rivista internazionale di cultura

REPORTAGE

1992: come comprare una Perrier al supermercato nel bel mezzo della Rivolta di Los Angeles

  • 12 giugno 2017
  • 15:26

Jerry Stahl vuole soltanto acquistare una bottiglia
d’acqua 
in un supermercato a Los Angeles. È assetato
e ancora un po’ fatto. Ma perché c’è un’auto
dentro la vetrata, pezzi di vetro sotto ai suoi piedi
e tutt’intorno facce nere, nel cielo elicotteri e elicotteri?
No, quella merda non era roba tagliata male…
è soltanto che ha scelto il giorno sbagliato
per uscire a comprare una Perrier. È il 29 aprile del 1992
e in città infuria la rivolta degli afroamericani.


Tardo pomeriggio. Le macchine della polizia corrono veloci, dirette a nord. Poi ripassano spedite, dirette a sud. Strano, sembrava che quelle macchine fossero piene di gente. Di solito dentro c’è solo uno che guida con una pistola. Adesso c’erano tre persone davanti e tre dietro. E poi c’era il modo in cui mi guardavano. Pensai: Ma si vede così tanto che sono fatto?

► (Ph. Gary Leonard, Gary Leonard Collection/Los Angeles Public Library). Ancora persone che irrompono dentro un grande magazzino, stavolta è Sears, per rubare prodotti nei giorni della Rivolta

(Ph. Gary Leonard, Gary Leonard Collection/Los Angeles Public Library). 30 aprile 1992: i rioters irrompono in uno dei grandi magazzini Sears per fare razzia di tutto quel che trovano

Poi, chissenefrega, non ho nulla addosso. Non ho buchi sul braccio. Non possono certo arrestarmi perché sbavo. Una calma inquietante. Un silenzio assoluto sulla terra, un continuo rombare nel cielo. Elicotteri, elicotteri.

Con che cazzo l’aveva tagliata quella merda? Forse non era nemmeno crack: forse avevo rubato dell’oppio. Mi ero fatto d’oppio invece che della solita roba… L’irrealtà è palpabile. Mi avvicino al supermercato.

Mi passa accanto una BMW piena zeppa di gente – ma perché per strada non ci sono macchine? perché quelle poche che vanno in giro sono così affollate? –, facce nere che urlano, le labbra che formano delle grandi O rosa.
Oddio! Poi, eccomi davanti al supermercato – ma che cazzo succede? Come si dice…? Non noti niente di strano in questa foto?
“Vai! Vai! Vai!” Mentre mi avvicino al supermercato sento quest’urlo. Penso: entro oppure no? Ci penso perché sono costretto a fermarmi, nel parcheggio, davanti a una Chevrolet
grigia, col motore acceso, che fa le fusa come un puma sotto anfetamine… Penso: ma dov’è l’entrata? In genere io so dov’è l’entrata. MA SONO COSÌ FATTO?

Cazzo! È allora che mi accorgo che l’entrata non c’è, la vetrata è stata spaccata, un vetro enorme è sul cofano della Chevy. Penso: Un incidente. La macchina si infila in ciò che resta della vetrata di quel cazzo di supermercato e poi fa marcia indietro. Vetri dappertutto. Li sento scricchiolare sotto i piedi. E tutti quelli dentro al supermercato non fanno altro che correre. Un uomo che sembra il dio del sole dei Maya esce con una confezione di birra da dodici, la scaglia sul sedile anteriore della Chevy, si volta di scatto e inciampa in una donna che gli assomiglia come una goccia d’acqua, una con in mano una confezione di pannolini che fanno la stessa fine delle birre.

Entro dentro, vedo il proprietario del supermercato, un indiano con uno strano turbante in capo che urla al telefono “Polizia! Polizia!”
Tre ragazzine nere di neanche quattordici anni, tutte affannate, tengono sacchi di cibo surgelato fra le braccia. Sembra che abbiano vinto la lotteria. Vanno e vengono. Altra gente di colore. Tutti zitti. Tutti di corsa. Una famiglia di messicani, cinque o sei bambini, forse imparentati con le divinità Maya, escono e buttano una confezione da sei di lattine di Coca-Cola sui sedili posteriori della Chevy. Tutti hanno in mano le stesse cose: lattine di Coca, bottiglie di Coca, confezioni maxi di Coca.

► (Ph. Gary Leonard, Gary Leonard Collection/Los Angeles Public Library). Un uomo porta una tavola di compensato davanti a uno dei negozi bruciati durante i Riots. 30 aprile 1992

(Ph. Gary Leonard, Gary Leonard Collection/Los Angeles Public Library). Un uomo porta una tavola di compensato davanti a uno dei negozi bruciati durante i Riots. 30 aprile 1992

Mi sono dimenticato perché sono venuto al supermercato. Rimango come un imbecille davanti al banco frigo. Poi lo apro e prendo una bottiglia di Perrier. Ora me lo ricordo. Ho
sete. Non so perché, ma la tengo stretta con entrambe le mani. Mi accorgo che adesso è pieno di gente. Gente losca. Neri, mulatti, io. Anglostupido. Mi metto in fila alla cassa. Metto le mani in tasca. Non mi va di rubare. Ho appena capito che si tratta proprio di questo. Un saccheggio. È come se mi trovassi in assenza di gravità. Alcune leggi non sono state violate, bensì rimosse. La roba cade dagli scaffali, esce fuori dal reparto frigo. Ti salta letteralmente in mano.

Rimango fermo alla cassa. Ma sarò demente? Ma che sto aspettando? Che l’indiano lasci tutto per venire a prendersi il mio dollaro e trentanove? Ma che sto facendo?
Non so dire se sono fatto o se è il mondo che è impazzito. Ho paura. Sono confuso. Esco furtivamente dal negozio – vedo questo commesso tutti i giorni; si ricorderà di me? Se la
prenderà a male se uno dei suoi affezionati clienti gli ruba una bottiglia d’acqua minerale davanti agli occhi?

Fuori, con la Perrier in mano, vedo una macchina della polizia che arriva a tutta birra e inchioda proprio dietro alla Chevy. Le ruote fanno scricchiolare i vetri. La radio della polizia
emette strani rumori.
Un poliziotto di colore, alto e muscoloso, esce dalla macchina, con la pistola in mano. “Fermi!” Da perfetto idiota penso: guarda, l’uniforme gli va stretta. Ma come cazzo fa a camminare? Il poliziotto bianco al volante esce anche lui. È grasso. Ha la faccia rossa. Tiene in mano un manganello. “Tutti fuori”, urla rivolto al supermercato. Non entra. “Tutti con la faccia al muro”.

È in quel momento che li vedo tutti insieme. Quelli della Chevy: nonna, nonno, due ragazzini e tre ragazzine. Il più piccolo non ha neanche quattro anni. La maggiore è sui tredici. Le tre ragazze di colore non so che fine abbiamo fatto. Forse si sono nascoste nel portabagagli.
Siamo solo noi: io e questa famiglia di messicani. Rimango fermo. Ma stiamo scherzando? Vogliono arrestarmi per aver rubato una Perrier?
Già me lo immagino. “Ehi, tu perché sei dentro?” “Oh, beh, io ho rubato una Perrier…”
Oddio!

► (Ph. Gary Leonard, Gary Leonard Collection/Los Angeles Public Library). Agenti della Polizia di Los Angeles bloccano la strada mentre i vigili del fuoco lavorano per estinguere gli incendi appiccati dai rivoltosi in diversi edifici

(Ph. Gary Leonard, Gary Leonard Collection/Los Angeles Public Library). Agenti della Polizia di Los Angeles bloccano la strada mentre i vigili del fuoco lavorano per estinguere gli incendi appiccati dai rivoltosi in diversi edifici. 30 aprile 1992

“Uscite di lì, cazzo!”
È il poliziotto nero vestito attillato che parla. Gli manca la museruola. Quello bianco e grasso esce insieme alle tre ragazze nere e a un mulatto che non ho notato prima, avrà più o meno la mia età. Ha una casacca sportiva che trabocca di roba. Una confezione di carne gli spunta dal colletto. Ha le mani piene di mortadella. Il poliziotto bianco gli dà una manganellata.

Siamo tutti allineati davanti al supermercato. Arriva un’altra volante. Gli sportelli si aprono all’unisono. Ne escono cinque poliziotti. Il poliziotto grasso ha già tirato fuori le manette.
I messicani sono in ginocchio. Come se stessero aspettando un’esecuzione. Il nonno ha già le manette ai polsi. Il poliziotto bianco sta ammanettando la nonna.

“Tu, puoi andare”, mi abbaia contro il poliziotto nero.
Voglio protestare. Quello con la mortadella in mano mi guarda. I nostri sguardi si incontrano. Vorrei dirgli: “No… non capisci… Io e te siamo sulla stessa barca…”
Ovviamente mi sbaglio. Non sarà mai così. Non so perché ma penso a Sammy. A Ruleena. Mi chiedo che fine hanno fatto. Se si fanno ancora di crack.
“Cazzo, vattene!” mi dice uno dei poliziotti appena arrivati, ma me lo dice con calma. Da uomo a uomo. Qui siamo tutti bianchi.

Prendo a camminare.
Non mi guardo indietro. A sud, una nuvola di fumo si alza verso il cielo.
Altre macchine mi sfrecciano accanto, ma io non le vedo. Tengo gli occhi bassi.

Torno al garage, poso la Perrier. Trovo la roba. Metto ciò che resta sulla stagnola. Voglio fumarmela tutta e SUBITO. Voglio sballarmi ADESSO. Non mi importa del dopo. Il dopo non esiste.
Il primo tiro mi fa sobbalzare. Chiudo le palpebre. Ma non serve. Il mulatto, il tipo con la mortadella, continua a fissarmi. E non parla. Mi guarda e basta. I suoi occhi dicono tutto.

► (Ph. Gary Leonard, Gary Leonard Collection/Los Angeles Public Library). Un saccheggio al J.C. Discount Outlet, al 2101 di West Pico Boulevard, durante la rivolta del 1992. Le inferriate di sicurezza sono state divelte. 30 aprile 1992

(Ph. Gary Leonard, Gary Leonard Collection/Los Angeles Public Library). Un saccheggio al J.C. Discount Outlet, al 2101 di West Pico Boulevard. Le inferriate di sicurezza sono state divelte. 30 aprile 1992

Trattengo il fumo nei polmoni. Non espiro. Mi muovo lentamente, deliberatamente, verso la tv. Da quando mi sono trasferito non l’ho mai accesa. Non so neanche se funziona. Sì,
funziona. Metto il settimo canale. Di tutti i giornalisti, proprio Paul Moyer. Non riesce a togliersi la solita espressione che ha dipinta in faccia. Compiaciuto, sorridente. Come se stesse facendo un collegamento da una clinica di bellezza. Tolgo l’audio. Case che bruciano. Fumo nero che esce dalle finestre. Un ragazzino felice coi denti marci che trasporta un televisore. Rimetto l’audio. “Ciao, nonna”, dice felice e sorridente. “Non
preoccuparti, ce n’ho uno anche per te!”

Ma perché mi faccio? Mi chiedo. Ma non so perché me lo chiedo. Non so cosa significa.
Anche se so che più tardi ne avrò ancora voglia, riaccendo. Tengo la fiamma proprio sotto la stagnola, seguo il fluido che s’è sciolto e scivola da una parte all’altra della carta argentata. Fisso la tv. Si fa buio. Riconosco il Santa Monica Boulevard. A dieci minuti da qui. L’audio sempre spento, mi vedo specchiato nello schermo. Le mie ossa, i miei occhi. Un fantasma che si staglia su quelle immagini. Quelli della tv mi stanno rubando l’immagine. Mi rubano l’identità sotto gli occhi.
“Lo volete? Eccovelo”, mormoro fra me. “Prendetevi il mio cervello. A me non serve. L’ho già usato…”

Lascio la tv accesa senz’audio. Mi accascio sul divano mentre la notte rimbomba intorno a me. Sento qualcuno che urla per strada. Forse stava solo ridendo. Non saprei. Mi chiedo:
Ma si prenderanno anche le case? Uccideranno qualcuno?
Fintanto che sono fatto possono anche spararmi. Fintanto che sono fatto, spero che mi sparino. Perché domani…

M’importa solo del crack che non ho ancora fumato. E basta. Per tutta la notte ascolto la guerriglia urbana. Guardo le immagini senz’audio in tv. Poi, appena sorge il sole, succede
qualcosa. Un gemito soffocato. Come un animale che muore. E l’immagine della tv scompare. Provo ad accendere la luce. Non funziona. Non c’è corrente.

► Ph. Gary Leonard (Gary Leonard Collection/Los Angeles Public Library). Agenti delle forze dell’ordine riuniti nel parcheggio di uno dei supermercati Ralphs, durante i tumulti cittadini a Los Angeles. 1 maggio 1992

(Ph. Gary Leonard, Gary Leonard Collection/Los Angeles Public Library). Agenti delle forze dell’ordine riuniti nel parcheggio di uno dei supermercati Ralphs, durante i tumulti cittadini a Los Angeles. 1 maggio 1992

Cerco la mia stagnola. È rimasto qualche tiro. Forse due. Tre, se aspiro lentamente. Cazzo. Agguanto il telefono. Ma chi chiamo? E comunque non funziona.
Non ho l’orologio. Prima di partire per le vacanze, Eric mi ha lasciato una sveglia ma adesso non so proprio dove sia. Non ho voglia di muovermi. Ma devo. Se fumo quel che m’è rimasto, posso prendere l’autobus e tornare da Towner.

Cazzo. Non ho nemmeno voglia di farmi. Non sto male. Ma non voglio neanche andare in astinenza durante la corsa in autobus, mentre sto inalando il puzzo dei capelli azzurri delle
vecchie che salgono e scendono a Fairfax. Penso: Chi glielo fa fare? Perché proprio azzurri? Quando ti siedi vicino a loro, sembra di stare accanto a una pubblicità: 99 dollari! Vi coloriamo i capelli in qualsiasi momento per soli 99 dollari…

Rimango alla fermata dell’autobus che sta tra Fairfax e Olympic per un’eternità. C’è un tipo accanto a me. Un vecchio. Ma non ci parliamo. Sembra allarmato. Ha in mano un pezzo di giornale. Ci tiene il naso incollato. Forse l’ha trovato nell’immondizia.

Devo avere un aspetto spaventoso. Non mi ricordo quand’è stata l’ultima volta che mi sono lavato. O quando mi sono cambiato i vestiti. Ogni tanto Towner mi dà il permesso di farmi una doccia da lui. Lui lo sa che vivo in un garage… Forse riesco a farmi una doccia, oggi. Mi farò prestare un paio di calzini.

Poi una macchina accosta. Una macchina vecchia. Due anziani davanti. Sorridono. “Herman”, sento la signora che chiama. “Herman…”
Lo tocco sulla spalla e lui alza lo sguardo, spaventato. Poi vede la signora e sorride.
“Herman, meno male che ti abbiamo trovato. Hanno fermato gli autobus. È colpa della rivolta. Tremendo!”
Herman ha uno sguardo confuso, poi la signora apre la portiera dietro di sé e Herman si avvicina, si mette il giornale in tasca ed entra.
La signora mi osserva per un istante. Da quant’è che non mi guardo allo specchio? Devo essere un mostro. Riesco a percepire il suo grande dilemma: gli offro un passaggio oppure no? Provo imbarazzo per lei. Non voglio che si senta così.

► (Ph. Gary Leonard, Gary Leonard Collection/Los Angeles Public Library). Edifici se ne vanno in fumo su una strada di Los Angeles il 30 aprile 1992, mentre la gente osserva

(Ph. Gary Leonard, Gary Leonard Collection/Los Angeles Public Library). Edifici se ne vanno in fumo su una strada di Los Angeles il 30 aprile 1992, mentre la gente osserva

Quando poi se ne vanno – dopo che ho fatto finta che non mi serviva affatto un passaggio – rimango lì per un altro minuto. Non do peso alla cosa, ma so che presto lo farò. Lo so.
Mi riavvio al garage. Scendo da Fairfax, giù per l’Olympic…
Il pensiero che non voglio affrontare mi raggiunge mentre sono a metà strada. Non riesco a trattenerlo nemmeno per venti secondi. “SONO SENZA ROBA…”
Cazzo… Non ho nulla da fumare. Nulla… Cammino lentamente. Provo a convincermi che se cammino piano riuscirò a trattenere le energie, se non penso alla situazione in cui mi
trovo, la situazione cesserà di esistere.
Andrà tutto bene, mi dico, tutto andrà bene.

