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Recenseide

Ezio Solvesi “Esaedro”

  • 9 marzo 2016
  • 16:00

Altro che geopolitica, la Mitteleuropa è sempre rimasta uno stato d’animo. E se i suoi cantori ne hanno esaltato la simbolica precarietà di valori – come se quegli stessi valori stessero patendo gli acciacchi dell’invecchiamento – oggi i continuatori di quello sguardo scettico e problematico si contano sulla punta delle dita.

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Dalla prefazione di Ninni Radicini. “Sei racconti. Sei storie di ambientazione e genere differente, dalla commedia all’orrore, dalla Storia al surreale, con un denominatore comune: il finale a sorpresa che, dopo la lettura dei primi racconti, può essere preceduto, da parte del lettore, da una automatica sospensione d’animo, seppure variabile nell’intensità, nonostante l’apparente normalità iniziale delle avventure descritte. Narrazioni fluenti, caratterizzate da protagonisti normali in situazioni plausibili, alcuni personaggi ritrovatisi a confronto con tutto quanto non è gestibile dalla persona e altre storie con figure sorprendenti. Una assemblaggio di racconti rappresentabili in modo metaforico come una composizione astratto-geometrica, con sei quadrati di colore differente”

Già sazi del pur grande Magris e delle scacchiere di Maurensig, può però capitare di imbattersi ancora in cimenti periferici degni di questo particolare arrangiamento culturale, che – attenzione – non è una deriva quanto un cantuccio ben conservato anche grazie alla cura ineguagliabile che gli dedicò quel gigante ritroso di Bobi Balzen. Stiamo parlando di Ezio Solvesi, progettista elettronico in pensione, bibliofilo, poeta di qualche (buona) silloge e adesso agitatore acuto di una manciata di racconti intitolata “Esaedro” (Talos 2015).

La prefazione curata da Ninni Radicini è assai precisa nel situare l’autore in questa terra di tutti e nessuno: “Non è necessario cercare un filo conduttore tra i sei racconti, qualcuno dei quali sembra essere un esercizio narrativo orientato a spiazzare il lettore in modo divertente. In altri (…) c’è invece la sensazione, di un singolare e indefinibile sottinteso personale. (…) La mancanza di denominatore comune potrebbe anche alludere alla volontà dell’autore di destare la curiosità del lettore, facendolo inoltrare nella riflessione circa un possibile collegamento, sequenziale o incrociato, tra i racconti. Questa caratteristica può anche essere interpretata come il riflesso di un cultura, quella Mitteleuropea, naturale per uno scrittore triestino. I confini della Mitteleuropa – di cui Trieste è una delle Città principali – sebbene in gran parte riconducibili a quelli dell’Impero di Austria-Ungheria, sono sempre stati variabili nella loro definizione storica, paragonabili a una serie di racconti senza un filo conduttore prestabilito che li renda, in modo stabile, parte di un insieme, lasciando così a ogni singolo componente la scelta di ciò che vuole essere, pur rimanendo tutti convergenti verso un unico, implicito, destino”.

E allora restano a mente i graffi surrealisti di “Amore a prima vista”, la memoria non stucchevole che presiede “Una tromba sul paterno” in cui il ricordo della Grande Guerra stempera Maupassant e Monicelli in un esistenzialismo di radici più urbane, i non sappiamo fino a che punto deliberati rimandi al cinema nelle sue declinazioni gotiche ed estreme (ad esempio, in “Psicometria” la medium è profonda e rossa come Argento).

“Esaedro” col suo rigore architettonico e le sue benvenute scappatoie surreali è grammatica coriacea per i contemporanei, drammaturgia necessaria nel frastornato panorama della letteratura d’inizio millennio. Deserta di talenti persuasivi e affollata di inchiostri che, malgrado sforzi sinceri, non hanno ancora la forza di interpretare le contraddizioni del presente. Solvesi almeno si serve con intelligenza dei suoi trascorsi poetici per consegnarci storie che sembrano suscitate unicamente dalla Storia. In puro spleen mitteleuropeo.
(Vanni Portella)

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