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Recenseide

Wim Wenders e Peter Handke Damiel e Cassiel, angeli custodi

  • 6 ottobre 2015
  • 10:19

Nessuno ha saputo evocare l’orrore dell’eternità e restituire il senso della caducità umana come ha fatto Borges ne “L’immortale”, racconto d’apertura de “L’Aleph”. E allora tanto vale affidarsi alle sue parole per spiegare l’insofferenza e la tensione “interventista” che tormenta gli spiriti incaricati di vegliare i cieli sopra Berlino nel capolavoro del cinema wendersiano: Damiel e Cassiel, angeli protesi verso la terra, verso quella magnifica e pietosa umanità di cui solo il primo avrà occasione di fare esperienza, scegliendo di abbandonare la sua esistenza spirituale.

“La morte (o la sua allusione) rende preziosi e patetici gli uomini. Questi commuovono per la loro condizione di fantasmi; ogni atto che compiono può essere l’ultimo; non c’è volto che non sia sul punto di cancellarsi come il volto d’un sogno. Tutto, tra i mortali, ha il valore dell’irrecuperabile e del casuale. Tra gl’Immortali, invece, ogni atto (e ogni pensiero) è l’eco d’altri che nel passato lo precedettero, senza principio visibile, o il fedele presagio di altri che nel futuro lo ripeteranno fino alla vertigine. Non c’è cosa che non sia come perduta tra infaticabili specchi. Nulla può accadere una sola volta, nulla è preziosamente precario”. (Jorge Luis Borges, “L’immortale”)

Proprio la vanità dell’infinito lacera Damiel e Cassiel che nel dialogo riportato di seguito, tratto dalla sceneggiatura de “Il cielo sopra Berlino”, si confidano le rispettive aspirazioni terrene.
(G. Bo.)

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All’inizio del film Damiel (interpretato da Bruno Ganz) scruta i berlinesi dal rudere del campanile della Gedächtniskirche, chiesa nel quartiere di Charlottenburg.

Damiel: Sì, è magnifico vivere di solo spirito e giorno dopo giorno testimoniare alla gente per l’eternità solo ciò che è spirituale. Ma a volte la mia eterna esistenza spirituale mi pesa e allora non vorrei più fluttuare così in eterno, vorrei sentire un peso dentro di me che mi levi questa infinitezza legandomi in qualche modo alla terra a ogni passo, a ogni colpo di vento, vorrei poter dire ora, ora e ora e non più da sempre, in eterno; per esempio non so, sedersi al tavolo da gioco ed essere salutato, anche solo con un cenno. Ogni volta che noi abbiamo fatto qualcosa era solo per finta; ci siamo lussati l’anca facendo la lotta di notte con uno di quelli e sempre per finta, e ancora per finta abbiamo preso un pesce, per finta ci siamo seduti a un tavolo, abbiamo bevuto, mangiato, per finta, ci siamo fatti arrostire l’agnello e abbiamo chiesto il vino per finta, sotto le tende del deserto solo per finta. Non che io voglia generare subito un bambino o piantare un albero, ma in fondo sarebbe già qualcosa tornare a casa dopo un lungo giorno, dare da mangiare al gatto come Philippe Manu; avere la febbre, le dita nere per aver letto il giornale, non entusiasmarsi solo per lo spirito, ma finalmente anche per un pranzo, per la linea di una nuca, per un orecchio; mentire, e spudoratamente, e camminando, sentendo che le ossa camminano con te, supporre magari, invece di sapere sempre tutto oh! oh! ahi! poterlo dire finalmente, invece di sì e amen.

Cassiel: Sì, e una volta potersi entusiasmare anche per il male, trasferire su di sé dai passanti che vanno tutti i demoni della terra e finalmente ricacciarli nel mondo; ecco! essere un selvaggio.

Damiel: Per una buona volta sentire com’è togliersi le scarpe sotto il tavolo e così a piedi scalzi sgranchirsi le dita dei piedi.

Cassiel: Mmh! Rimanere soli, lasciare che sia, restare seri, possiamo essere selvaggi solo se restiamo seri, non fare nient’altro che osservare, raccogliere, testimoniare, destare, custodire. Restare spiriti, rimanere a distanza, stare alla parola.

Dalla sceneggiatura de “Il cielo sopra Berlino” di Wim Wenders e Peter Handke.


Guarda il dialogo tra Damiel e Cassiel ne “Il cielo sopra Berlino”:

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