Ma appena entro comincio a rovistare nell’immondizia alla ricerca disperata della stagnola, di un tiro residuo. Apro la canna di stagnola da cui ho fumato. C’è rimasto forse un tiro e mezzo. Mi terrà su per dieci minuti, poi la situazione precipiterà.
Prendo in mano il telefono – anche se so che non funziona. Poi provo ad accendere la tv. Manca ancora la corrente. Cazzo. Ho quasi finito la Perrier. Ma perché l’ho fatto…?
Non posso far altro che aspettare. Mi siedo. Inspiro – ma l’aria sa d’acido di batteria. Espiro – ma mi vengono le lacrime agli occhi.
Non sto piangendo. È l’aria. “Okay”, mi dico. “Va tutto bene…”
Sento della gente che urla. Sento gemiti, risate che sembrano ululati, metallo che sbatte, vetri rotti. Sento delle grida in lontananza. O forse no?
Il tremore inizia all’alba. Devo rimanere immobile un giorno e forse anche una notte. Se resto fermo, mi convinco, starò bene. Non devo sprecare energie. Da quando sono tornato dalla fermata, la mattina di ieri – era ieri o oggi? –, non mi sono mosso.

Poi ecco che arrivano i crampi. Mi muovo come un gatto malato, trovo un angolo in giardino dietro un cespuglio di menta e mi libero da una tonnellata di materia fecale avvelenata. Mi manca la carta igienica. Non ho neanche un giornale. Ho solo delle vecchie copie di Travel & Leisure. Uso quelle pagine raffinate per pulirmi. Le meravigliose immagini delle dimore principesche olandesi fanno bene al mio sfintere devastato. Non voglio indagare sulle ragioni scientifiche di un tale fenomeno, ma in questo stato tutto può servire…

Non c’è acqua e questa è la cosa peggiore. So che c’è un rubinetto nei pressi della casa, all’esterno, ma sto troppo male per mettermi a cercarlo. Sono in paranoia, sono in crisi d’astinenza e mi immagino i vicini che mi scrutano, che pensano che sia un ladro in cerca di una finestra da spaccare. Non so, se fossi sicuro di ricevere una pallottola in mezzo agli occhi, probabilmente romperei la finestra, non me ne importerebbe un cazzo. Ma ho paura che chiamino la polizia. In quel momento non capisco che anche la polizia è completamente impazzita. La gente che sta tra la Florence Avenue e Normandie saprà sicuramente cosa sta accadendo, ma nel mio angolo di realtà mi sento un po’ tagliato fuori.

Quella mattina la corrente torna, per un po’ – sarà il SECONDO GIORNO – mi distendo, mi metto un cuscino sullo stomaco, sudo dentro a questa scatola senz’aria, guardo in tv la gente che si impossessa di un taxi, hanno occhi imbizzarriti, tirano pietre, Reginald Denny diventerà un mito a causa di un colpo in testa che riceverà dal prossimamente leggendario Damian Williams.


Da “Mezzanotte a vita” di Jerry Stahl.
© 2007 Leconte. Traduzione di Marco Simonelli.
Il libro – con la medesima traduzione e il medesimo editing – è stato recentemente ristampato da Baldini & Castoldi col titolo “Mezzanotte per sempre”. Leggetelo, ne vale maledettamente la pena…
stahl-mezzanotte-a-vitastahl-mezzanotte-per-sempre


Approfondimenti >

Storie

altri approfondimenti >
StorieMAG

English dept >

Storie

more >
momentismo-banner

Storie da leggere >

Storie

altre Storie da leggere >

A FUOCO | l'eccezione

Storie online: cultura dall'Italia e dal mondo. Ogni giorno

error: