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C’Erasmus

Reportage di viaggio (e di studio)


Lund 2009
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LUND 2009/2010 | Oriana Sipala

La tapparella della finestra in cucina non si abbassa più. Si è rotta. Volevo solo godere della luce del sole finché fosse possibile. In posti come questo a settembre le giornate sono già brevi e i raggi si fanno sempre più fiochi. Perciò adesso mi tocca aggiustarla, se voglio mantenere un minimo di privacy. Chiamo Nunzia e le chiedo aiuto. Insieme cerchiamo di risolvere il problema, ma invano. Tirarla giù con le mani è impossibile, visto che la tapparella sta dentro due grandi vetrate, e noi non abbiamo né la forza né gli strumenti giusti per smontarle. La nostra unica speranza è il vicino di casa, un cinquantenne taciturno che decide di perdere un’ora del suo tempo per aiutare due sfigate, brave solo a collezionare una figuraccia dopo l’altra. Detto fatto. Proprio mentre tutti e tre siamo intenti a smontare i vetri e a rischiare di lasciarci le braccia, i ragazzi che abitano di fronte si accorgono della scena e cominciano a ridere, neanche fossimo ridicoli cabarettisti. Nunzia mi guarda con occhi infuocati, vorrebbe uccidermi. Ci sono proprio tutti. C’è Ümit, il turco antipatico e saccente che crede di essere meglio di Einstein. C’è il suo coinquilino, Francesco, che ci evita come la peste perché vuole imparare l’inglese. Gli spagnoli sono appena rientrati da una lezione di architettura, giusto in tempo per farsi anche loro quattro risate.

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L’edificio principale dell’università era davvero imponente

Iniziamo proprio bene. L’avevo detto io che quel maledetto 17 sulla porta d’ingresso ci avrebbe portato sfortuna. Parternas Grӓnd 17-11, per l’esattezza. È proprio questo il nostro indirizzo. Quello che ci siamo conquistate dopo una notte in bianco trascorsa all’università. La notte più lunga della mia vita. Carica di felpe sulle spalle e tremante di freddo, partecipavo a stento alla discussione che Nunzia aveva intrapreso con due toscani che portavano lo stesso nome, Lorenzo. Ogni tanto captavo qualche frase pro e contro Berlusconi, mentre Nunzia alzava la voce e gesticolava con forza per difendere la sue fantasie comuniste. I tre spagnoli, Salas, Albert e Luis, erano accanto a me e guardavano perplessi la scena: la solita caciara all’italiana. Io invece preferivo osservare tutto quello che mi stava intorno. L’edificio principale dell’università era davvero imponente. La scritta “Regia Academia Carolina” al di sopra delle colonne bianche mi dava la sensazione di trovarmi in un luogo antico e prestigioso. Più in là l’enorme biblioteca spiccava alla vista di tutti, nonostante l’infittirsi del buio. Il rosso acceso delle foglie si estendeva per tutto l’edificio, dalla base alle cime appuntite. Presto avrebbe ceduto il passo al colore della neve.

L’enorme biblioteca spiccava alla vista di tutti, nonostante l’infittirsi del buio

L’enorme biblioteca spiccava alla vista di tutti, nonostante l’infittirsi del buio

Allo stesso modo il mio umore incostante, che passava in fretta dall’entusiasmo alla paura, avrebbe ceduto il passo a un equilibrio conquistato a fatica. Il mio inglese scolastico non era sufficiente a sostenere la più stupida delle discussioni. “Your English is crap”, ci disse Ümit, che non perdeva occasione per sfottere me e Nunzia. Sembrava che ci provasse gusto. Quella però fu la molla che ci spinse a superare i nostri limiti. Di lì a poco, la nostra casa divenne un punto di riferimento importante per “Pg family”. Proprio così, c’eravamo dati anche un nome. D’altronde ogni famiglia che si rispetti ne ha uno. E il nostro era l’acronimo di Parternas Grӓnd. Avevamo persino un codice tutto nostro, il “Pg language”, venuto fuori da gaffe e giochi di parole. I contributi più importanti ce li offriva Nunzia senza troppa fatica. “Allbody” era meglio di “everybody”, mentre “church” era meglio di “cheers” quando, trovato un pretesto qualsiasi, portavamo in alto i bicchieri.

Quasi tutti i pomeriggi sentivo bussare alla famosa finestra rotta, e quando la aprivo con cautela scoprivo il volto di Kasha che mi chiedeva di fargli un buon caffè italiano, o quello di Gylles che ci invitava a uscire, o ancora quello di Albert pronto a scagliare una grossa palla di neve. Di sera le visite diventavano più frequenti e allora ci si ritrovava tutti a tavola a mangiare pastrocchi italiani o spagnoli, o intrugli di origine turca, come la pasta allo yogurt tanto adorata da Ümit e Begum. Il tutto servito rigorosamente su piatti e stoviglie Ikea. Alejandro veniva sempre con la sua chitarra e cantava le più belle canzoni dei Pink Floyd.

