rivista internazionale di cultura

REPORTAGE

Nel cuore del Vietnam di oggi: fra riso, indolenza e gaudenza Saigon è solo un ricordo

  • 7 febbraio 2018
  • 14:06

È storia e immaginazione. Contraddizione e memoria. Il Vietnam.

Gli accordi di Ginevra del 1954 ne avevano decretato a tavolino la divisione. Il Vietnam del Nord, i comunisti, da un lato. Il Vietnam del Sud, gli americani, dall’altro.

E poi la guerra. E tra le tante, la sanguinosa battaglia di La Drang raccontata da Harold G. Moore e Joseph L. Galloway in “Eravamo giovani in Vietnam”: “E allora per una volta, una volta sola, bisogna dire: è cominciato così, era così. Alla fine i morti non si sono rialzati. I feriti non si sono sciacquati le piaghe per riprendere a vivere come se niente fosse. Nessuno di noi ha lasciato il Vietnam uguale a prima. Questo racconto è il nostro testamento”.

Quando, il 30 aprile 1975, Saigon cade per mano del Fronte Nazionale di Liberazione, senza che Ho Chi Minh riesca a vedere compiuto il suo sogno di unità nazionale perché morto sei anni prima, il Vietnam diventa finalmente una sola cosa, un Paese unico, almeno politicamente.

Perché, invece, dal punto di vista sociale la riunificazione causò l’esilio volontario dal Sud di circa un milione di vietnamiti, impauriti dall’eventuale persecuzione e confisca delle terre e delle aziende da parte dei vincitori comunisti. Mentre altri furono trasferiti e “rieducati” attraverso lavori in terreni incolti chiamati per l’occasione: nuove zone economiche.

Soltanto verso la fine degli anni ’80, al termine della Guerra Fredda e dopo il ritiro delle truppe dall’invasione della Cambogia, il Vietnam inizia la sua ripresa economica attraverso la politica di rinnovamento, il Doi Moi, che fra il 1990 e il 1995 porta le imprese private da 770 a quasi 25 mila.

13.sapa-vietnam-terrazzamenti-riso

Attualmente, in Vietnam, la superficie coltivata a riso supera i 4 milioni di ettari, ma vista la più che sufficiente disponibilità sia per il fabbisogno interno che per gli esportatori, entro il 2020 è previsto un taglio di circa 270 mila ettari per permettere altri tipi di coltivazioni. (Ph. Alfonso Farina)

Oggi, incentivato da una naturale spinta del mercato tecnologico e da un’accentuata delocalizzazione di aziende cinesi, il Vietnam vive un’ulteriore rinascita ma probabilmente a discapito di un altro mercato, quello del riso, che tra il 2009 e il 2013 lo vedeva fra i primi tre esportatori al mondo e che ultimamente ha subìto una decisa frenata, legata soprattutto alla riduzione di esportazione verso i suoi mercati di riferimento: Cina e Filippine.

Ma ciò che il futuro prova a cambiare, la tradizione mantiene.

Attualmente, in Vietnam, la superficie coltivata a riso supera i 4 milioni di ettari, ma vista la più che sufficiente disponibilità sia per il fabbisogno interno che per gli esportatori, entro il 2020 è previsto un taglio di circa 270 mila ettari per permettere altri tipi di coltivazioni. La regione del Mu Cang Chai nel Vietnam settentrionale sarà probabilmente una delle zone prescelte per la riduzione agricola forse anche perché ancora poco conosciuta dal turismo di massa.

Diversa è la situazione per altre aree: Sapa, ad esempio, è un villaggio situato nella provincia di Lao Cai, a circa 380 km da Hanoi, a soli 3 Km dal confine cinese. Qui intorno vivono ancora Hmong, Dao (Yao), Giáy, Pho Lu, e Tay, ovverosia alcune delle 53 minoranze etniche che resistono in questo territorio alle pendici dei Monti Hoàng Liên, a ridosso del maestoso Tetto d’Indocina: il Monte Fansipan, che nelle giornate più limpide è possibile ammirare e venerare. Questi gruppi etnici sono rimasti piuttosto indipendenti nonostante l’invasore di turno provasse ad arruolarli nelle proprie fila. Coltivano riso, tè, oppio, caffè. Sono un tutt’uno con lo scenario circostante.

A perdita d’occhio, distese di colline giallo-verdi: un taglio differente di luce può modificarne, all’alba o al tramonto, il volto e l’anima. Per tutto il resto del giorno, un sole caldo e verticale si abbatte sulle risaie che circondano, avvolgono e riempiono il paesaggio modellato dal lavorio degli elementi nel corso di migliaia di anni.

La raccolta del riso avviene secondo metodi tradizionali e spesso non proprio in maniera industriale.

Non esiste età per questo lavoro che porta addosso l’usura di intere giornate, sotto temperature balneari dove il mare è ignoto e l’unico riparo sono i Nòn Là, i famosi cappelli a cono di paglia. La fatica ricade su schiene e schiere di generazioni: dagli anziani ai loro figli, ai giovanissimi nipoti. Le fascine si raccolgono a mano e a mano si sbattono nelle carriole lasciando che i chicchi le riempiano per essere trasportate verso casa. Eppure le pelli arse non tolgono il sorriso a una popolazione fatta di visi sinceri e allegri.

