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Recenseide

Stefano Satta Flores il combattuto vitellone meridionale fu anche un interessante autore teatrale

  • 10 marzo 2016
  • 13:55

Ci sono attori capaci di emozionare anche quando il loro ruolo confina appena con quello del “mattatore”. Professionisti versatili in grado di personalizzare personaggi schivi e apparizioni brevissime. Attori che non hanno l’inconscio e incondizionato rispetto tributato ai divi.

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1974: fase di consuntivi post-sessantottini. Stefano Satta Flores con Nino Manfredi e Vittorio Gassman in “C’eravamo tanto amati” di Ettore Scola. Il regista ricorda: “Con Age e Scarpelli volevamo fare un film sulla nostra generazione, giunta ormai all’età dei bilanci, e all’inizio il film aveva un solo protagonista, il critico cinematografico, Satta Flores, quello che si emoziona per il neorealismo e per De Sica”. Per quel ruolo furono contattati Sordi, Mastroianni e Lino Ventura. Rifiutarono. E la parte fu assegnata a Stefano Satta Flores, attore meno noto ma perfettamente in ruolo. La sua caratterizzazione dell’intellettuale meridionale che gongola all’ennesima proiezione di un film smaccatamente d’essai, non è stata dimenticata (A.P.)

Stefano Satta Flores, nato a Napoli nel ‘37 e scomparso troppo presto nel 1985, ha per lungo tempo aderito alle migliori prerogative di un “non protagonista” per poi affrancarsene grazie a una interessante carriera di drammaturgo e regista teatrale e a sporadici ruoli da protagonista (“L’arma” di Squitieri).

Il ricordo di Satta Flores al cinema è indissolubilmente legato a due film che, per diversi motivi, hanno onorato la nostra tradizione cinematografica. Innanzitutto “I basilischi”, opera prima e mai più uguagliata di Lina Wertmüller, in cui era un combattuto vitellone meridionale che assisteva con alterna partecipazione al candore e alle tragedie di un paesino. E poi “C’eravamo tanto amati” di Ettore Scola in cui era un professore di provincia nostalgico e idealista che divideva con vecchi compagni d’armi (Manfredi e Gassman) le medesime intenzioni e le stesse passioni.

Diplomato al Centro Sperimentale di Cinematografia nel ‘62 (un anno prima di interpretare “I basilischi”), Satta Flores ha attraversato uno dei periodi più felici del nostro spettacolo dividendosi fra cinema, teatro, televisione e radio. Quanto alla sua breve ma intensa stagione di autore teatrale, ricordiamo almeno “Dai proviamo” dell’80 messo in scena allo stabile di Catania con al fianco una efficace Paola Quattrini. Una pièce dai dialoghi brillanti ma non pedantemente comici, interpretata con occhio attento agli umori della cronaca reduce dal ‘77 (felice una battuta: “Ho scoperto il ‘68 nel ‘77”).

Le sue caratterizzazioni cinematografiche sono sempre state all’altezza di un talento di eclettico impianto teatrale come in “Quattro mosche di velluto grigio” di Dario Argento, “La terrazza” ancora con Scola e “Cento giorni a Palermo” di Giuseppe Ferrara.
(Stefano Voltaggio)

Letture
Mino Monicelli, “Cinema italiano”, Laterza 1979
G. Marotta, “Al cinema non fa freddo”, Avagliano 1997
R. Assonitis, “A proiettori spenti”, Mastrogiacomo 1980


→ Guarda la scena in cui, dopo la proiezione di “Ladri di biciclette” al
cineforum di Nocera Inferiore, Nicola (Satta Flores), si scontra con la
classe dirigente locale, filo-democristiana e ostile alla poetica neorealista:

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