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Recenseide

Colin Tilley (& Kendrick Lamar) “Alright”

  • 8 marzo 2016
  • 15:08

“To Pimp a Butterfly” è stato il disco dell’anno, più o meno per tutti. Lamar ha affrescato una nuova consapevolezza per la cultura nera, compendiandone gli artefici storici e denunciando l’apartheid strisciante di cui è ancora vittima. Ci è riuscito approntando un’irresistibile miscela di hip hop, rock e jazz che rende l’album seminale quanto “Fly or Die” dei N.E.R.D. (che però nel 2004 fu sottovalutato perché troppo precoce nella sua forza visionaria).

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Colin Tilley con Kendrick Lamar sul set di “Alright”

Lamar raccoglie dunque la lezione di Nas e Pharrell ma aggiunge ancora più sostanza, si direbbe più cronaca se si dà credito all’ormai vecchio adagio secondo il quale l’hip hop è la CNN dei neri. Nell’album si raccontano da vicino i traumi e le reazioni della moderna comunità nera con una foga ideologica presa letteralmente dalla strada come ebbero a fare i Public Enemy. E “To Pimp a Butterfly” è diventato quasi istantaneamente un capolavoro neorealista, struggente e ballabile, tagliente e trasversale capace di aggiornare la lezione di “Fa’ la cosa giusta” e guadagnarsi il plauso di Obama per il brano “How Much a Dollar Cost”.

Non si ha sempre occasione di commentare un progetto epocale. Ma nel corso dei mesi, chiacchierando in redazione e ovunque ci fossero orecchie davvero curiose, “To Pimp a Butterfly” ha rischiato seriemente di diventare il libro, l’album e il film dell’anno di grazia 2015, tutt’insieme.

Del resto, gli strumenti di narrazione ormai si sono come assimilati e un rapper oggi può ergersi a testimone di un’epoca intera con le parole, le immagini e i suoni, indifferentemente. Soprattutto se il messaggio è fondato. In tal senso, Lamar è un insospettabile renaissance man. In questo breve film di Colin Tilley (regista di provata esperienza nell’ambito dei clip) la musica arriva a piegarsi alle immagini diventandone – contrariamente a quanto dettato dalla grammatica del videoclip – una singolarissima colonna sonora lastricata di spoken word, campionamenti, effetti sonori, infiltrazioni jazz e un rapping predicatorio, mai lamentevole, semmai struggente nella sua incessante iterazione di peccati, peccatori, martiri e rivoltosi.

“Alright”, peraltro, non è nemmeno propriamente una canzone (la stessa cosa che disse Noel Gallagher a proposito del groove caratteristico di “Fools Gold” degli Stone Roses), probabilmente è molto di più. Ha l’ambizione di illustrare una promessa di salvezza in una deriva narrativa che però non si tinge di misticismo. Più che altro compendia la vita spirituale della comunità nera evitando il tranello della commiserazione.

Per illustrare una promessa così impegnativa, per auspicarne appieno il riscatto, per dare un senso di speranza a moventi che rimandano più a Luther King che a Malcom X, Lamar viene ripreso levitante per le strade della Bay Area losangelina. I ragazzini lo prenderanno per un Supereroe, altri addirittura per un Gesù nero e dei neri che alla fine si sacrifica per i peccati della sua gente e, forse, muore. La sua croce è un lampione e il suo carnefice un poliziotto che con la sola forza delle dita, mira e gli “spara” (tanto noi neri siamo morti comunque, in vita o in sogno).

Può apparire come l’ennesima vittima della guerra alla diversità sempre in atto nei ghetti americani e nelle zone periferiche di L.A. così ben descritte nella serie “The Shield”. Una guerra basata su discriminazione e tensione razziale, sullo spettro di tutti i Rodney King d’America e dunque sul martirio e la discriminazione. Ma può apparire anche come il seme di una rinascita. Un qualcosa che hai subito la sensazione che possa aggiornare il messaggio crudo dello Spike Lee più politico con in più quel senso di caciara tipico delle minoranze che patiscono muovendo il corpo, frullando le meningi, ballando le preci e i rimedi.

Tilley filma a 27 anni (quasi come Orson Welles) il suo piccolo “Quarto Potere” e i suoi occhi non sono consumati come quelli di Jim MorrisonJimi HendrixJanis Joplin o Kurt Cobain che alla stessa età si fecero immortali. Con immagini girate in uno splendido bianco e nero che rammenta quello voluto da Coppola e Stephen H. Burum per “Rusty il selvaggio”, il regista di Berkeley coglie perfettamente le motivazioni di Lamar, la sua scalmanata missione pastorale, e pesca senza folklore fra gli status symbol della cultura nera. E giù strade abbandonate, bambini giocanti non giocosi, nottate umide e randagie, la polizia dal grilletto facile la cui nemesi sarebbe portare in spalla una macchina piena di neri, e ancora ghetto-blaster, pischelle formose, bigiotteria e tute, case basse e un nugolo di gente danzante che sembra predisporsi alla salvezza pur sapendo di non riconoscerla, mentre Lamar con le sue rime consuntive appunta il ritratto di un’America in cui non ci sono Santi, che in cattività continua a produrre le forme d’arte più innovative per raccontare le iniquità che ci tengono in vita.
(Carlo Federighi)


ALRIGHT (USA, 2015)
Regia Colin Tilley; fotografia Rob Witt; con Kendrick Lamar

Guarda il video di “Alright”:

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