Sapa oggi è una nota località turistica montana e questa condizione ha forse minato l’essenza della sua vera identità così come quella delle popolazioni residenti. Molti abitanti infatti, sfruttando proprio il nuovo carattere turistico della regione, hanno associato le loro abitazioni e le loro attività al turismo offrendo ai tour operator la gestione di esperienze sul territorio. Molte persone, anche provenienti da villaggi vicini, inizialmente artigiani dediti alla lavorazione di tessuti, collaborando con le strutture ricettive della zona, si sono ritagliati magari un ruolo da guida turistica. Visitatori ed escursionisti possono vivere parte della loro vacanza a contatto con le popolazioni e allo straordinario scenario di questa regione che oramai subisce la globalizzata invasione del turismo esperienziale.

11.hanoi-vietnam-uomo-sacchi-quartiere-vecchio

Un’intima indolenza regna tra i vicoli brulicanti e ombrosi del quartiere vecchio di Hanoi. (Ph. Alfonso Farina)

Il Vietnam conta oggi circa novante milioni di abitanti, tra cui molti sono “i Figli della Vittoria”, i vietnamiti nati dopo il 1975, a cui l’eroismo del passato non sembra più essere d’ispirazione in relazione a una disillusione e a un consumismo crescenti. A tal proposito, il più importante scrittore contemporaneo vietnamita, tra i maggiori della “generazione senza compromessi”, ovvero Nguyễn Huy Thiệp (“Attraversando il fiume”, “Il sale della foresta”) spiega: “Per colmare la perdita dei valori tradizionali, non si fa che perseguire un modo di vita materialista ed edonista”.

Questo concetto, assolutamente reale e figlio di un processo di occidentalizzazione sempre più vivo nella società vietnamita, in alcuni casi, sembra ancora stridere con un’apparenza diversa.

Sulla strada che da Hanoi conduce alla millenaria struttura calcarea della Baia di Halong, ad esempio, sul lato sinistro di una carreggiata, uno sventolio di bandiere nazionali è simbolo d’orgoglio e appartenenza e su quello destro, come a immobilizzare un tempo passato solo per gli stranieri, lo sventolio investe una distesa rossa di bandiere dell’URSS. Le due file formano un corridoio pulsante in cui la memoria s’inchioda a un’anacronistica verità.

Nel percorrere il Paese da Nord a Sud sono naturalmente ancora evidenti, a oltre 40 anni dalla riunificazione, le differenti storie delle due regioni e i diversi temperamenti delle persone. Nel nord si rimane ovattati in una sensibile apnea dove ogni possibile gesto o movimento sembra essere setacciato per bene prima di essere esposto. La durezza, o meglio, la concretezza delle persone nella gestualità quotidiana era, e forse ancora è, la miglior forma di difesa adottabile per una popolazione da sempre costretta a subire invasioni e occupazione del proprio territorio. A partire dalla città di Da Nang, invece, confine ideale di separazione tra i due poli, si stagliano grattacieli, casinò, hotel di lusso, la contaminazione e gli insediamenti americani sono, da qui, parte integrante, se non pilastri fondamentali del tessuto sociale.

Probabilmente ciò a cui Nguyễn Huy Thiệp si riferisce, è riscontrabile soprattutto in questo tipo di realtà, nei grandi agglomerati urbani.

Un’intima indolenza regna infatti sugli stradoni alberati (stile Champs Elysées) di Ho Chi Minh City (fu Saigon) o tra i vicoli brulicanti e ombrosi del quartiere vecchio di Hanoi: labirinto di viuzze impazzite che prendono il nome dal tipo di merce venduta nei secoli passati. Qui, tra la totale anarchia stradale e la pratica mattutina del Tai Chi intorno al Lago di Hoan Kiem (Lago della spada restituita), i vietnamiti galleggiano nel loro limbo di riposo. Immersi nell’odore di zuppa bevono Bia Hoi, la tradizionale birra usa e getta, seduti su sedioline rosse e blu alte non più di 50 centimetri. E sorridono. E si raccontano la vita, lenta e passata. Sotto un cielo bianco e grigio, a stento visibile dietro i cavi elettrici penzolanti dai tralicci, si abbandonano sereni al meritato riposo dopo secoli di invasioni e cruente, spesso incomprensibili, battaglie.

Sembra, così, di leggere ancora Nguyễn Huy Thiệp tra le pagine di “Vietnam Soul”: “Questo bicchiere lo dedico alla vita, il cui contenuto è dolce e al tempo stesso aspro. Chi di noi accetta la vita, è invitato ad alzare il bicchiere. La vita, anche quando è crudele, è comunque meravigliosa”.
(Alfonso Farina)


→ Guarda il fotoreportage di Alfonso Farina “Storie di riso e di riposo”:


Approfondimenti >

Storie

altri approfondimenti >
StorieMAG

English dept >

Storie

more >
momentismo-banner

Storie da leggere >

Storie

altre Storie da leggere >

A FUOCO | l'eccezione

Storie online: cultura dall'Italia e dal mondo. Ogni giorno

error: