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Recenseide

Margo Jefferson “Negroland”

  • 10 marzo 2016
  • 16:28

Se autori come Richard Wright, Langston Hughes, W.E.B. Du Bois, James Baldwin, Toni Morrison e Maya Angelou hanno fornito attraverso i loro libri veri e propri documenti di storia americana, testimonianze fondamentali per sbattere in faccia alla nazione lo stato reale del proprio sogno di libertà, democrazia e uguaglianza e aprire la strada all’affermazione dei diritti civili permargo-jefferson-negroland i neri d’America, con “Negroland” Margo Jefferson può permettersi di andare oltre.

Oltre la questione razziale per arrivare all’essenza dell’uomo, individuando paradossalmente una comunione tra bianchi e neri negli istinti egoisti e classisti che muovono chiunque si costruisca un’identità a partire dai propri privilegi. Come succedeva appunto a Negroland che, spiega la Jefferson, “è il nome che ho dato a una piccola regione dell’America Nera dove gli abitanti vivevano distaccati e protetti”.

“La Zona” dei neri, insomma, un ghetto che d’immaginario ha soltanto il nome in cui l’autrice, critico teatrale di origine africana del New York Times, ha proiettato tutto il disagio che le è costato il suo essere esponente dell’élite nera nella Chicago anni ’50, figlia indegna del privilegio e dell’agiatezza. Dunque vittima di una sottile (auto)discriminazione che ai modi violenti del razzismo preferiva quelli subdoli del ricatto psicologico.

“Negroland era una comunità molto protetta. Era un mondo a parte”, continua la Jefferson. “Siamo stati educati a dimostrare continuamente le nostre conquiste, i nostri successi. Ci hanno cresciuti per andare nel mondo a rappresentare al meglio la nostra comunità, il che significava dare prova dei privilegi di cui godevamo, dei nostri valori e delle nostre buone maniere”. Ogni minimo cedimento, esteriore o interiore che fosse, significava tradire il proprio ruolo di guida designata del mondo nero (e qui c’è un’eco del nazionalismo nero) nella lotta contro la discriminazione. Ogni minimo cedimento avrebbe significato che avevano vinto loro, i bianchi.

Dal racconto autobiografico di “Negroland” (Pantheon 2015) emerge allora tutto il peso sostenuto da chi ha dovuto vivere il proprio benessere come l’unica difesa contro lo strisciante tentativo dell’America bianca e ipocrita di rimetterti al tuo posto, cioè al suo servizio. Ma emerge anche lo snobismo dell’aristocrazia nera, dedita a difendere la propria ricchezza nella convinzione che lo status sociale valga più della dignità umana. Proprio come i bianchi.
(Giulia Borioni)


Margo Jefferson parla di “Negroland”:

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