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Recenseide

Giovanni Bianconi “Ragazzi di malavita”

  • 24 febbraio 2016
  • 13:34

Poco dopo lo svincolo dell’A1 per Firenze, esattamente al dodicesimo chilometro, la Salaria incrocia via della Marcigliana. È lì che Giuseppucci, Abbatino, Piconi, Danesi, Colafigli e gli altri fecero il salto di qualità criminale, il 7 novembre del 1977. Ed è da lì che Giovanni Bianconi inizia a ricostruire “fatti e misfatti della Banda della Magliana” – così recita il sottotitolo del libro – in “Ragazzi di malavita” (Baldini Castoldi Dalai, 1995). Quel giorno il gruppo del “negro”, insieme a Giorgio Paradisi e alla banda di Montespaccato, sequestrò il Dgiovanni-bianconi-ragazzi-di-malavitauca Massimiliano Grazioli Lante della Rovere, discendente di una nobile famiglia di fine Settecento (gli stessi Grazioli che hanno dato il nome al palazzo in via del Plebiscito).

All’epoca in Italia i sequestri di persona di matrice politica erano praticamente all’ordine del giorno, ma in questo caso gli ideali non c’entravano. Contavano solo i soldi e la detenzione del duca Max, al netto di stecche e percentuali da corrispondere a basisti e collaboratori, ne procurò ai rapitori davvero un bel po’. Tanti così non gli erano mai passati per le mani e poi, si sa, soldi portano soldi, a maggior ragione in ambito criminale: un gruzzolo del genere servì infatti ad avviare nuovi e più redditizzi affari, cementando i rapporti all’interno di quella che fino ad allora era stata niente di più che una batteria di rapinatori di quartiere.

Quell’incrocio a nord di Roma, tra Monterotondo e Settebagni, è stato dunque teatro dell’atto che può essere considerato fondativo della cosiddetta Banda della Magliana, che poi – spiega l’autore – una vera e propria banda non è stata mai, in quanto non era regolata da strutture gerarchiche o organi decisionali, ma solo dagli interessi economici condivisi dagli affiliati e da un crescente prestigio criminale da difendere.

Così, dalla fine degli anni ’70 a tutti gli anni ’80, quel manipolo di malavitosi “arricchiti dalla droga, che vivevano tra bar, ippodromi e sale giochi, sniffando cocaina e correndo su auto di lusso e moto giapponesi” ottenne il controllo pressoché totale dei traffici illeciti a Roma, entrando inevitabilmente in contatto con personaggi che hanno animato la cronaca dell’Italia di allora, “da Pippo Calò a Totò Riina, da Cutolo a Licio Gelli, passando per faccendieri, terroristi neri e trafficanti internazionali”. Da qui anche il coinvolgimento nei vari misteri che hanno segnato la nostra storia recente, come il rapimento Moro, l’omicidio Pecorelli e il depistaggio delle indagini sulla strage di Bologna, solo per citare gli episodi più noti.

Ci sono poi i fatti “minori”, quelli che solo a posteriori rivelano le logiche di una routine delinquenziale scandita da tradimenti e vendette e che Bianconi ricostruisce basandosi sui verbali dei processi e sulle dichiarazioni dei pentiti che, quando le cose hanno cominciato a mettersi male, sono fioccate come ai tempi belli fioccavano le pallottole. Ma ciò che rende prezioso il lavoro di Bianconi non è solo lo scrupolo cronistico con cui mette insieme i pezzi di una vicenda altrimenti spesso malintesa, spettacolarizzata (vedi “Romanzo criminale”, film e serie) e talvolta strumentalizzata, quanto l’attenzione a componenti sociologiche, urbanistiche e culturali che sostiene un lavoro capace di situare e spiegare le persone coinvolte e i fatti riportati. Illuminanti in tal senso sono i cenni storici sul quartiere Magliana e certe digressioni nelle biografie dei vari esponenti dell’organizzazione. D’altra parte Bianconi, giornalista romano del Corriere della Sera, si era già segnalato come originale interprete della tecnica newjournalistica con “L’attentatuni” (scritto insieme a Gaetano Savatteri): un testo che ripercorre le indagini, gli appostamenti e gli arresti seguiti alla strage di Capaci attraverso le intercettazioni telefoniche messe agli atti dall’antimafia.
(Giulia Borioni)

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