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Recenseide

Ryuichi Sakamoto “Derrida”

  • 9 marzo 2016
  • 13:37

L’uomo che veniva da Algeri si chiamava Jacques Derrida.
Era un filosofo e vietò, fino ai suoi 39 anni, la pubblicazione di qualsiasi foto che lo ritraesse. Si trattava per lui di un processo obbligato sia per permettere la “defeticizzazione dell’autore”, visto come intellettuale non bisognoso di autoreferenzialità, sia per un rapporto di odio-amore con la sua immagine che “sin da bambino gli creava una sorta di ansietà fino a un vero e proprio orrore narcisistico”. Ma quando nel 1969 in un convegno sakamoto-derridadel suo Current State of Philosophy, circolo per l’insegnamento e lo sviluppo della filosofia, si trovò di fronte il plotone di giornalisti e fotografi pronti ad immortalarlo, capì che poco avrebbe potuto contro questo genere di futuro. Così sdoganò la sua immagine fino a rendersi protagonista, nel 2002, di un documentario sulla sua vita (“Derrida”), diretto da Kirby Dick (“Twist of Faith”, “The Invisible War”) e Amy Ziering Kofman.

L’uomo che viene da Tokyo si chiama Ryuichi Sakamoto.
È musicista, attore, compositore e contamina da sempre la tradizionale cultura musicale orientale con l’elettronica occidentale. Membro della Yellow Magic Orchestra, inventa generi musicali differenti attraverso la sperimentazione e il contagio tra la pop e la classica, tra la dance e l’etnica. Si dedica con successo alla musica per il cinema e dopo aver vinto il Premio Oscar per la colonna sonora de “L’ultimo imperatore” di Bertolucci, compone le musiche per “Il tè nel deserto” e “Il piccolo Buddha”.

Nel 2002, proprio per le sue qualità di “compositore da film” viene ingaggiato per la colonna sonora di un documentario di Kirby Dick e Amy Ziering Kofman.
Il titolo? “Derrida”, appunto.
La scelta è inspiegabile, no? Quale nesso? Che bizzarria!
E che insolenza quest’accostare il giocoliere della musica a uno dei più grandi pensatori del secolo.

Il pensiero di Derrida attraversa Nietzsche, la psicanalisi di Freud e la linguistica di De Saussure, la fenomenologia di Husserl e raggiunge Heidegger senza l’esistenza del quale – dice – non avrebbe mai scritto nulla. E scrisse molto, dirigendo la sua ricerca di “decostruzione” verso un confine, quello della Differenza, invisibile ma non per questo assente.

A maggior ragione la presenza di Sakamoto come colonna sonora della vita di Derrida si presenta quasi blasfema, una severa contraddizione. A meno che… A meno che non ci si fermi, secondo le direttive del pensiero di Derrida, a destrutturare il mondo e, in questo caso, l’intero documentario. Ci si accorge che le note dell’artista giapponese si calano giù a riempire le pause di un’intervista a Derrida e che viceversa, quando il filosofo parla, lo fa incollando la sua voce negli spazi di musica lasciati incustoditi dal compositore. Destrutturare per completare. Destrutturare per comprendere.

Le 29 tracce che compongono l’album di Sakamoto, ognuna delle quali etichettata con le iniziali JD e un numero, si prestano perfettamente allo smembramento. Assomigliano al rumore che fa la pioggia nei secchi, ai tacchi sul parquet, assomigliano a frantumi di bicchieri, come fa il mondo quando cerca di svegliarsi. Così l’accostamento non è più fastidioso, anzi sembra quello ideale, diventa comunione d’idee e coscienza unica, diventa la risposta giusta. E se ne stanno su una linea, Derrida e Sakamoto, a oscillare sul costante dualismo tra il significante e il significato, seminando orme sparse per ricostruire l’intero cammino.
(Alfonso Farina)


Ascolta una selezione di brani (n. 18, 19, 20 e 29) dall’album “Derrida”
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