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SOCIETÀ

I pazzi di paese: fra letteratura, cinema e musica. Da Corrado Alvaro a Ermanno Cavazzoni fino a Ivano Fossati

  • 5 giugno 2014
  • 12:28

(In piazza li guardano storto, li prendono in giro
e se ne approfittano. Idioti, gli gridano dietro.
Matti. Ma non per cattiveria, perché non fanno paura.
Vitali, tragicomici, appartengono al carattere più profondo
della nostra identità nazionale. È il segreto della provincia,
come libri e film raccontano)


(Roberto Santoro e Alfonso Pasti) – La città protegge la follia con l’anonimato. La protegge ma anche la isola e in questo modo la rende più invisibile e drammatica. Lo spazio urbano è pieno di personaggi anomali e malati: quando incontri un matto fingi d’incuriosirti, di pensare chi è e da dove viene, ma subito dopo la sua presenza t’infastidisce. Cambi direzione. Lui scompare. È il bello della città: sembra tutto normale e invece brulica di stranezze.

delirium-scemo-e-il-villaggio

Nel 1972, I Delirium, gruppo rock nel quale militò anche Ivano Fossati, pubblicano l’album “Lo scemo e il villaggio” (Fonit). In otto composizioni che riecheggiano armonie jazz, il complesso racconta un villaggio e il suo pazzo con liriche attente alla sua emarginazione (“non riesco a ricordare/ neanche un gesto di dolcezza/ dalle mani della gente”) e una predilezione per accordi dissonanti che sostengono l’assunto drammatico del disco

L’insensatezza, da parte sua, è dilagata. Attraverso i piccoli e grandi mali si è infiltrata nelle migliori famiglie, dissanguando le certezze psichiche, più che morali, di ogni classe sociale. Oggi tutti sono malati di qualcosa, hanno la loro personale follia, privata, egoistica e individuale. Tanto nessuno ti giudica. E con la scusa della privacy, uno si difende dalla comunità.

Accade il contrario nei paesi, i centri più piccoli della provincia. Qui matto fa rima con bagatto, il contraddittorio simbolo dei tarocchi, servo e padrone allo stesso tempo. Corrado Alvaro, in giro per l’Italia, ricorda la maschera napoletana di Pulcinella. [1]

Nel racconto “Gente in Aspromonte”, un “pazzo” appare al tavolo da gioco in casa d’Ignazio Lisca. “Il pazzo è arrivato in paese con la moglie di uno di Palermo e con tre figli di costei cui aveva aggiunto altri due suoi…”. [2]

La descrizione finisce qui, c’è solo un altro rapido accenno alla partita nelle pagine successive, ma basta a capire come spesso, in paese, lo straniero, meglio ancora se cittadino, sia considerato un tipo strano, dal comportamento indecifrabile.

Nel meridione pazzo può voler significare tante cose. Quando Raffaele Nigro descrive le rovine della masseria Nigro – bruciata durante le insurrezioni contadine meridionali a ridosso dell’Unità d’Italia –, ricorda uno zio Luigi che i Borbone “si erano accontentati di affidare alla Congregazione di San Pietro in Castello, destinato a suonare le campane e a vestire un cappuccio in processione”. [3]

Il destino del povero zio (che adombra lo zio matto di “Anima persa” di Giovanni Arpino, sebbene quella stravaganza avesse radici più urbane e intellettuali) ci fa riflettere sulla fine di tanti matti ridotti dalla chiesa a sacrestani, chierichetti, seminaristi o semplici applicatori del culto. Dimenticati nelle chiese.

Se in città il folle vive un’angosciosa condizione di solitudine, in paese, quando è libero, ha tutti gli occhi puntati addosso. E la tragedia, manco a dirlo, scivola verso il comico. Si ricordano storie di servette, poverine, scimunite, che venivano violentate con macabra regolarità dai loro padroni di casa. È un comico deforme, spettacolare e grottesco. Non vogliamo nascondere la violenza sotterranea di questi rapporti, l’esasperazione e il disagio che ne derivano, ma il paese rispetta, in qualche modo, senz’altro ingiusto, i suoi pazzi e li ribattezza con soprannomi stupendi.

Pensiamo ancora ai dialetti meridionali. Basta sentire un amico pugliese e spiegargli cosa stiamo scrivendo, che lui neanche ti fa finire e assortisce una preziosa galleria di personaggi troppo veri e dignitosi nella loro disperata solitudine. Vincenzo “Bum”, a sentire l’amico pugliese. Lo chiamavano così perché era un tipo calmo e tranquillo, ma se qualcuno si avvicinava gridando “bum” lui reagiva con una serie di espressioni irregolari, deformando la faccia come se quello scoppio, l’esplosione che gli aveva perforato l’udito avesse trafitto pure il suo cuore.

“Catacchio”, invece, era un quarantenne grasso e regolarmente attaccato alla tre quarti, che cantava sugli autobus melodie intonatissime in linea con le più aggiornate top ten internazionali. Un’altra sua qualità era di ricordare i nomi di tutti i santi del calendario a memoria, e in questo modo, nell’ottanta per cento dei casi, riusciva a risalire dal tuo nome alla data di nascita e al segno zodiacale. In un attimo sapeva tutto di te. Dicevano di lui: “Catacchio mo’ non ‘u vid, mo’ tu acchie” (Catacchio adesso non lo vedi, adesso lo trovi).

Giovanni “la quaglia”, dal canto suo, si era guadagnato questo soprannome per la sua camminata, appunto, da volatile. Ovunque veniva accolto, sfottuto e adorato come una celebrità. Faceva “lezioni di camminata”. Era specializzato anche in sedute spiritiche nelle vecchie masserie abbandonate e scriveva interi libri sul diavolo. Per un certo periodo la sua attività principale fu quella di attore. Ripreso dai liceali del paese, che se la spassavano a vederlo recitare, interpretò “Rocky la quaglia” e “Il padrino”. Entrambi questi film si concludevano con i liceali che bersagliavano la quaglia di sedie, pallottole di carta e ogni altro oggetto a disposizione. Lui si riparava dietro la scrivania, continuando a parlare al telefono come se fosse davvero sul set di Coppola.

pazzi-a-taormina

“I pazzi a Taormina” di Massimo Simili (Rizzoli 1947, prima edizione) è un divertente bolero sugli eccentrici di paese. L’autore avvertiva: “Questo non è un libro pubblicitario né scandalistico. È un libro pettegolo. Alberghi, caffè e ritrovi pubblici del luogo vi vengono citati per semplice onestà narrativa essendo tutt’altro che immaginari gli episodi e i nomi dei personaggi in esso raccolti. Il presente volume è sotto la tutela delle leggi in vigore per la stampa ed è perseguibile soltanto ai sensi di querela di parte. Ossequi”

La quaglia era interessato più di tutto alla burocrazia. Seguiva l’approvazione delle leggi sulla Gazzetta Ufficiale. Conosceva a memoria il catasto e poteva spiegarti fin nei minimi dettagli un atto di vendita avvenuto in paese anche a distanza di anni. Aveva quella che si definisce una memoria fotografica. Sbrigava piccole pratiche, con scrupolo. Scrisse una canzone che iniziava così: “O mia terra insanguinata dalle barbarie”. In Sicilia, a Taormina, c’era un tale che durante la messa recitava il Padre Nostro ad alta voce, ma in dialetto: “Patri Nostru, ca’ si ‘nto cielu”.

Certo, molto dipende da quello che uno ha combinato durante la sua carriera di matto. Se ha rubato o ammazzato, allora il controllo diventa subito ferreo e stringente. Ma c’è una follia innocua, la stupidità, la demenza, che non può essere punita e a furia di trovarsela ogni giorno davanti smette di far paura. Il matto, vecchio e giovane insieme, ha saltato il passaggio della maturità. Non lavora, ozia, e di solito lo trovi in piazza a raccontare fantasticherie smozzicate. Quando passa tutti lo indicano e ridono. D’altra parte il paese è abituato a un altro strano personaggio che gli somiglia in modo impressionante. Questo signore è l’artista locale.

Scrive il maestro di Vigevano: “Il parentado degli scolari si allargò al mio passaggio; sentivo di essere guardato, seguito, e pensavo che in quel momento dovevo possedere l’espressione che hanno gli artisti”. A che espressione si riferisce Lucio Mastronardi? Poche pagine prima, il maestro aveva già dato i primi gravi segni di allucinazione: “‘Cosa fate sciacalli?’, urlai. ‘Mangiamo sulla pancia dei morti’, rispose un coro di sciacalli. Dopo un po’ di cammino urlai: ‘Cosa fate sciacalli?’ ‘Mangiamo sulla pancia dei morti’, urlarono. Allora mi detti due schiaffi e mi svegliai”. [4]

Sordi fu protagonista del film di Elio Petri tratto dal romanzo di Mastronardi [5] – che a Vigevano, a dire il vero, dedicò una trilogia [6] – ma anche di un curioso film di Tinto Brass, “Il disco volante” (1963) in cui la comparsa di alieni in piena provincia conduce alla follia i protagonisti, non creduti, non più omologati dalla stupefacente apparizione. Sordi interpretava ben quattro personaggi con un istrionismo mai eccessivo. Fra questi, un impiegato con ambizioni letterarie che si lamenta del successo urbano dei “soliti Moravia e Pasolini”. [7] Brass, veneziano e all’epoca ancora cineasta di estro, lontano dalla città filma anche “La vacanza” (1971), una toccante storia d’amore fra due matti (Vanessa Redgrave e Franco Nero) circondati da una truppa di irregolari e da un mondo operaio più folle di loro. [8]

Gli artisti di solito non sopportano, chissà perché, il fiato sul collo dei propri concittadini, li disprezzano e si isolano. Rischiando d’impazzire. Eccetto rarissimi casi, però, non impazziscono per niente, anzi. La provincia che li maltratta è la stessa che fa da serbatoio alle loro idee. Generoso Picone ha definito la provincia italiana “un’esperienza memorabile”. [9] Ha parlato di “autori solitari e sconfitti, indecifrabili con le categorie interpretative istituzionali e da parte loro refrattari a ogni definizione. (…) Vive in loro il forte senso di un’appartenenza ai propri luoghi, scenari non muti di biografie sanguigne, magari strambe, autentiche ed eccessive, in qualche caso bruciate in archi brevi, intensi e irripetibili”.

È la provincia dei D’Arzo (Reggio Emilia), i Loria (Carpi, Modena), e poi Delfini (Modena), Bassani (Ferrara), Federico Tozzi (Siena) e Romano Bilenchi (Siena), fra gli altri. Siamo nel primo novecento. “L’intellettuale avverte che il mondo contadino ha abbandonato i valori antichi, e ne sente una nostalgia che dolorosamente sa inutile”. Come il protagonista di “Con gli occhi chiusi”, scollegato dalla realtà e in preda anche lui a delle allucinazioni che lo portano sempre altrove, mentre “l’esterno resta lì, intatto ed estraneo”. [10]

Picone ricostruisce con perizia la mappa di tre generazioni successive di scrittori, seguendo la direttrice adriatica, emiliana e padana della cultura italiana. Ma abbiamo visto come quella direttrice si può facilmente far proseguire verso le Puglie e la Lucania di Nigro, la Calabria di Alvaro, la Sicilia di Sciascia e oggi di Camilleri. Ognuno descrive la particolare follia della propria terra. Ma i personaggi che questi scrittori hanno usato per riprodurre il comportamento originale del matto – il matto di paese – valgono per il mondo intero. Descrivono una condizione, l’idiozia, che solo i presunti intelligenti considerano subordinata. Gli esempi si sprecano.

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“Conversazione in Sicilia” di Elio Vittorini (Bompiani 1941, prima edizione). Nella prima tiratura il romanzo era intitolato seccamente “Nome e lacrime”. Un ritorno alle origini nel corso di un evocativo viaggio da nord a sud che allinea nel nome della pietas il padre, il soldato morto, l’arrotino. Un testo “propedeutico” per capire il meridione contando vittime e riscatti

Ciccio Ingrassia, lo zio scemo in cima all’albero della cascina, in preda a “l’ululo” nell’“Amarcord” felliniano, il disperato, comicissimo richiamo frutto di un’esasperata eccitazione sessuale. [11] Dice Gianni Celati: “Fuori dagli itinerari turistici, la letteratura italiana può vantare narratori di straordinaria purezza”. [12] Lo stesso discorso vale per i suoi personaggi. Seguendo il corso del fiume Po, in prossimità di Castelmassa, Celati s’imbatte in uno strano personaggio. Lo descrive così:

“L’uomo che ci ha chiesto un passaggio parla in modo confuso perché gli mancano tutti i denti davanti, fa sorrisi senza senso, e porta una maglietta scolorita con sul petto il nome di una marca di bicicletta. Facendo quei sorrisi senza senso dice che vuole mostrarci un posto sul Po, insiste per accompagnarci. In fondo a un viottolo strabalzante arriviamo ad una villa o casa signorile abbandonata, con balcone cadente e avvolta nella vegetazione, cinta da grandi arbusti di rovi e rubinie che la nascondono, tranne sul lato frontale. Sul tetto sopra il frontone c’è la piccola statua di un guerriero a braccia incrociate che sembra bizantino. Il nostro passeggero ce la indica: ‘È l’eroe della penitenza’. Siccome prima avevamo visto manifesti che inneggiavano agli eroi della resistenza, e lui faceva quel sorriso, ho pensato fosse un gioco di parole. Lo sdentato sorridendo ci ha chiesto: ‘Mi somiglia?’. È lui l’eroe della penitenza: va in giro a pulire vecchie case sul Po senza che nessuno glielo chieda, e questa sarebbe la sua occupazione di penitenza, a quanto siamo riusciti a capire. Dopo ci ha guidato ai resti di un piccolo imbarcadero, sul fiume che scorreva pieno di bolle e rifiuti, e ci indicava quelle bolle color del pane sparse su tutta la superficie dell’acqua. Ha detto: ‘Le avete mai viste? Vengono dalle centrali elettriche. Ce ne sono tante di centrali, eh!’. Tornati alla macchina ci ha chiesto da fumare e poi ci ha chiesto di mandargli una cartolina, insistendo perché annotassimo il suo indirizzo. Infine ci ha chiesto tremilalire ed ha voluto tutto il pacchetto di sigarette”. [13]

Per molti altri registi italiani tra sani e pazzi, in paese, come in città, non c’è differenza. Tutto sembra normale, nella solida provincia veneta, ordinata e razionale, e invece “Il commissario Pepe” di Scola si vede regolarmente tagliare la strada da un matto in motocicletta che terrorizza le strade locali. [14] Un personaggio simile (tanto da risultare una citazione) si aggira anche nel paesino in Cornovaglia di “Local Hero”. [15] Anche lui su una moto (una Guzzi, se non ricordiamo male), anche lui senza un’identità precisa se non quella dello strambo a due ruote. Roba del genere.

Ci sono film italiani sulla provincia nei quali l’irregolarità di certe figure viene mascherata da una sorta di emulazione borghese che ha reso certe “contrade” più velleitarie e frustrate rispetto al benessere metropolitano che si staglia in tv. Giusto per fare qualche esempio, pensiamo alla Ascoli Piceno de “I delfini” di Maselli e de “Il grande Blek” di Piccioni, alla Bari malfamata ed estrema de “La capagira” di Piva, la Sicilia perbenista de “Il bell’Antonio” di Bolognini (da Brancati) o quella irresistibile eppure folkloristica dello Germi di “Divorzio all’italiana” e “Sedotta abbandonata”, o quella – infine – nostalgica di Tornatore. Magistralmente filmata ma a tratti stucchevole. Nel nostro meridione la siesta, la controra de “I basilischi”, appartiene anch’essa al reame del pazzo. [16] Chi non desidera l’ozio, quella rilassante sensazione di stare al sole? Ricorda gli omerici mangiatori di loto.

