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TELEVISIONE
TERZA, QUARTA, QUINTA PERSONATELEVISIONE:
LO SPIN-OFF
Mork
atterrò a Milwaukee per rapire Richie CunninghamCapita quando uno meno se
l’aspetta. In America ne vanno pazzi produttori e spettatori. Da che
c’è il tubo catodico. Sei lì, davanti al televisore, e
all’improvviso non ti raccapezzi più sulla sitcom che stavi guardando.
Probabilmente: ti sei imbattuto in uno spin-off.
di Barbara Pezzopane
Pensa, è semplice. La villona di un superproduttore
americano, hai presente?, e poi subito sei dentro, nel salone ampio quanto
un bell’appezzamento di terra nel Kentucky, la piazza del Rockefeller
Center, quanto Washington Square e la hall del Metropolitan tutte insieme.
Junior se ne sta lì inghiottito fra i cuscini crema del divano.
Quest’oggi ha l’ultimo desiderio in ordine di tempo da esibire a
Garry, suo papà e padrone di casa. “Ce lo devi mettere, dai, e daiii,
ci vuole un extraterrestre a ‘Happy Days’”. Tutto cominciò grosso
modo così, fra le mura domestiche di Garry Marshall (1). La leggenda
vuole che sia stato proprio suo figlio a decretare la nascita di Mork,
l’alieno del pianeta Ork che discese sulla terra per la gioia dei fan
della celebre sitcom “Mork e Mindy” (Usa, 1978-82). Nata come costola
dell’ancor più noto cult “Happy Days” (Usa, 1974-84), si animò del
trascinante talento comico di Robin Williams che vi era approdato per
prestare a Mork quella maschera che tutti conosciamo e che, nonostante il
successo, non finì per ibernarlo in un ruolo insostituibile. Semmai è
stato il battesimo per successive imprese cinematografiche, come “Good
morning Vietnam” (1987) e “L’attimo fuggente” (1989). Nel
febbraio del ’78, dicevamo, Mork da Ork atterrò a Milwaukee per rapire
Richie Cunningham e studiarlo. A marzo del ’79 si rifece vivo (“Mork
returns”) ma già dall’autunno precedente si era guadagnato un
programma tutto suo. Ecco perché “Mork e Mindy” è uno spin-off di
“Happy Days”.Nel gergo televisivo lo spin-off (dall’inglese
“derivare”) non è che una filiazione da una serie (o sitcom, o
telefilm) principale a una o più serie secondarie. Perché i comprimari,
con l’evolversi della trama, assumono uno spessore tale da giustificare
una produzione a parte imperniata su di essi. “Happy Days” figliò
generosamente, per la verità. Una sola apparizione nella serie di Fonzie
e Mork aveva già la statura del protagonista. La società di produzione
prese degli spezzoni di pellicola da “Happy Days” e dall’episodio
pilota di “Sister Terry”, una serie rimasta invenduta nella quale Pam
Dawber (Mindy) aveva recitato la parte di una suora. L’affinità fra i
due fu sperimentata elettronicamente, al video. Tant’è che furono
scritturati ancor prima di saperlo. Pam lo apprese da un articolo su
Variety. Ma primogenita di “Happy Days” fu “Laverne e Shirley”
(Usa, 1976-83), un vero successo per la ABC. Anche in questo caso c’è
un Marshall di mezzo. Poiché il ruolo di Laverne De Fazio fu interpretato
dalla sorella di Garry, cioè Penny (2). Operaie in una fabbrica di tappi
di bottiglia, le due protagoniste, che vivono insieme al 730 di Hampton
Street, sono perennemente in cerca dell’uomo che possa cambiare il loro
destino. La prima volta che Laverne e Shirley compaiono in video è per un
doppio appuntamento con Fonzie e Richie in un episodio di “Happy Days”
del ‘75.Pure la sorellina di Richie, Joanie, riuscì per un po’ a
smettere i panni del personaggio secondario, sempre lì a riempire angoli
di scene riservate ai Fonzie, Richie, Potsie, Ralph e Howard di turno.
Cantanti, sbaciucchianti o borbottanti che fossero. La macchina da presa
inquadrò Erin Moran più da vicino come compagna di Scott Baio nella
sit-com “Joanie loves Chachi” (“Joanie ama Chachi”), trasmessa fra
il 1982 e il 1983. Chachi, il giovane rubacuori cugino di Fonzie e
fidanzato di Joanie, va a vivere a Chicago per tentare la carriera di
cantante. La ex teenager di casa Cunningham lo segue. Lo spin-off non ebbe
gran fortuna (solo diciassette episodi e gran parte del cast rientrò a
Milwaukee fra le mura solide di “Happy Days”). Tranne per un momento
in Corea, dove il primo episodio registrò i più alti ascolti fra tutti i
programmi americani mai trasmessi nella storia della televisione locale.
