rivista internazionale di cultura

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C’Erasmus

Reportage di viaggio (e di studio)


Lund 2009 | St. Louis 1996
Lund 1998 | Metz 1998 | Leeds 2000


ST. LOUIS 1996 | Nadia Brusin

Quando il progetto Erasmus mi si para davanti con i suoi bandi, ho già dato la maggior parte degli esami fondamentali e, a torto o a ragione, decido di non partecipare. A Londra ci sono andata già due volte, per studio e per un breve periodo di lavoro. Poi viene il momento della tesi di laurea – su un autore americano vivente – e per la ricerca del materiale parto per gli States.

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Il regalino di addio è una maglietta dipinta per me, con la Casa Bianca, uno scoiattolo e la scritta “scribbles”

Il mio sbarco in America avviene nel maggio del 1996. Che emozione: subito travolta dalla grandezza di questo mondo (dove perfino il rotolo di carta igienica è più grande) e dalla conferma che l’americano è un’altra lingua.

Sono ospite di alcuni amici di mio cugino a St. Louis, Missouri, pronunciato Misery, le temperature in quel periodo sono particolarmente calde e afose, mi rivela Debbie, la simpatica signora americana che mi ospita in una super villa di fine ‘800 (antica, secondo i loro canoni) che pare fosse di proprietà di un gangster, con tanto di leggendari passaggi segreti e compagnia bella. Saranno le leggende metropolitane, sarà il continuo scricchiolio delle travi e pavimenti in legno, ma io di notte non dormo una cippa lippa. Il marito è un medico napoletano, trapiantato in USA. Ci sono poi un ragazzino e una ragazzina in età preadolescenziale, due labrador marroni e un paio di spassosi nonni che arrivano da New Orleans e che, durante una pizzata in famiglia, mi chiedono seriamente incuriositi: “Do you have pizza in Italy?”. Che forti gli americani e quel loro sentirsi l’ombelico del mondo!

La seconda parte del mio soggiorno la trascorro presso un’altra strepitosa famiglia, dove “cado letteralmente innamorata” (peraltro ricambiata) del labrador color cappuccino, il mitico Bruno. La casa questa volta è in un quartiere residenziale ricco, il classico quartiere con le guardie di sicurezza private, con i grandi viali, con un sacco di verde, alberi maestosi, giardini sul davanti e sul retro, con l’immancabile bandiera a stelle e strisce.

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Memorabile quando mi sono ritrovata in uno sperduto paesino delle foreste di aceri del Nord

Le mie ricerche bibliografiche ho la fortuna di condurle alla “Washington University in St. Louis”, una rinomata università privata. Con una misera letterina di presentazione della mia prof, del tutto gratuitamente e per un mese di fila, ho accesso a una biblioteca di svariati piani, grandi quanto campi di calcio. Ogni volta che varco la soglia oltre il metal-detector, mi viene da fare “oohhh”… Che spettacolo! Sempre con la stessa letterina, vengo poi accolta da un professore di letteratura americana contemporanea. L’assenza di formalità cattedratica mi disarma e allo stesso tempo mi entusiasma. Seduti sul divano del suo studio, chiacchieriamo di Jim Harrison. Mi racconta, tra le altre cose, che è un suo “vicino” di “fattoria”, lassù al nord, dove la wilderness regna ancora sovrana.

Nelle pause caffè e sigaretta, conosco un baldo giovine, tale Sir Charles Walters (se la memoria non m’inganna), che millanta di essere stato sindaco di Minneapolis, subito dopo l’università. Dice di aver studiato in Europa e di essere concretamente orientato verso la carriera politica, nelle fila dei Democratici, con l’obiettivo di diventare Presidente degli Stati Uniti. Suvvia, ognuno in fondo ha diritto alle proprie ambizioni e, comunque, finché è Democratico, va pure bene!

Mi parla un inglese forbito, con un sacco di latinismi che, ovviamente, capisco. Basta così poco per impressionarlo: vuoi mettere la cultura di una che capisce addirittura un inglese aulico? Piuttosto, comincio ad accumulare le mie figure di merda, quelle classiche di una che parla una lingua straniera. La più buffa riguarda gli scribbles, che sono gli scoiattoli. Insomma, che vuoi che sia, c’è pochissima differenza tra scribbles e squirrels, non sottilizziamo. E poi mi improvviso ornitologa de noantri, affibbiando nomi nuovi ad altrettante specie di uccelli buffi e curiosi. Napoleon è un bellissimo esemplare nero che sfoggia mostrine giallo-oro sulle spalle…

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Nel 2000 sono andata a visitare una segheria fornitrice dell’azienda per cui lavoravo

Quando la ricerca del materiale critico è conclusa, passo dal dovere al piacere e così accetto l’invito a una visita guidata della città di St. Louis, a bordo della jeep del Democratico. L’incosciente si fida e me la fa guidare e… via che sfreccio nelle strade a mille corsie della Downtown, cantando a squarciagola. Mi sorpassa un tipo con lo stereo a palla e la macchina targata “I’MDUMB”: be’, per fortuna! Il Democratico mi organizza addirittura un pic-nic nei pressi dell’imponente “Gateway to the West”, con tanto di calici e champagne. Della serie: tu vuò fa’ l’americano! Alla fine delle numerose disquisizioni di ornitologia, politica, cultura, Bell’Italia, Casa Bianca, il Sir tira fuori il suo regalino di addio: una maglietta dipinta per me, con la Casa Bianca, uno scoiattolo, la scritta scribbles e la promessa di un invito alla residenza presidenziale al suo primo mandato! Me cojoni!

Ci sono tornata un altro paio di volte negli States. Memorabile il viaggio di lavoro nel 2000, quando mi sono ritrovata in uno sperduto paesino delle foreste di aceri del Nord, dove io andavo a visitare una segheria fornitrice dell’azienda per cui lavoravo e dove il protagonista di un romanzo di Jim Harrison aveva fatto il macho-man vivendo in mezzo ai boschi. E poi Chicago, Atlanta… e altrettante fiere del mobile. Quel che davvero mi esalta, ogni volta che metto piede in terra americana, è la sensazione che tutto sia possibile, il senso di apertura e possibilità infinite di questa enorme fetta d’America, tanto esecrata, invidiata, o ambita… questo sogno americano stigmatizzato o idolatrato. A me piace, con i suoi pregi e con i suoi difetti.

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