la frezza ossigenata e un copione da strapazzo? E poi, come si permette di descrivere Maiorca come un italiota becero e balordo, mammone e ruggente? Lo conosce bene, lui, Maiorca? Ha la minima idea di cos’era Siracusa, di come sono strani i fondali del mare d’Ortigia, che lì s’è ingegnato Archimede, che laggiù da qualche parte coltivano ancora il papiro?

Me ne andai dal Rex con dentro questa sorprendente lagna patriottica, pure didascalica, pure pedante ma c’era un po’ di rabbia nel veder ritratto il nostro grande apneista (chiamato nel film Enzo Molinari) senza alcun rispetto non dico umano ma storico. Sembrava che Besson ce l’avesse con lui, che il film fosse un fessissimo Francia-Italia. Che sciatteria.

La stampa italiana non la mandò giù, accusando Besson di presentare Majorca come una caricatura terrona. Anche Maiorca non la prese bene. E come avrebbe potuto riconoscersi in quel ritratto cafone? Ci pensarono allora gli avvocati. Il giudice romano Paolo Giuliani lamentò “un condensato di modi e di vizi che la peggior tradizione straniera attribuisce all’uomo italiano: insolenza, arroganza, complesso di superiorità, gallismo…”. Il film non uscì in Italia che 14 anni dopo, nel 2002, tagliato di 15 minuti con il consenso di Maiorca.

Giustizia fu fatta per il nostro signore degli abissi, il primo sub a scendere in apnea sotto i 100 metri, padre di due figlie apneiste (Patrizia e Rossana, morta di cancro nel 2005 a 44 anni), ambientalista convinto, senatore nostalgico, intellettuale avveduto degno di libri non occasionali fra i quali “A capofitto nel turchino: vita e imprese di un primatista mondiale” e “Il Mare con la M maiuscola”.

Nel 1992 ci parlammo più volte. Enzo era propriamente una forza della natura, una simpatia travolgente, l’eloquio avvolgente, un uomo con le pinne che mai dimenticava la terraferma. Così una volta gli domandai quali fossero per un vecchio lupo di mare abituato a trionfi e intemperie, le “calamità naturali” della sua vita. Preferì rispondermi d’impeto e di suo pugno.
(Gianluca Bassi)

Dal dizionario italiano degli anni del liceo, alla parola calamità fa riscontro disgrazia, sventura, con la relativa esplicazione: pestilenza, carestia, alluvione, terremoto et cetera. Da quest’ultimo et cetera, che sta per “tutto il resto” traggo le mie calamità.

1. Il fulmine: Maria; un fulmine biondo, dalla zazzeretta setiforme, smeraldi al posto degli occhi, corallo e perle invece di labbra e denti. Un fulmine anomalo, non spigoloso, bensì armonicamente curvilineo. Durante il secondo anno di studio presso l’Accademia militare di Modena, allo scadere di una licenza dissi a mio padre: “Babbo, non parto, sposo Maria!” I contadini siciliani dicono: “Il fulmine, dove cade, arde!” Hanno ragione. Quell’incendio si autoalimenta a dispetto dei quarant’anni trascorsi dall’evento.

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 Maiorca con le figlie Patrizia (a sinistra) e Rossana. Apneiste anche loro, sono nate entrambe nella casa di famiglia e sono dunque “ro scogghio” (dello scoglio), come viene definita a Siracusa la gente di Ortigia. Rossana è morta per un cancro a soli 44 anni. Sia lei che la sorella con i loro primati hanno dimostrato che nell’immersione le donne possono competere con gli uomini

2. La guerra: Patrizia; bionda e ricciuta, azzurri e saettanti gli occhi, talvolta ironici, talvolta dolci, roseo l’incarnato, snella la persona, la primogenita Maiorca ha cominciato a guerreggiare sin dal primo giorno di vita. Avendo a quindici anni deciso di visitare la vicina isola di Malta, mi sottopose per mesi a bordate della stessa domanda: “Papà, mi mandi a Malta?, “No!”. Si meritò così il nomignolo di “Lotta continua”. Il mare che la riconosce per tale, durante un’immersione le ha donato un fregio ornamentale in pietra, riproducente, stilizzata, la testa di un Ariete, a lei il cui segno zodiacale è l’Ariete.

3. La bonaccia: Rossana; “lo spasso del marinaio è la bonaccia, lo spasso del vento è l’immondizia”, così recita un moderno adagio. Niente di più falso; un giorno mi azzardai a ripeterlo a un vecchio navigante. Mi guardò in cagnesco, con occhi desiderosi di incenerirmi: “Non sai cosa sia la bonaccia, rimorchiare il bastimento dalle vele ammainate, il bastimento che appare sul mare a specchio agonizzante come un gabbiano dalle ali tagliate, una palata, un litro di sudore, una bestemmia… la bo­naccia: una ca­lamità!” Castano cuprei i lunghi capelli a treccia, di­stillato di violette mammole gli occhi, perfetto l’ovale del volto, figura elegante anche nel movimento, Rossana (con due “s”, per carità, con due “s”) dotata di intelligenza matematica e di cultura umanistica si ammanta della calma del ragionamento per smantellare le tanto da me adorate tesi azzardate. Detesta la tanto da me adorata approssimazione. Racconta fiabe così vivide da trasformare i bambini da uditori in protagonisti.

4. L’adattabilità: Marina; è la cucciola di Patrizia. Biondi dai riflessi rossi i capelli, arguto e simpatico il visetto, vivacissimi gli occhi verde nocciola, è capace di adattarsi ridendo alle situazioni più difficili finendo con il governarle. Ha soltanto cinque anni, cosa sarà capace di fare a venti?

5. Il ciclone: Ciccina; Maria ed io l’abbiamo raccolta lo scorso gennaio, grande sì e no un palmo, con una gambetta rotta, intirizzita di pioggia, intirizzita di freddo, fuori della porta appannata del Caffè Cassarino, là ogni giorno cacciamo le nostre pigrizie mattutine con una tazzina di caffè. Era talmente traumatizzata, Ciccina, da rifiutare cibo e protesta. Dopo dieci giorni di cure casalinghe, si è ripresa talmente bene da rosicchiare un tappeto e due porte di noce e da squassare il tetto della scala che porta in terrazza per abbaiare più da vicino alle rondini. Sì, perché Ciccina è una cagnolina di razza Cirneca. Rossana mi suggerisce l’etimologia della parola, da Cirenaicus, razza antica quindi nobile, dall’ascendenza fenicia. Però a me ha distrutto casa!

6. La maestralata marzolina: Alessandro e Tonino Quercioli Dessena; sono rispettivamente marito e cucciolo Setter di Patrizia. Tonino è il “bello della casa” per antonomasia, titolo da me cedutogli. L’uno e l’altro sono refole di maestrale che urla e sbianca il mare; la buriana comunque dura poco.

7. La tecnica: Tommaso Nobili; è il marito di Rossana, milanese che vive a Martellago (Venezia) ama al contrario di me risolvere ogni problema con l’ausilio della tecnica. Mi ha dimostrato che grazie a questa… si possono persino migliorare i record subacquei in apnea in profondità. I componenti della mia “calamitosa” famiglia sono tutti subacquei, in maniera particolare Patrizia e Rossana. Si potrebbe così spiegare il perché e il come io sia arrivato in trent’anni a centouno metri di profondità? E adesso? A sessantuno anni ho trovato limite e sudditanza!
(Enzo Maiorca)


Tratto da Storie 2/3 1992 “I piani di fuga”
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