Come mai? Pare che “Chachi” (il soprannome italiano per Charles nei
dintorni del Bronx, dove Marshall è cresciuto) in coreano voglia dire
“pene”. Poi ci fu “Blanky’s Beauties” (1977) di cui fu
protagonista Nancy, la cugina di papà Cunningham che era apparsa nello
speciale del terzo anniversario. Ci fu addirittura uno spin-off pensato ma
non realizzato. Nel ’77 Suzi Quatro venne contattata per partecipare al
telefilm. I responsabili del casting cercavano chi interpretasse il ruolo
della cantante rock Leather Tuscadero. Qualcuno vide una foto della Quatro
su “Rolling Stone” e così venne convocata per un’audizione. Si
racconta che abbia sfilato la parte a Joan Jett e Debbie Harry dei Blondie
(“troppo dura” la prima, “troppo vecchia” l’altra). Leather
Tuscadero doveva comparire in una storia di due episodi ma tale fu il
successo che alla Quatro fu chiesto di girarne altri cinque. E infine le
fu offerta una serie ma lei rifiutò. Non voleva finire per essere
identificata dal pubblico col personaggio, come capitò a Henry Winkler
con Fonzie.Al di là di Happy Days con le sue diramazioni, varrà la pena
elencare qualche altra serie con i relativi spin-off, senza alcuna pretesa
di essere esaustivi. “Rhoda” (Usa, 1974-78), “Phillis” (Usa,
1975-77) e “Lou Grant” (Usa, 1977-82) fanno tutti capo a Mary Tyler
Moore Show (Usa, 1970-77). In particolare, quello di “Lou Grant” è un
caso un po’ bizzarro, dal momento che la serie, ambientata in un
giornale di Los Angeles, è tutt’altro che comica pur avendo origine da
una sitcom. Il protagonista passa dai panni del burbero produttore
televisivo a quelli di un giornalista umano e coraggioso. E lo stesso
attore, Ed Asner, è stato un attivista politico durante la presidenza
Reagan.La serie del poliziotto “Baretta” (Usa, 1975-78) rimanda
l’ennesima particolarità. Poiché in realtà l’attore Robert Blake
era stato chiamato per sostituire Tony Musante nel ruolo di protagonista
di “Toma” (Usa, 1973-74). Ma si rivelò così originale nella sua
interpretazione che, anziché proseguire con altri episodi, si decise di
studiare una serie su misura per lui (più che altro fu cambiato il nome e
l’ambientazione, da Newark alla California).Un’altra delle tante
storie che circolano sugli spin-off riguarda “Harlem contro Manhattan”
(Usa, 1978-86) che diede origine a “L’albero delle mele” (Usa,
1979-88). Si racconta che Fred Silverman, a quel tempo alla testa della
NBC e grande appassionato di spin-off, fosse ansioso di crearne uno dalla
sitcom del celebre ragazzino nero Arnold. Così nacque l’idea di una
scuola femminile ed esclusiva che avesse come punto focale la signora
Garret. Ovvero la governante di casa Drummold. Charlott Rae si mostrò
piuttosto restia ad abbandonare il programma, che aveva molto successo.
