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SOCIETÀ

Pussy Riot: cosa sono? Il femminismo è un discorso più complesso

  • 29 novembre 2013
  • 11:54

ROMA – Quell’universo sociale al confine tra la borghesia radical chic e l’aristocrazia di sinistra che approva la causa delle Pussy Riot inculca nelle persone sprovviste di strumenti critici (in primis i giovani) il conformismo e l’accettazione passiva di dati culturali del tutto arbitrari.

La Russia è una nazione chiaramente ostile al Patto Atlantico. I mass media fanno passare l’idea che un gruppo di balordi ideologizzati e anti-Putin siano l’avanguardia della lotta per i diritti umani. Qual è il dato culturale? Le femministe in questione hanno inscenato una preghiera punk rivolta alla Vergine Maria per liberare la Russia da Putin sull’altare della cattedrale del Cristo Salvatore a Mosca. Le femministe Pussy Riot e gli attivisti potevano fare lo stesso in paesi come l’Italia (bigotta) e contro religioni ben più discriminanti come l’islam in Europa, in Medioriente, in Africa. Però le russe hanno un doppio bersaglio: la religione e Putin, un dittatore che secondo i mass media vuole riportare la Russia ai tempi del comunismo.

pussy-riotQuel che “non” mi sorprende è la retorica sui diritti umani: perché una provocazione del genere che offende una comunità religiosa deve essere difesa senza se e senza ma? Mi chiedo, perché tutti (gli artisti e le superstar) sono pronti a sostenere il teatrino delle Pussy Riot? La mia risposta è che semplicemente le Pussy Riot sono uno strumento di capitalismo culturale. Il conformismo delle adorate star, le dichiarazioni pro Pussy Riot, tutto il tam tam compiacente sui blog e su Facebook per salvarle è pietoso.

Le Pussy Riot sono responsabili di un atto offensivo che le ha rese famose. Che Putin sia un politico controverso e autoritario questo è un dato certo, ma in un mondo contemporaneo così cinico e guerrafondaio la politica di Putin potrebbe rappresentare una tattica di difesa economico-commerciale per un paese che ha visto crollare il proprio dominio politico-culturale soltanto vent’anni fa. Il relativismo culturale sta diventando una piaga, così come la Russia anche gli Stati Uniti stanno spargendo sangue innocente in giro per il mondo usando l’alibi del terrorismo islamico.

Gli USA non guerreggiano per difendersi in casa o per una causa “nazionale” come sta avvenendo per i Russi ma lo fanno per una spinta puramente affaristica e commerciale internazionale. Spinta che sta continuando a diffondersi tramite i lobbysti: il solito corso antisociale e ultraliberista del Congresso Americano è duro a morire anche sotto una presidenza democratica. Ma gli intellettuali occidentali pensano davvero che le Pussy Riot sono autentiche femministe? Si chiedano qual è il loro messaggio, qual è lo scopo ultimo della lotta per i diritti umani, se non si configura tutto ciò invece come tattica mass mediatica per pilotare i giovani verso un caos etico-storico-culturale che una società corrotta come la nostra propone quotidianamente.

Una Russia assoggettata al potere straniero come l’Italia non funzionerebbe, qui in Italia abbiamo già la democrazia che vorrebbero trasferire in Russia e diciamoci la verità: assomiglia più a una dittatura light organizzata per ricchi speculatori che a una società civile e democratica basata sui diritti umani. L’aspetto più trascurato quando si tratta di tematiche internazionali è spostare il focus sulla realtà umana e sociale del paese coinvolto (in questo caso la Russia e i russi).

In pochi si chiedono come i Russi, intellettuali e persone comuni, interpretano questi fatti. Molti sono i commenti ma le dichiarazioni dei “diretti interessati” sono lasciate in secondo piano. Il regista Nikita Mikhalkov, più di un anno fa, avrebbe firmato volentieri una lettera contro le Pussy Riot insieme ad altre personalità russe per testimoniare la sua indignazione. L’occidentalizzazione della cultura prevede il distacco, la presunzione e il diritto di giudicare l’operato di altri, influenzando così la visione dei fatti in una logica trasversale.

L’Occidente non riesce a capire quali siano i bisogni reali della popolazione in Medio oriente o in Russia, e le rivoluzioni “propagandate” dal web sono innescate per motivi commerciali dai paesi occidentali e dalle grandi imprese. Fondamentale, inoltre, è il ruolo giocato dalle associazioni culturali indipendenti (spesso di “sinistra”) nell’appoggiare questo movimento femminista dai toni isterici.