delfini-citto-maselli

Sette anni dopo “I vitelloni” di Fellini, Citto Maselli ne gira una versione decaffeinata con “I delfini” (1960, nella foto di scena Antonella Lualdi e Claudia Cardinale). Ancora giovani di provincia attardati dalla noia, estranei al coraggio di un trasferimento. Il film è ambientato in una Ascoli Piceno accidiosa ma sconta un punto di vista troppo metropolitano (fra le altre, la differenza fra i due registi è che Fellini era un provinciale vero, militante. Rimini se l’è tenuta dentro tutta la vita. Maselli è cineasta urbano e nel film pare descrivere la vita di provincia quasi fosse un peccato da espiare, e con un tono da inviato). Alla sceneggiatura de “I delfini” collaborò Alberto Moravia

C’è un bel racconto di Cavazzoni che s’intitola “La repubblica degli idioti congeniti”. Lo scrittore reggiano parla di una famiglia di contadini, i Bastuzzi, Sebastiano, suo padre e la madre, tutti e tre idioti congeniti. I Bastuzzi vivono in una capanna annessa a una casa colonica, seguendo il ritmo delle stagioni. Non coltivano la terra, si nutrono di erbe e bacche, del latte e delle uova di gallina, di cui vanno ghiotti. D’inverno cadono in letargo, e non sopravvivrebbero a una gelata particolarmente lunga. Si coprono con pesanti giacconi di lana grezza, ereditati dai loro avi. I Bastuzzi vivono in comunità con gli animali, sfidano le galline e si riposano accanto alle vacche. Capita che le vacche confondano Sebastiano Bastuzzi per un vitello, ma sanno riconoscere gli idioti da chi, invece, si avvicina con intenzioni aggressive. Gli altri contadini, che praticano un’agricoltura intensiva, odiano i Bastuzzi e li tengono a distanza a sassate, per imprimergli bene in mente il concetto di proprietà privata. Non sopportano l’incuria di questi vicini scriteriati, l’aridità in cui lasciano marcire la loro terra, lo spreco delle risorse. Eppure, secondo il dottor Consolini, che ha studiato il comportamento degli idioti e in particolare il caso Bastuzzi, “se al mondo tutti fossero idioti la razza umana non si estinguerebbe”. Insomma, saremo salvi se non faremo i furbi. A sentirla così sembra una battuta. Magari fa anche ridere. Solo che poi Cavazzoni aggiunge:

“La razza umana si ridurrebbe globalmente di numero e abiterebbe le fasce più temperate o calde, il mondo si rimboschirebbe. Forse la città sparirebbe come polo abitativo e nell’aria tornerebbe l’ozono. La natura umana è erbivora, afferma il dottor Consolini, e infatti l’idiota mangia spontaneamente e senza costrizione le erbe e i frutti degli alberi; e si accompagna ai branchi di erbivori, i quali lo riconoscono e coi quali si accoppia. A volte si accoppia anche con i volatili. Si è notato inoltre che presso i Bastuzzi le galline hanno ripreso a volare”. [17]

repertorio-pazzi-palermo

Nel 1994, Roberto Alajmo pubblica per Garzanti il saggio antropologico “Repertorio dei pazzi della città di Palermo” (nella foto l’edizione aggiornata – “Nuovo repertorio” – uscita per Mondadori nel 2004). Ma di quei dissennati più “cittadini” ci occuperemo diffusamente in altra occasione


