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Recenseide

Madeleine Thien “L’eco delle città vuote”

  • 9 marzo 2016
  • 15:48

Non ci vuole molto a comprendere che Madeleine Thien, l’autrice de “L’eco delle città vuote” (66thand2nd 2013), in Cambogia c’è stata davvero. Perché ne racconta le città, i paesaggi, le persone con la calma e l’educazione di quel popolo, quasi sospira le parole con la delicatezza di chi conosce la storia e non vuole ferire oltremodo. Perché il suo libro è cosparso di ferite. Come la Cambogia.

Ormai al termine di un conflitto spettacolare e pubblicizzato come quello vietnamita ne nasceva un altro, ugualmente insensato, probabilmente più cruento e, soprattutto, più silenzioso. La Thien ci riporta alla Cambogia dei killing fields e alla folle dittatura dei khmer rossi che sotto la guida di Pol Pot tra il 1975 e il 1979 tennero in ostaggio il proprio popolo annientandonemadeleine-thien-l-eco-delle-citta-vuote circa un terzo, quasi 3 milioni di persone, con gli strumenti più efferati senza distinzione di età, sesso e condizione sociale.

Il gelo canadese dei giorni nostri, in cui sono ambientate le prime pagine, è soltanto la cornice, l’involucro più o meno solido che conserva al freddo la memoria per renderla più viva. Appare come il punto di partenza geografico e il punto di arrivo mentale di un viaggio fatto di flashback e fotografie che si rincorrono al passato per ritornare, una volta sfogliate, a un presente più cauto.

Janie sfrutta l’occasione della scomparsa del suo amico e collega Hiroji per guardarsi indietro e ricostruire la sua infanzia, quando aveva il nome leggero di Mei, durante la repressione cambogiana. La memoria la trasporta nella sua vecchia casa di Phnom Penh abbandonata per ordine dei khmer rossi, fino al viaggio di speranza verso il Canada. Anche James e Hiroji, fratelli soltanto al principio e alla fine, attraversano le loro vite separate accovacciati tra gli spari con la deludente sensazione di non poter fare abbastanza per alleviare le proprie come le altrui sofferenze.

Nel mezzo la minuziosa descrizione degli animi umani quando si trovano di fronte la vera condizione del male. La paura che diventa cibo quotidiano mentre si viene strappati ai legami familiari e i bambini sono condannati a essere soldati di una guerra senza scampo perché combattuta contro lo stesso sangue. Come uno che mentre cammina sente un colpo, si blocca e si guarda intorno spaventato così la scrittura, non di rado, viene stoppata da una pausa: è la condizione della guerra. La scrittrice riesce a mostrare l’aspetto cerebrale dei protagonisti: a intermittenza si manifestano le loro condizioni psicologiche, riecheggiano le calde atmosfere familiari, i giochi coi fratelli, la felicità e poi l’insicurezza di essere moglie e madre, l’idea ingombrante di riacciuffare il futuro. Nessuno dei luoghi descritti è duraturo eppure ognuno di essi rimane appiccicato sulla pelle di chi lo cammina riaprendo ferite che un tempo erano sorrisi. E quando gli odori familiari scompaiono perché quello della guerra è troppo forte e li cancella ci si muove a tentoni nella giungla per non perdere di vista il sentiero, per non rinunciare alla salvezza. Non c’è tempo per stare fermi a riflettere, bisogna spostarsi in fretta senza dare punti di riferimento, neanche di notte, soprattutto di notte perché il nemico è dappertutto, spesso anche dentro di sé e si fa una fatica tremenda a seminarlo.

“L’eco delle città vuote” è una storia di gente in fuga alla costante ricerca di sentimenti da decifrare lentamente, attraverso viaggi fisici e ostacoli interiori. Ogni personaggio ha qualcosa da cui scappare e insieme da ritrovare anche quando la ricerca si trasforma in causa di ulteriore smarrimento. Così capita che nel ritornare a casa, dopo aver rovistato tra le buste dei ricordi, ci si specchi in un finestrino rivedendo se stessi già cambiati e più cattivi.
(Alfonso Farina)

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