Accettò solo con la promessa che avrebbe avuto indietro il suo vecchio
ruolo, qualora “L’albero delle mele” fosse andato male. Così non
fu. Testimonianza ne siano i numerosi tentativi di ricavare anche in
questo caso ulteriori spin-off. Furono tutti dei fiaschi. Viene da
chiedersi da cosa nasca la tendenza a creare spin-off. La risposta è
piuttosto semplice in linea generale. Si punta sulla familiarità del
pubblico con personaggi e situazioni consolidate. Spesso nella vita capita
di socializzare con gli amici degli amici. È tutto più comodo, si muove
da un contesto che in qualche modo ci appartiene e si saltano gli
inconvenienti dell’ignoto. Semmai poi c’è anche la curiosità di
approfondire, di allargare il campo, un’esigenza magari anche un po’
vojeuristica. Questo succede, tornando alla televisione, soprattutto
quando i personaggi minori, i cosiddetti comprimari hanno una loro
autonomia, non esistono solo in quanto necessari a completare o a
evidenziare meglio le caratteristiche dei protagonisti. Non sempre, però,
si riesce a prevedere le reazioni del pubblico. Nel caso di Mork, deve
aver pesato più la verve comica di Williams che la storia in sé. Ma è
anche vero che nella seconda stagione, il programma ebbe un crollo negli
ascolti in seguito a dei cambiamenti che esaltarono l’aspetto surreale
delle vicende, a scapito dell’impostazione (a suo modo)
fantascientifica. Un altro esempio è quello di Lindsay Wagner, la Jaime
Sommers de “La donna bionica” (Usa, 1976-78). Ebbene il personaggio
fece la sua comparsa ne “L’uomo da sei milioni di dollari” (Usa,
1973-78), dove era una ex giocatrice professionista di tennis e fidanzata
del protagonista (Lee Majors). Fu fatta fuori ma tale era stato il
gradimento del pubblico che venne risuscitata con tanto di serie propria e
dotazioni bioniche. Fu brava, la Wagner, a dare credibilità al
personaggio e ad evitare che si riducesse a semplice “spalla”
dell’uomo bionico. Altre volte, come per “Laverne e Shirley” è
stato determinante il fiuto di chi ha deciso, ancora una volta Marshall,
che deve aver puntato sulla stravaganza delle due protagoniste. Per la
verità, in “Happy Days” non avanzava grande spazio per le donne,
ridotte a uno stuolo di bambole che accorrevano all’ “eeeeyyh!” con
dita schioccanti di Fonzie. Nemmeno la buona Marion, mamma Cunningham,
avrebbe avuto le carte per reggere da sola una serie. Troppo imbrigliata
nel suo ruolo tutto a colori pastello, privo di grosse contraddizioni. E
la piccola Joanie? Ebbe la sua occasione ma ancora una volta a ridosso di
qualcosa che la conteneva. Non più la famiglia, ma la storia d’amore
questa volta. Forse lì fu proprio l’affiatamento della coppia, che non
a caso coppia lo era anche fuori dal set, a solleticare l’iniziativa dei
produttori. E Leather Tuscadero? Cosa autorizzò i capi a credere che
sarebbe stato un successo dedicarle una serie? Furono gli ascolti, prima
di tutto, ma anche il carisma del personaggio e dell’interprete che, non
a caso, il carattere lo dimostrò proprio rifiutando l’offerta. Ancora,
la scelta di dar vita a “I Jefferson” (Usa, 1975-85) scaturì
probabilmente dagli stessi moventi che avevano portato a concepire
“Arcibaldo” (Usa, 1971-92). In fondo, George Jefferson (Sherman
Hemsley) non era che la controfigura “nera” dell’intollerante e
prevenuto Arcibaldo che poi, fatalmente, la vita mette alle prese proprio
con le persone più detestate. George e Arcibaldo al principio sono vicini
di casa. A proposito di sitcom nere, bianche o meticce forse, al termine
di questo breve viaggio nell’universo televisivo che ha formato la
gioventù di tanti di noi, si potrebbe chiudere “auspicando”. Cosa?
Beh, per esempio che il nipote di David Crane (3) domani, nel megasalotto
della villa del nonno gli suggerisca di far calare qualche nero a New
York. Dalle parti del Central Perk.
Note:
(1) Ideatore e produttore di “Happy
Days“, “Mork e Mindy“, “Laverne e Shirley“. Anche attore e
regista, Marshall ha diretto, fra gli altri, “Pretty woman” (1990), il
film che ha portato al successo Julia Roberts.(2) Negli ultimi anni ha
diretto, fra gli altri, “Jumping Jack Flash” (1986), “Big” (1988)
e “Risvegli” (1991).(3) Uno dei produttori di “Friends“ (Usa,
1994), insieme a Marta Kauffman e Kevin Bright.“George e Mildred“ (GB,
1979) da “Un uomo in casa“ (GB, 1976) “I Roper“ (Usa,
1979-80) da “Tre cuori in affitto“ (Usa, 1977-84) “Knot’s
landing“ (Usa) da “Dallas“ (Usa, 1978-91) “I Colby“ (Usa,
1985-87) da “Dinasty“ (Usa, 1981-89) “Denise“ (Usa, 1987) da “I
Robinson“ (Usa, 1986)“Melrose Place“ (Usa, 1992-94) da “Beverly
Hills 90210“ (Usa, 1990)“Model’s Inc“ (Usa) da “Melrose Place“
(Usa, 1992-94)
Letturehttp:\\www.sitcomsonline.comhttp:\\www.joanieelchachi.comG.
Marshall, L. Marshall, Wake me when it’s funny. How to break into show
business and stay there, Newmarket Press 1977J.E. Lewis, P. Stempel, Cult
TV. The essential critical guide, Pavilion 1997W. Johnston, Happy Days.
Fonzie, Fonzie superstar, Tempo Books 1976A. Grasso (a cura di),
Enciclopedia della Televisione, Garzanti 1996G. Cozzolino, C. Treanni,
Cult tv. L’universo dei telefilm, Falsopiano 2000
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