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Il talento incognito di Giacomo Polizzi, da illetterato a cronista avvinto della sua Calacte

  • 7 marzo 2017
  • 14:25

“Tra i cronisti di Calacte, il più singolare fu tale Polizzi, figliolo di Antonio e di nome Giacomo, che dal 1692 a due anni dalla sua morte, scrisse le cronache della città. Ma i suoi manoscritti andarono perduti alla fine del secolo per un incendio, forse doloso che, insieme a libri e incunaboli, mandò in fumo anche inquietanti testimonianze d’archivio: false donazioni, illeciti atti di vendita…

maria-attanasio

Maria Attanasio è stata per anni preside del Liceo Classico della sua città, Caltagirone. Docente vivace e innovativa, impegnata politicamente, ha scritto necessari romanzi d’impronta storica e sillogi di una forza concisa e autenticamente femminile: “La vita è bella solo se raccontata. Dentro le parole non c’è freddo, né carestia, né paura: gli uomini possono soffrire senza dolore, mangiare senza pane, morire senza morte”

Superstiti, solo pochi frammenti di una fedele trascrizione ottocentesca, dai quali emerge, in modo netto, una figura di cronista insolita in un secolo in cui una fatalità di classe, senza possibilità di riscatto, segnava l’individuo fin dalla nascita. Non essendo né nobile, né prete, Polizzi sapeva a malapena leggere e scrivere, ancora bambino dal padre messo a bottega presso uno stovigliaio, dove imparò, presto e bene – e questo resterà il suo lavoro per tutta la vita – a decorare utensili e suppellettili di terracotta. Un giorno un amico gli portò da Palermo il libro di uno storico a lui contemporaneo, il Diario del Mongitore. Fu una folgorazione: da semplice e illetterato pittore si trasformò, d’improvviso, in appassionato cronista della sua città.

Poveri forse gli apparvero i colori, e fragile l’argilla, rispetto alla scrittura: attraversando indenne guerre, carestie e terremoti, gli sembrò un suggello più forte e duraturo del bianco e dell’azzurro dei suoi smalti. Ignaro delle leggi della retorica e della grammatica, si inventò sintassi e ortografia, e il suo linguaggio – straordinario pastiche di dialetto e lingua – divenne stile: dimensione testuale in cui si riflettono (e si mettono in gioco) sentimenti e umori, affetti e valori suoi e del suo mondo. Non conoscendo affatto il corretto uso delle maiuscole e delle minuscole, Giacomo Polizzi, ad esempio, inizia con la maiuscola tutte quelle parole che nel circoscritto mondo contadino di Calacte, sono sostanze, res quotidianamente esperibili, condizioni strutturali del vivere e del morire: Aria, Casa, Campagna, così come Ncarciataru, Patrone, Inquesitore, mentre scrive in minuscolo ciò che da esso è lontano o astratto, si tratti pure di capitali e viceré.

E al di là di ogni precisa ricostruzione biografica è facile immaginarlo nel suo pianterreno ingombro di brocche, pentole, vasi di terracotta, dipinti e pronti per l’ultima cottura, la sera intento a scrivere alla debole luce della lumiera: i contorni degli oggetti incerti, le ombre più dense agli angoli della stanza, mentre fuori, nella vasta notte, abbaiano cani e sbattono porte. Ma per lo scribacchino sulle sue carte, nient’altro esiste se non il tempo e la parola, la fiamma della candela vacillante nelle alte sere invernali”.


Maria Attanasio, “Correva l’anno 1698 e nella città avvenne il fatto memorabile” (Sellerio 1994)


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