La provocazione lanciata dalle russe è stata accolta come un segnale di libertà dal nulla cosmico di una terra in miseria, essere pro Pussy Riot sembrerebbe giusto a prescindere. Il meccanismo di difesa degli esseri umani vale anche per le questioni culturali: la logica del branco è che se al bivio tutti imboccano la stessa direzione lo facciamo anche noi altri e non c’è nessun rischio perché la responsabilità di un errore eventuale è su un piano collettivo, si direbbe che la scelta è alienata dal singolo.

Mentre scrivo (25 Novembre) è la giornata mondiale contro la violenza sulle donne, e un gruppo pro Pussy ha pensato bene di confondere la violenza contro le donne, la visita in Vaticano di Putin e il tema sollevato dalle Pussy Riot inscenando una manifestazione di protesta nella chiesa di San Lorenzo al Verano a Roma. Le agenzie parlano di un blitz femminista, queste le parole slogan delle presunte femministe: “Sputiamo su Putin. La rivolta è fica. Free Pussy Riot”. Le Cagne Sciolte, così si definiscono, hanno anche un blog “Cagne Sciolte alla conquista dello spazio” dal quale lanciano un comunicato: “La visita di oggi del presidente russo è l’emblema dell’ipocrisia delle cariche istituzionali, che spendono parole di indignazione contro la violenza sulle donne, mentre continuano ad ostacolare la loro reale autodeterminazione. Non dimentichiamo neanche il ruolo della chiesa nel determinare provvedimenti che limitano la libertà delle donne e delle persone lgbt. Siamo per questo convinte che sacra romana chiesa e chiesa ortodossa riusciranno a trovare dei punti d’incontro: un accordo tra patriarchi sui nostri corpi si trova sempre”.

Chi decide che le Pussy Riot sono il simbolo di una qualsivoglia lotta democratica? Chi le promuove e per quale scopo? Nessun giornale sembra voler rispondere a domande del genere, di tanto in tanto si solleva qualche timido “sono estremiste” ma è solo per accontentare gli scettici di natura, per tutti gli altri devono piacere così: guerriere della “figa” per un mondo in lotta contro terrorismo e minacce ambientali.

Cercate sul web le foto di una performance del gruppo Voina (Guerra) e dell’affascinante Nadezhda Tolokonnikova al Museo Biologico di Timiryazev di Mosca nel 2008: un’orgia con quasi venti persone; se questo è attivismo politico o femminismo…

Questa vicenda è stata usata per imbarazzare Putin e questo serve a renderlo ancora più indigesto agli occidentali. A essere usate in questo giochetto “culturale” sono proprio le donne, come sempre al centro della gestione del potere. L’unico Dio che queste donne stanno venerando è il dio Mercurio. È il retaggio culturale della “Pussy” che inibisce qualcuno dall’analizzare fino in fondo i risvolti di una vicenda mediatica tanto sovraesposta.

Questa attenzione mediatica mi ricorda la selezione fatta da Noam Chomsky (con Herman Edward S.) nel lavoro illuminante “La fabbrica del consenso”, che fa riflettere sul ruolo degli Usa nelle strategie di controllo politico e militare (sulle popolazioni sudamericane) e per i casi di disinformazione all’epoca della Guerra Fredda contro l’Unione Sovietica (sul versante russo). Le Pussy Riot sono dei falsi idoli come altri fenomeni mediatici e discografici.

Un problema ulteriore è il velo dell’ipocrisia che sta aleggiando su tutte le storie di violenza sulle donne, i relativi annunci e provvedimenti statali per difendere categorie speciali di persone (gay, donne, Lgbt). Le categorie speciali sono deleterie a livello relazionale come suggerisce la filosofa Maria Laura Lanzillo nel suo brillante saggio “Il multiculturalismo”.

I patriarchi hanno oggi meno potere di quello che vogliono farci credere le Pussy Riot. Il capitalismo culturale vince grazie alla politica di passività ideologica delle sinistre europee, eredità di un pensiero debole e di una pratica di vita ancor più povera di energia. I nuovi capitalisti cercano di distrarre l’opinione pubblica con ideologie fuorimoda e con la “Pussy” come chiodo fisso, ma la rivoluzione li travolgerà perché “Babilonia sta bruciando” come cantava Malcolm Owen con i suoi The Ruts e loro lo sanno.

Quello che deve cambiare (per sempre) è l’approccio assolutorio e cristiano nel perdonare come gioco ingenuo questa promozione della “libertà” di categorie speciali di individui. Le minoranze sono in pericolo perché la loro determinazione sociale è negata proprio da atteggiamenti estremisti come quello delle Pussy Riot che, ripeto, dimostrano l’insensibilità e la prepotenza di chi ha il potere di fare la “rivoluzione”.
(Ivan Tedeschi)


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