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Recenseide

Eduardo Galeano José Revueltas e Qualcuno, uomini soli

  • 10 marzo 2016
  • 15:39

Isabel Allende ha scritto di Eduardo Galeano: “Ha percorso l’America Latina ascoltando anche la voce dei reietti oltre che quella di leader e intellettuali. Ha vissuto con indios, galeano-memoria-del-fuococontadini, guerriglieri, soldati, artisti e fuorilegge; ha parlato a presidenti, tiranni, martiri, preti, eroi, banditi, madri disperate e pazienti prostitute. […] È stato perseguitato sia da regimi repressivi, sia da terroristi fanatici. Ha combattuto le dittature militari e tutte le forme di brutalità e sfruttamento correndo rischi impensabili in difesa dei diritti umani. Non ho mai incontrato nessuno che abbia una conoscenza di prima mano dell’America Latina pari alla sua, che adopera per raccontare al mondo i sogni e le disillusioni, le speranze e gli insuccessi della sua gente”.

Come ha fatto nella trilogia “Memoria del fuoco”, di cui presentiamo di seguito due estratti dal terzo libro dedicati a José Revueltas e a “Qualcuno”, all’uomo in rivolta e all’uomo qualunque, magistralmente ritratti usando soltanto parole, diceva lo stesso Galeano, “che migliorino il silenzio”. Il combattivo protagonismo dell’uno e l’ordinario anonimato dell’altro si stagliano di fronte alla stessa solitudine.


José Revueltas

1968: Città del Messico. Ha mezzo secolo tondo, ma ogni giorno commette il delitto di essere giovane. Si trova sempre in mezzo ai tumulti, a sparare discorsi e manifesti. José Revueltas denuncia i padroni del potere in Messico, che per odio irrimediabile verso tutto ciò che palpita cresce e cambia hanno appena assassinato trecento studenti a Tlatelolco: – I signori del governo sono morti. Per questo ci uccidono. In Messico, il potere assimila o annienta, fulmina con un abbraccio o con un colpo: gli impertinenti che non si lasciano mettere in bilancio, li mettono in una tomba o in un carcere. L’incorreggibile Revueltas vive in prigione. Qualche rara volta non dorme in cella e allora passa la notte disteso su qualche panchina dei giardini pubblici o su una scrivania all’università. I poliziotti lo odiano perché è rivoluzionario e i dogmatici perché è libero; i bigotti di sinistra non gli perdonano l’inclinazione per le osterie. Tempo fa, i suoi compagni gli hanno messo accanto un angelo custode, perché salvasse Revueltas da qualsiasi tentazione, ma alla fine l’angelo si è impegnato le ali per pagarsi le baldorie che faceva insieme a lui.


Qualcuno

1969: una città qualsiasi. Ai crocicchi, davanti al semaforo rosso, qualcuno mangia fuoco, qualcuno lava i parabrezza, qualcuno vende fazzolettini di carta, gomme da masticare, bandierine e bambole che fanno pipì. Qualcuno ascolta alla radio l’oroscopo, contento che gli astri si occupino di lui. Camminando tra gli alti edifici, qualcuno vorrebbe comprare silenzio o aria, ma non gli bastano i soldi. In un sudicio sobborgo, tra sciami di mosche di sopra e eserciti di topi di sotto, qualcuno affitta una donna per tre minuti; in una stanzuccia di bordello il violentato diventa violentatore, sempre meglio che un’asina al fiume. Qualcuno parla solo davanti al telefono, dopo aver appeso la cornetta. Qualcuno parla solo davanti al televisore. Qualcuno parla solo davanti alla macchina mangiasoldi. Qualcuno annaffia un vaso di fiori di plastica. Qualcuno sale su un autobus vuoto, la mattina presto, e l’autobus resta vuoto come prima.

Da “Memoria del fuoco, 3. Il secolo del vento”, Sassoni 1982

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