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Proprio così, c’eravamo dati anche un nome: Pg family

Lorenzo proponeva spesso di giocare a scacchi, tranne a me che ero proprio una schiappa. Nunzia s’improvvisava cuoca e riusciva sempre a incantare il palato di tutti. Nel frattempo cominciava ad affezionarsi un po’ troppo. Irruente e sicura di sé, non riuscì a nascondere per molto tempo la sua emotività. Kristina ci offriva sempre tè, biscotti e splendide scenografie di frutti. Begum ci chiamava “sorelline” e spiccava per il suo stile sempre chic. Agli spagnoli chiedevamo di leggere un buffo scioglilingua italiano per farci ridere un po’. Spesso andavamo anche da Ümit e Francesco. Quando il parquet era ancora pulito ce ne stavamo a terra sfidandoci a colpi di tension tower. Mi viene in mente il ricordo di una sera in cui, stanchi di quel gioco, siamo andati a saltare su un tappeto elastico che qualcuno aveva scoperto tra le mille palazzine di Parternas Grӓnd. Con tutta l’energia che avevamo in corpo ci spingevamo in alto, incrociando i nostri sguardi a sei metri dalla superficie. Ci eccitava l’idea di infrangere le regole. Eravamo come dei bambini pronti a scappare da un momento all’altro. E in effetti andò proprio così. Una volta rientrati a casa di Ümit, non riuscivamo a smettere di ridere. Di per sé non fu un episodio speciale, ma era speciale il fatto di averlo vissuto insieme. C’era tra noi una sintesi perfetta di culture, tradizioni e personalità completamente diverse, l’armonia di una famiglia vera. Un’armonia che riusciva a mettere d’accordo persino un sardo ambientalista come Francesco e un turco favorevole al nucleare come Ümit.

Non ce ne stavamo sempre a casa. Ci spostavamo spesso in bici per raggiungere il centro di Lund o il luogo remoto di una festa organizzata. Ogni volta, durante il tragitto, mi sembrava di vivere la scena di un film. Il vento gelido mi accarezzava il viso, eppure non me ne accorgevo nemmeno. Sentivo più l’emozione di correre accanto agli altri, lungo la discesa di Tornagӓven, e cantare a squarciagola il ritornello turco Yarami ye fener o Volare di Modugno, veri e propri inni di Pg. E in quel cantare all’unisono ci sentivamo forti, inseparabili. A volte viaggiavo insieme a Kasha. Per un motivo o per un altro capitava che non ci fossero bici a sufficienza, così cedevo la mia a chi ne avesse bisogno e mi lasciavo trasportare da lui. Era automatico. “I’m a man, I’m a machine”, ripeteva spesso mentre io mi preoccupavo che non si stancasse troppo. Pedalava imperterrito imboccando Sӧlvegatan, e poi ancora Norra Fӓladen, fino a superare la vecchia cattedrale e ad addentrarci nelle bellissime vie del centro. Ogni volta era un tuffo nel passato. La bici calcava i piccoli mattoni scuri delle strade, mentre le case disposte a schiera avevano tetti a punta e tipiche tegole rosse. Sulle finestre quadrate non mancavano splendidi vasi di fiori. Sembrava di stare in un borgo medievale dal fascino indescrivibile. Lentamente Kasha proseguiva la marcia, mentre io ero come rapita da un’atmosfera antica, quasi magica. Era speciale il mio rapporto con Kasha. Era come una corda in tensione i cui poli non si avvicinavano mai abbastanza. Agli altri dicevo che non sopportavo i suoi sguardi, che li trovavo pesanti. In realtà quegli sguardi li amavo tanto e finirono per stroncare ogni mia resistenza quand’era già troppo tardi. Più in là ne avrei sentito la mancanza. Maledettamente. Partimmo la stessa sera, io e lui, ma per destinazioni diverse. Partimmo lasciando a Lund un pezzo del nostro cuore. Ma con la convinzione che ci saremmo rivisti tutti. Raggiunsi Kasha a Berlino due anni dopo per ritrovare l’intensità dei suoi sguardi. Albert, Ümit e Gylles vennero in Sicilia mantenendo così la loro promessa. Per me e per Nunzia rivederli fu una grande gioia, anche se ciò avrebbe comportato un secondo addio.

È proprio dura a morire, Pg family. Non poteva mancare al matrimonio di Koray in Turchia. Non poteva non passare da Madrid o da Catania. Non potrà non riunirsi ancora da qualche parte. Magari in Francia, da Gylles. Nel frattempo, però, ogni volta che la nostalgia mi assale, stringo forte il cuscino che Gylles mi ha regalato. Leggo e rileggo la lettera di Ümit, quel turco antipatico e saccente che sono felice d’aver incontrato. Prendo tra le mani il cubo tappezzato di fotografie. Lo giro e lo rigiro per guardarle tutte, una per una. E poi lo apro, per riscoprire i pensieri che i miei amici hanno scritto per me. Tutto questo mentre scorrono le note della bellissima canzone di Pg, venuta fuori dalle emozioni e dai ricordi che Lund ha regalato ad Alejandro. Non è vero che in Svezia fa troppo freddo. Non è vero per nulla.


Oriana Sipala
| Università degli Studi di Catania
Erasmus a Lund dal 24 agosto 2009 al 30 gennaio 2010 presso la Lunds Universitet
(Faculty of Sociology and Faculty of Humanities and Theology)

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