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Recenseide

Erri De Luca Massimo, l'amico d'infanzia

  • 26 giugno 2015
  • 12:08

Sono in molti a chiedersi che fine abbia fatto il talento genuino di Erri De Luca. Non che lo scrittore napoletano faccia mancare notizie di sé: se è per questo, la sua produzione è costante e applaudita, mentre la serri-de-luca_ua figura pubblica e soprattutto politica a volte sembra prendere il sopravvento. Le pagine potenti del suo debutto (“Non ora, non qui”, Feltrinelli) hanno lasciato spazio a progetti più ambiziosi. Addirittura solenni nella ricerca a tratti manierista della “parola assoluta”, di un mastice imperscrutabile capace di congiungere l’astrazione alla narrazione. Questo ha fatto tramontare il favore di alcuni critici (Goffredo Fofi ha stroncato buona parte del suo inchiostro recente, ad esempio), moltiplicando nel frattempo i suoi lettori. Che forse seguono l’onda di una popolarità mediatica che in fondo fa a pugni con la sua statura letteraria, ora come ora.

Ma del De Luca “primigenio”, lo stesso che in gioventù aveva aderito a Lotta Continua per poi dedicarsi a lavori di muscolo (“Ho fatto il mestiere più antico del mondo. Non la prostituta, ma l’equivalente maschile, l’operaio che vende il suo corpo da forza lavoro”) e che dunque “si fece” (come magari direbbe lui) operaio qualificato, camionista, magazziniere, muratore a Napoli dopo il terremoto, muratore in Francia, volontario in Africa e operaio di rampa in aeroporto a Catania, cosa rimane oggi? Cosa rimane di quel luminoso talento affabulante e necessario (eguagliato in Italia forse solo da Aldo Busi) che studiava da autodidatta il russo, lo swahili, lo yiddish e l’ebraico antico grazie al quale tradusse alcuni testi della Bibbia nelle accezioni più vicine all’originale ebraico?

Come avviene di solito, rimerri-de-luca-non-ora-non-quiane probabilmente la forza del passato, il ricordo per il tempo vissuto e ritrovabile. Qualcosa che in fondo prende le distanze dal magnifico incipit di “Seminario sulla gioventù” di Aldo Busi: “Che resta di tutto il dolore che abbiamo creduto di soffrire da giovani? Niente, neppure una reminiscenza”.

Per il primo De Luca, rimane semmai la tenerezza degli squarci (non esibita ma valutata), il calore memore che accaldava, e a meraviglia, “Non ora, non qui”, un debutto (proprio come per il Busi seminariale) che era una rievocazione molto laica della sua infanzia partenopea. Lo pubblicò nel 1989, quasi quarantenne, senza mai trascurare i luoghi e le figure che avevano significato la sua crescita. Amici d’infanzia come Massimo del quale ci ha regalato un magistrale flashback, questo:

“Non piangevo da bambino; non ricordo le mie lacrime. Molto più tardi le commozioni trovarono la via delle parole e la via degli occhi. Di Massimo piansi.
Fummo ragazzi insieme. Lo ammiravo, era forte, tagliato per correre a nuoto ed era tra i pochi che in quegli anni scendeva sotto il minuto nei cento metri a stile libero.
Alto, chiaro di capelli, si muoveva senza un’ombra di esibizione. Aveva un sorriso largo, ingenuo che ogni tanto saltava su un riso veloce. Provavo ammirazione per le sue forme, ma di più per la modestia con cui le portava. Era una rarità perché a quell’età un ragazzo cercava nel repertorio ogni risorsa per emergere.
Età inesorabile, dove si conficcano affetti e non si estraggono più, non finiscono più.
Sì, lo ammiravo. Era un sentimento profondo, senza confusioni, e l’ho provato allora e mai più.
Credi, mai fu invidia, non ho invidiato nessuno, nemmeno nella piccola destrezza di poter parlare sottovoce a una ragazza senza balbettare. Non sarei tuo figlio se mi ingannassi su questo.
Non gli assomigliavo, nessun addestramento acquatico avrebbe potuto correggere la magrezza tesa, scavata. Il mio corpo era snello e buio, il suo forte e luminoso.
Andavamo d’estate a nuotare nella baia del castello aragonese a Ischia. Battevamo un crawl cadenzato, instancabile. Io nella sua scia vedevo i piedi spingere colpi forti e uguali, come i colpi del cuore. Rientravamo nell’ultima luce coi polpastrelli intrisi e la labbra sbiancate, nemmeno felici. Era l’allenamento, un lavoro da farsi dopo la giornata dei giochi e delle chiacchiere in spiaggia.
La baia nel pomeriggio, a vento calato, era una laguna che noi solcavamo in silenzio da un capo all’altro.
A volte una fame ci prendeva all’arrivo e inghiottivamo con pochi morsi un panino.

In quel tempo tra ragazzi bisognava stare attenti all’ammirazione, dissimularla, scherzarci su, perché un errore di misura poteva compromettere una reputazione virile. Ci voleva poco a farsi segnare un aggettivo a vita, una definizione appellabile meno di una sentenza.
Ruppi la consegna in una circostanza, ma non mi vergognai di me.
Sua madre a Ischia, avevo invitato a pranzo alcuni ragazzi, io tra essi. Aveva una casa vicino al mare nel villaggio dei pescatori e si stava ad una tavolata all’aperto. Si parlava in molti, in allegria. Io ascoltavo, andavano troppo svelti per cercare di infilare qualcosa nelle loro fughe di battute, di risate.
Si venne a parlare di sport e di chi aveva il fisico giusto. Si facevano confronti, ci si riscaldò, si finì per procedere ad una specie di selezione che restrinse il campo a due soli campioni, Massimo ed un altro.
Nella conversazione intervenne sua madre che dette la palma all’altro, forse per cortesia o per confondere l’orgoglio.
Allora in una foga incomprensibile intervenni a voce alta, quasi senza incespicare nelle sillabe. Dissi che non c’erano paragoni da fare, Massimo era la perfezione, il suo corpo era una regola della natura. Tacqui di colpo, così come avevo iniziato. Gli altri stettero zitti e si guardarono. Ebbi il tempo di contare il silenzio e fu lungo quanto il mio brusco intervento. Sentii il bilico di molte voci che avrebbero sciolto l’intervallo. Non le temevo, ma avevo il dubbio di avere mancato ad una clausola dell’amicizia. Ero fermo, nemmeno capace di chiudere bene la bocca. Allora venne il rumore. Accadde che Massimo rise, rise su tutta la tavola, rise della sua sorpresa, rise per non curanza. Fui dimenticato nel suo riso, parlarono d’altro. Non avevo dubbi su di me. Escludevo allora e ho escluso vivendo, di provare attrazione per una persona del mio sesso. Agii per un impulso brusco di equità, involontario come un colpo di nervi. In gola mi è rimasto il suo riso. Fu il suo aiuto verso di me e fu anche il colpo di piede con cui in mare forzava lo scatto, lasciandomi indietro. Era il soccorso e la distanza, era la sua allegria e la sua scia. La risento ancora dal fondo della tavolata, io a occhi fissi nel piatto. Ancora smuove lacrime dal fondo.
Piansi fino al vomito, alla tosse, al fiele. Mi fu detto che si era immerso e non più risalito.
Crescemmo con gusti simili e poche frasi. Non ci piacevano le bombole e chi scendeva sulle secche col fucile. Non ci piacevano i coetanei che aspettavano sera sui muretti a darsi arie di maneggiare i primi soldi elargiti. Non ci piaceva il guappo e la ragazza vistosa.
Avevamo fiato da prestare all’apnea e scendevamo sul fondo che diventava cupo come il cielo, muto.
Ma la volta che si riempì i polmoni con l’ultima aria, quella volta non c’ero.
Ogni tuffo separa dal respiro, dal caldo, dall’asciutto. Ogni tuffo contiene la sessantesima parte di un addio. Scese per scendere, come un’àncora senza catene, con le orecchie chiuse e gli occhi fissi al fondo. Apriva il buio dell’acqua con le braccia, il mare si accumulava in alto. Scendemmo altre volte. Sotto si è senza ombra, io provavo ad essere la sua: in mare si può.
Restò i giusti secondi nella penombra della meta, mezzo cammino, poi prese a risalire. Una scala verso la luce intera, già provata, passi sicuri, il peso del mare si faceva leggero sulle spalle, bracciata dopo bracciata. L’aria nei polmoni sfiatava con misura.
Salì insieme all’embolo. Troppa luce negli occhi, troppa vita nelle mani che scalavano i metri. A pelo d’acqua gli esplose, una bomba in tutte le vene.
Sorpreso dal sonno più brusco con i polmoni ancora gonfi di aria di scorta, dimenticò in un attimo il respiro, il calore, l’asciutto.
Ritorno in quel buio, planando a braccia aperte e a occhi chiusi”.


A cura di Carlo Federighi.
La descrizione di Massimo è tratta Da “Non ora, non qui” di Erri De Luca (Feltrinelli)

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