Note
[1] C. Alvaro, “Itinerario italiano”, Bompiani 1995
[2] C. Alvaro, “Gente in Aspromonte”, Garzanti 1995
[3] R. Nigro, “I fuochi del Basento”, Camunia 1987
[4] L. Mastronardi, “Il maestro di Vigevano”, Einaudi 1962
[5] Oltre al già citato Maestro di Vigevano, Mastronardi ha scritto “Il calzolaio di Vigevano” (1959) e “Il meridionale di Vigevano” (1964) ora raccolti, insieme alle altre sue opere, in “Gente di Vigevano” (1977)
[6] E. Petri, “Il maestro di Vigevano”, 1963
[7] T. Brass, “Il disco volante”, 1963
[8] T. Brass, “La vacanza”, 1971
[9] G. Picone, “Ipotesi critiche per la lettura di un’onda”, in Paesaggi italiani, a cura di A. Ferracuti, Transeuropa 1994. Anche per Alvaro, ma cinquant’anni fa: “Il nostro paese non può avere altra civiltà che di intelligenza, qualità, tecnica, individualità, personalità. Il lavoro di incubazione si compie nell’ambiente della provincia. (…) La provincia che fugge nella capitale la terra, il lavoro manuale, in cerca di impieghi dalle mani bianche, quando nella sua ricerca non porta vere e profonde qualità di vocazione e disinteresse, crea delle crisi morali molto complesse. La provincia è la forza dell’Italia”. C. Alvaro, in Omnibus, 24 luglio 1937. Quando Pier, il protagonista di “Camere separate”, torna nel suo paese della Bassa Padana, rispuntano i libri di Antonio Delfini e Silvio D’Arzo (l’isolamento del maestro di Vigevano è lo stesso del prete di Casa d’altri). Allora Tondelli, evidenziando la direttrice adriatica ipotizzata da Picone, scrive: “Dal balcone della sua stanza può vedere i luoghi in cui sono nati. Solo in loro lui trova quei particolari aspetti di follia, noia, malinconia che solitamente non si attribuiscono al carattere della gente della sua terra… a lui ora interessa la parte nascosta di questo carattere, quello che causa i suicidi, che crea gli alienati, i folli del villaggio. Solo in questi due scrittori lui trova descritta quella certa impenetrabilità del carattere emiliano, quella certa scostanza, quella bizzarria o lunaticità malinconica e assorta che ha conosciuto in suo padre e ora conosce in se stesso”. P.V. Tondelli, “Camere separate”, in Opere, Bompiani 2000
[10] Questa e la precedente citazione sono tratte da C. Benussi, “Scrittori di terra, di mare di città”, Nuova Pratiche Editrice 1998. Vedi anche F. Tozzi, “Con gli occhi chiusi”, in Opere, Vallecchi 1961
[11] F. Fellini, “Amarcord”, 1974
[12] G. Celati, “Sebastiano Vassalli e l’esperienza memorabile”, in Il Manifesto, 12 febbraio 1989. Celati ha pubblicato alcuni racconti di Cavazzoni nella raccolta Narratori delle pianure (1985)
[13] G. Celati, “Verso la foce”, Feltrinelli 1989
[14] E. Scola, “Il commissario Pepe”, 1969
[15] B. Forsyth, “Local hero”, 1983. Questi riferimenti non tengono conto di film più estremi e “psicofisici” come l’americano “Freaks” (T. Browning, 1932), oppure “Morgan matto da legare” (K. Reiszt, 1966). Quest’ultimo è legato al free-cinema inglese, che si occupa sì di follia ma non in chiave necessariamente provinciale.
[16] F. Maselli, “I delfini”, 1960. G. Piccioni, “Il grande Blek”, 1987. A. Piva, “La capagira”, 2000. M. Bolognini, “Il bell’Antonio”, 1960. P. Germi, “Divorzio all’italiana”, 1961 e “Sedotta e abbandonata”, 1963. G. Tornatore, “Nuovo cinema paradiso”, 1988 e “L’uomo delle stelle”, 1995 ma anche “Malena”, 2000. M. Placido, “Del perduto amore”, 1997. F. Rosi, “Tre fratelli”, 1981. F. Calogero, “La gentilezza del tocco”, 1987. L. Wertmüller, “I basilischi”, 1963
[17] E. Cavazzoni, “Vite brevi di idioti”, Feltrinelli 1994


Da Storie 
41/2001 – Terza, quarta, quinta persona

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