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RILETTURE

Mario, Carlo Verdone e quel cafone di un futurista (al telefono)

  • 7 febbraio 2017
  • 15:15

Da un capo del telefono il giovane Carlo Verdone e dall’altra Verdone padre – Mario – accademico, studioso, critico cinematografico e pioniere della storia del cinema insegnata. Lui che, orfano di padre caduto sul Monte Grappa, per finire il liceo e prendersi due lauree aveva dovuto adoperarsi. Già a metà anni ’30, ventenne, è giornalista de La Nazione e segue il teatro per la storica testata fiorentina. Come a dire uno capace di sporcarsi le mani d’inchiostro e che una volta inserito a pieno titolo nel mondo dell’Accademia non ha problemi a dire fra se e se (anzi mimare) un bonario “che palle!” al telefono con Pasolini.

mario e carlo verdone

Mario e Carlo Verdone che così ricorda suo padre: “Era molto spiritoso, divertentissimo, ma nello tempo severo, integerrimo. Se si accorgeva che uno studente non conosceva Shakespeare o Goldoni erano guai” (Avvenire, 8 maggio 2016)

Mario Verdone era anche esperto di futurismo (aveva conosciuto di persona Marinetti) e ogni volta che si trovava alle prese con un saggio in merito, agli occhi del figlio, il palloso – e meticoloso – era lui. Al punto che Carlo decide di fare al padre uno scherzo telefonico (quando ancora si poteva) in cui l’ironia mette in crisi cultura e sapere enciclopedico insinuando il dubbio di un errore, di un’imperdonabile lacuna. È un faccia a faccia tra erudizione e dissacrazione, che in questo caso non fa morti e feriti nonostante un volume contundente della Treccani volato a terra in un gesto di stizza e rimasto aperto alla lettera F di Futurismo.
(E.B.)

Lo scherzo è contenuto nell’autobiografia dello stesso Carlo, “La casa sopra i portici”. 

Mio padre aveva da poco pubblicato l’ennesimo volume sul Futurismo e così pensai di elaborare qualcosa che lo potesse far andare su tutte le furie. Mi rinchiusi in una stanza e lo chiamai dalla seconda linea telefonica. Parlando con accento toscano, mi presentai come vecchio, catarroso, pittore futurista di un paesino vicino Siena, profondamente indignato per non essere stato citato nel libro. “Ma lo sa che il mio stile ha ispirato Boccioni ne ‘La città che sale?’ dissi. “Se quanto riferisce è vero, le chiedo scusa. Purtroppo il suo nome davvero non riesco a ricordarlo” replicò costernato. “Ma che cazzo di studioso è mai lei? Si vergogni!” infierii, mentre mio padre restava in totale silenzio.

“Pensi che Argan e Ballo mi hanno dedicato dieci pagine in alcuni loro volumi!” “Le chiedo umilmente scusa, ma anche per uno studioso ci può essere un momento di vuoto…” si giustificò con un filo di voce. “Lei non ha avuto alcun vuoto, lei è semplicemente rincoglionito!” gridai con esaltazione. A quel punto mio padre perse le staffe. “Ma come si permette?” attaccò. “Adesso sta esagerando! Mi ha rotto i coglioni con questo turpiloquio!” Iniziò un botta e risposta esagitato e pieno d’insulti. “Lei allora è un grande stronzo incompetente!” feci io. “Stia al suo posto lei! Sarà anche un importante futurista, ma è un grandissimo maleducato!” “Io sarò maleducato, ma lei è un professore di mezza tacca!” “E allora mi porti una pubblicazione dove parlano di lei! Io non l’ho mai sentita nominare porca miseriaaa!” La conversazione mantenne questo tenore per altri dieci minuti, poi mio padre, esausto, agganciò il ricevitore quasi spaccandolo. “Ma vedi ‘sto vecchio rincoglionito, stronzo, che si permette di dire certe cose!” sbottò fra sé. “Ma poi chi l’ha mai sentito nominare…” Pochi secondi dopo uscii dalla stanza e, con tono preoccupato, chiesi a mio padre cosa fosse successo. “Ha chiamato un vecchio imbecille rancoroso, un certo Carucci, Tirucci, Terucci… Io non so neppure chi sia ‘sto futurista!” rispose ancora tutto arrabbiato.

“Ma che ti ha detto?” domandai. “Ha detto che non l’ho citato nel mio libro… Ma chi lo conosce!” “Ma papà, tu devi stare attento a certe cose. Il fatto che tu non lo conosca non significa che quel pittore non esista” lo bacchettai con calma. Senza aggiungere altro, mio padre andò alla libreria, afferrò un volume della Treccani e si mise a cercare con rabbia la voce su quel fantomatico pittore. Mentre sfogliava le pagine mormorava: “Ma che devo stare attento… io i futuristi li conosco tutti. Questo secondo me è soltanto uno stronzo! È soltanto un mitomane che…” “Hai ragione papà, quel tizio è soltanto uno stronzo e sai perché?” lo interruppi. “Perché Carlo?” chiese, speranzoso di trovare almeno una mezza verità riguardo quel pittore. “Perché sono io quel pittore. Sono io che ti ho fatto uno scherzo!” e iniziai a ridere. Papà sbatté a terra con furia il volume della Treccani facendolo a pezzi. Stava sulla lettera F di Futurismo. “Ma sei scemo?! Mi hai fatto venire la pressione alta!” sbraitò, tentando invano di colpirmi con un libro mentre fuggivo di corsa dallo studio.


Carlo Verdone, “La casa sopra i portici” (Bompiani 2012)

 Verdone racconta la finta telefonata del “futurista maleducato” fatta a suo padre. Come capita negli sketch più collaudati, cambia qualche dettaglio, il nome o la città del chiamante per esempio. La sostanza resta, semmai si rivitalizza il piacere della rievocazione comica:


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