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Dieci anni fa moriva Sandro Ciotti, giornalista di un altro giornalismo. Lo speciale di Storie

  • 18 luglio 2013
  • 11:41

ROMA – Vent’anni prima, mio padre lo aveva chiamato tutto trafelato e lui gli aveva risposto: “Erne’, non ti preoccupare. Basta che non dici mischia farraginosa”. Del resto, cosa mai c’entrava con una radiocronaca della Rai quell’ingegnere retto e un po’ timido, sperduto in Lucania per costruire non dico una stadio ma addirittura una diga? Secondo mio zio Sandro, c’entrava eccome: “Se tieni in riga un cantiere sano, cosa vuoi che sia il sandro-ciottiresoconto di una partita?”.

Sarà stato il 1962 e il Potenza si difendeva bene in serie C solo che quella domenica il corrispondente Rai non era disponibile. Questo era il problema. “Tutto il calcio minuto per minuto” in qualche modo doveva coprire l’evento e non aveva tempo da perdere visto che la partita si giocava il giorno dopo. Allora a zio venne in mente suo cognato ingegnere. Si sarà detto: Ernesto ne mastica di calcio, fa un lavoro di responsabilità ed è un gran pignolo, male che vada lo farà in nome di mia sorella. Poi gli chiederò della Aliano di Carlo Levi, poi mi racconterà dei calanchi e delle colate di cemento, poi: intanto si collegherà un paio di volte da Potenza e dirà agli italiani cosa è successo laggiù allo stadio.

Se devo essere onesto, non ricordo bene come andò a finire, io avevo un anno appena, per me la palla era al massimo “la pala” e in un cantiere non guastava mica. Comunque sia, l’epopea di famiglia mi ha lasciato soprattutto il ricordo di quelle parole strane, specie per un bambino con sette denti in bocca. “Mischia farraginosa”… mi divertiva anche il fatto che non si dovessero nemmeno pronunciare. Caspita, come una bestemmia! Cominciavo a capire che le parole erano importanti e la lezione la ripassai negli anni proprio con mio padre e con mio zio. Più che altro, mi piaceva l’idea di giocarci con le parole ma prendendole maledettamente sul serio. Per dire, zio dava di matto quando veniva fermato per strada da tifosi che gli chiedevano alla romana: “A sor Cio’, ma ‘sta Roma?” e lui borbottava “Ma che domanda è? Finiscila ‘sta benedetta domanda: ‘sta Roma cosa?”.

“Mischia farraginosa”: me ne ricordai quasi vent’anni dopo, di maggio. Quella domenica non avevo gran voglia di andare allo stadio. Per di più “pativo il contrattempo”, come avrebbe detto zio, di essere interista quanto papà e la festa per lo scudetto della Roma mi investiva più come pedone che come tifoso. Era il 15 maggio del 1983. La Roma di Liedholm giocava contro il Torino. Noi arrivammo puntualissimi, saluti a tutti. Ci stavamo sistemando in cabina quando fece capolino un misterioso signore con un loden blu: “Posso disturbarla, dottor Ciotti? Solo una cosa”. Zio smise un attimo la cuffia e il signore disse: “Vede, lei domeniche fa ha detto che era stato comminato un rigore”, “Ah, sì, e allora?”, “Beh, non è corretto. Si commina una punizione, non un rigore. Mi scusi, eh? Buon lavoro”. Al che zio mi guardò: “Hai capito, il purista? Fosse per lui invece di sì dovrei dire ‘sono propenso a convenirne’. Così non farei il giornalista, farei il notaio. Le lingue pian piano cambiano e a modo loro, per fortuna”.

Ormai la partita stava per cominciare, quello zelante chiosatore che presagiva i troll di facebook si era dileguato fra la folla. Zio si dedicò al solito rosario: “Spalti gremiti, ventilazione inapprezzabile, terreno in perfette condizioni”. Avevamo di fronte una Roma splendida: Ancelotti, Di Bartolomei, Nela con cosce a carico, Vierchowod, Prohaska, Bruno Conti, Falcao. Dopo una ventina di minuti era già in vantaggio con un rigore di Pruzzo, il sole benediva una festa che a notte fonda sarebbe culminata al Circo Massimo con Venditti a cantare “Grazie Roma”.

Ma il Torino non ci stava a farsi umiliare e cominciò a pressare la squadra di Liedholm nella sua metà campo. A un certo punto la Roma era tutta arroccata in difesa, Dossena e i suoi s’immaginavano un assedio. I romanisti arrancavano, Maldera non riusciva a sganciarsi, i granata avanzavano metro per metro come a rugby.

Mentre io e i tifosi ci scimunivamo a seguire la palla, zio mi disse dandomi le spalle: “Guarda dove sta Falcao, guarda dove sta Falcao”. Dove sta Falcao? L’ottavo Re di Roma era completamente libero dalla parte opposta del campo, sarebbe bastato un rimpallo, un lancio alla Di Bartolomei e il Torino sarebbe capitolato. Gli altri scalciavano verso la Curva Sud, sudatissimi. Lui danzava, avrebbe detto Orson Welles, da lì dominava la valle contando i colpi bassi delle retrovie. Quello stesso Falcao che aveva segnato il 2 a 2 in Italia-Brasile ai mondiali di Spagna quando mandò al tappeto con un solo passo di samba ben tre azzurri sfoderando una delle più belle finte della storia del calcio; quel Falcao era volutamente, scaltramente solissimo, adesso.

Come fosse l’indiscusso vassallo di quella prateria olimpica, l’eroe smarcato di un grande sertão lì a filosofeggiare come il cavallo di Guimarães Rosa, i capelli al vento, il passo del fenicottero, l’andatura esclusiva, un’immagine d’amore e anarchia che pareva racchiudere in un istante tutti i sogni di evasione. Era libero! Zio l’aveva notato come solo i grandi osservatori sanno fare, squadrando un fatto da cima a fondo: la cronaca, il contesto, il colore, i protagonisti, i comprimari. Tutti allo stesso modo e allo stesso tempo. Quella che nello sport è chiamata visione di gioco.

Poi accadde che Falcao segnò davvero e sul 2 a 0 impercettibilmente ci rilassammo un po’ tutti. In attesa di un nuovo collegamento, decantammo il buon vecchio Liedholm che in allenamento a sessant’anni suonati batteva punizioni che ancora piegavano le mani a Tancredi. Chiacchierammo ancora pensando dove andare a cena. Poi fummo interrotti da un boato del pubblico, il Torino aveva segnato. Uh, mamma mia, e chi aveva segnato? Questione di secondi, zio doveva chiedere la linea allo studio per dar notizia del gol. Mi scapicollai nella cabina accanto e Fabrizio Maffei mi sorrise con un semplice “Hernandez!”. Non mi sarei mai perdonato di aver distratto mio zio in diretta.
Ma d’altra parte ormai guardavo solo Falcao.
(Gianluca Bassi)


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