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Recenseide

VestAndPage “Sin ∞ Fin”, un film dell'altro mondo

  • 15 giugno 2015
  • 16:04

Il colore è il blu; non quello rantolante e conclusivo di Jarman, non quello fidente di Chagall, non quello fulminante di Mirò (come se ogni blu del creato convergesse a Barcellona), non quello disarmante – forse definitivo – di Antonello da Messina, non quello adelphiano per la copertina del Chatwin patagonico, neppure quello lapislazzulo della cattedrale di Palermsinfin-the-movieo.

Qui, nel bel mezzo del film in tre parti “Sin ∞ Fin” di VestAndPage, il blu è soglia dell’infinito e macerazione di cielo e mare, un blu scientemente borderline che – alleluja – ha il sapore della celluloide e non dell’occhio digitale. Perché è il blu che illumina questo trittico degenere. Libertario com’è incarico dell’autentica arte sperimentale. Capace, appunto, di incantarti nelle digressioni di un blu tattile, misteriosamente familiare pur ritraendo un mondo remoto che si estende dalla Patagonia cilena alla Terra del Fuoco. Questo blu, al di là di ogni convenzione narrativa, scopri che riposa nelle tue pupille e te lo porti dietro come fosse una forestiera insperata, rapita in chissà quale provincia.

Dunque, “Sin ∞ Fin” ti colpisce al cuore, e allora è giusto raccontare cosa caspita hanno visto quelle stesse pupille. Non conta molto il fatto che il film sia sovrinteso dal celebre affondo scespiriano “Tutto il mondo è un palcoscenico, e gli uomini e le donne son soltanto degli attori, che hanno le loro uscite e le loro entrate”. Lo stesso Shakespeare dopo averlo scolpito in “Come vi piace” se lo riciclò ne “Il mercante di Venezia” quando Jacques soliloquia “Io considero il mondo per quello che è: un palcoscenico dove ognuno deve recitare la sua parte”. Ma poco importa, non sono in discussione il genio del bardo e nemmeno l’esprit d’aventure di VestAndPage. Del resto, al cospetto di questa serie di perfomance filmate “on location” è evidente che il palco è il pianeta almeno quanto lo è la platea.

Il film nondimeno sfugge a una collocazione stilistica: non è recita a soggetto, non è documentario, non è docu-fiction. Tanto vale dire che riprende due artisti pazzi il giusto – Verena Stenke e Andrea Pagnes – che scorazzano in lungo e largo per terre estreme e invece di spiegarci come sono fatte, ci raccontano a cosa fanno pensare.

In ambiti meno sperimentali è grosso modo quello che ha fatto Orson Welles nel magnifico “Around The World With Orson Welles” (basti l’episodio sulla pelota basca). Tuttavia, se non reca disturbo, azzarderemmo che in “Sin ∞ Fin” c’è qualcosa di più intimo. Una testimonianza più geofisica che antropologica, vagamente Fluxus. In sostanza, una “ricerca sferica”, come loro stessi la chiamano, che li disperde e li rapprende in una vendemmia di carni che è avanguardista sì, ma che qui e là si schiatta di dolcezza.

Diamine, alla faccia di correnti, ecologie sciamaniche e surrealtà viene fuori una sensazione prima sotterranea poi crescente di pura, popolare, irriducibile dolcezza! Non la riesci a trattenere quando i corpi dei due artefici sembrano sciogliersi nella natura stessa in cui sono ambientati. Sono emozionanti le sequenze di pura carne, epidermiche, di una liricità diremmo ortopedica, mentre sulle pelli nude si stampano inchiostri, si stringono garze, infieriscono oggetti, imperversano impercettibili segnali muscolari. Le lettere, le parole, la scrittura intesi come materia organica. E tutto questo armamentario – sempre brillante sotto il segno dell’invenzione scenica – si sposa bene con paesaggi impossibili, degni di alcuna parola malgrado Chatwin.

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Verena Stenke e Andrea Pagnes

Per questo è più facile pensare a epigoni contrastanti: il rigor cinico di Magritte, l’incedere nervoso di Carolyn Carlson, la satira consumistica dello Studio Hipgnosis, per dirne alcuni. In fondo non è un caso, perché se si indaga su Verena e Andrea ci si imbatte in un rosario di esperienze artistiche che vanno dall’arte visuale alla performance, dalla poesia alla scultura, dalla pittura alla danza. Anni fa in Catalogna, alla Biennale della cultura giovanile mediterranea, si urlava “més art que mai”, più arte che mai, ed è appunto l’arte, come testimonia il loro repertorio, l’unica maniera di raggiungere la conoscenza. L’unica possibilità per gli artisti di sopportare l’indifferenza del sistema rimane quindi la ricerca.

“Io pongo domande – diceva Beuys – metto sulla carta forme di linguaggio, così come forme di sensibilità, di intenti e di idee, e lo faccio con lo scopo di stimolare il pensiero. Per di più desidero non soltanto stimolare gli altri, ma anche provocarli”. In “Sin ∞ Fin” per fortuna ci sono più domande che risposte e non va trascurato che il tutto è filmato con tecnica esemplare (fotografia, montaggio e taglio delle inquadrature) nonostante i mezzi precari dell’autoproduzione.

La forza di VestAndPage sta nella loro trasversalità, una capacità di muoversi disinvoltamente fra latitudini e inquietudini diverse, consapevoli che l’arte sopravvive persino a se stessa e che il sentiero del vero esploratore sta in quel crinale chisciottesco fra senno e follia che porta all’astrazione. Viene in mente l’Adamo risorto di Yoram Kaniuk: “la sanità mentale è piacevole e calma, ma non c’è grandiosità, né vera gioia, né il dolore terribile che dilania il cuore”.
(Gianluca Bassi)


Guarda il trailer del primo episodio di “Sin ∞ Fin”:

Guarda il trailer del secondo episodio di “Sin ∞ Fin”:

Guarda il trailer del terzo episodio di “Sin ∞ Fin”:

“Sin ∞ Fin”, il sito
VestAndPage, il sito

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