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Recenseide

Steven Jesse Bernstein “Prison”

  • 30 settembre 2015
  • 16:37

C’era chi lo chiamava il padrino del grunge, chi come Kurt Cobain o i Soundgarden lo citava come un oracolo maledetto eppure esemplare. Ma a Bernstein, figura laterale e ancora inesplorata della poesia americana, evidentemente non è bastato. Nel ’91 si è steven-jesse-bernstein-prisonsuicidato con puntiglio, tagliandosi la gola. Ha lasciato sillogi lucenti e un libro di prose dal titolo incontestabile e a suo modo universale – “I Am Secretly An Important Man”.

“Prison” (Sub Pop 1992), invece, è una raccolta di spoken word, corrosiva e disperata imbastita da Steve Fisk e pubblicata postuma con l’unico scopo di illustrare il fervido mal di vivere di Bernstein. Scandite da chitarre distorte e balenii jazz, le composizioni sommano al taglio sperimentale una caterva di parole disturbanti, ipnotiche, degne del beat più desolato. Tali da far esclamare a Burroughs: “Bernstein è uno scrittore”. Appunto, da leggere e da ascoltare per capire ancora una volta che il sogno americano è solo per chi ha il coraggio di dormire.
(Mario Gastaldi)


→ Ascolta “The Man Upstairs” da “Prison”:

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