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Recenseide

Boris Vian “La schiuma dei giorni”

  • 10 marzo 2016
  • 15:27

Quando André Breton diede alla stampe il “Manifesto del Surrealismo”, nel 1924, Boris Vian aveva soltanto quattro anni. Non è da escludere che già a quel tempo, inconsciamente o no, si facessero spazio nelle viuzze della sua mente alcuni spunti di quel testo, mentre altri studi, idee e sogni d’arte prendevamo forma e senso durante la sua breve e rapidissima crescita. Morì a soli 39 anni, durante l’anteprima di “Sputerò sulle vostre tombe”, trasposizboris-vian-la schiuma-dei-giorniione cinematografica del libro scandalo di un certo Vernon Sullivan, pseudonimo dietro il quale Vian si nascose per romanzare questo hard boiled colmo di razzismo e violenza. La malattia cardiaca con cui conviveva gli diede la consapevolezza di dover “accelerare il passo” sfruttando ogni giorno a pieno per dedicarsi ai suoi diversi interessi artistici. Laureato in ingegneria e per due volte sposo, suonò la tromba lungo viali di jazz, scrisse articoli, romanzi e canzoni (“Le déserteur”, ça va sans dire) ballò, visse.

Nel suo veloce andare, Vian infila i grani delle sue passioni tra le pagine de “La schiuma dei giorni” (Marcos y Marcos 2005). Il romanzo, pubblicato nel 1947 da Gallimard, rappresenta la massima espressione letteraria dello scrittore. Vian critica le strane fattezze della società del tempo, tristemente devota all’esistenzialismo, rigetta le accademie e la cultura dei pochi. Si beffa dell’amico Sartre, inserendo nel racconto la figura dell’intellettuale Jean-Sol Partre, autore di improbabili best-seller come “Scelta preliminare prima del rivoltone di stomaco” e Tanfo”.

Il testo, intessuto di linguaggio nudo e pungente, è ricco di neologismi, giochi di parole, trappole linguistiche che Vian padroneggia. L’influenza del surrealismo appare evidente, eppure non ne fa mai abuso o vezzo, ne cosparge il testo omogeneamente, senza grumi. Nella sua totale libertà di scrittura, nella poesia intrisa di tragica verità Vian non delimita i confini di realtà e fantasia, tutto si mescola nell’armonia della vita, dall’arte culinaria di Nicolas alla comparsa dello Spancino e lo Fiffero, dalla sofferenza di personaggi socialmente incompleti alla “voglia di un cicchetto” sulle note di Loveless Love” di Louis Armstrong. Tutto questo, tra topi che amabilmente vivono e discutono con le persone e anguille a divincolarsi tra i tubi di casa.

Leggere “La schiuma dei giorni” è chiudere stretto il pugno e osservare tra le dita il fluire sparso del mondo: a ogni rivolo corrisponde un colore che diventa un’immagine che mette in scena una rappresentazione che, sciogliendosi in liquida poesia, rincasa nel palmo nascosto della mano. E quando apri il pugno, niente. Tutto sparito.

È come sentire da qualche parte, in una stanza lontana, la puntina del giradischi afferrare al volo un suono. Nell’aria si espande una bella storia di jazz che accompagna il lettore per tutta la durata del romanzo: Chloé, il titolo. L’avvolgente sottofondo di Duke Ellington è anche il nome della protagonista femminile. Colin, il nome del suo amore.

Perché “La schiuma dei giorni” è soprattutto una storia d’amore, di un amore totale e struggente che nonostante il suo destino segnato resta vivo per quello che rappresenta. È amore il rapporto d’amicizia che lega i personaggi, l’ossessione con cui Chick colleziona i libri di Partre, la vendetta di Alise. È amore il cercar lavoro di Colin, finito sul lastrico per raccoglier fiori. È amore, ecco, persino la bellezza della ninfea che cresce cattiva nel polmone di Chloé.

Così, l’appartamento che lentamente si stringe sui protagonisti avvolgendo il loro mondo è soltanto la prassi, la legge del tempo, di quegli amori che come la vita sempre finiscono ma che per il fatto stesso di essere esistiti raccolgono la promessa dell’immortalità.
(Alfonso Farina)

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