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Recenseide

Alberto Cavaliere il poeta che osò spiegare la chimica in versi

  • 6 ottobre 2015
  • 16:19

È uno di quegli incontri insospettati che capitano ogni tanto, in libreria. Quando cerchiamo tutt’altro. E sfogliamo pagine intonse e sconosciute dalle quali saltano fuori, come da lampada cartacea, genietti della lingua e della parola. Scopriamo così che l’idrogeno “con ferro e un acido/ già sviluppato/ aria infiammabile/ venne chiamato”. Leggiamo il titolo dubitando dell’equilibrio dell’autore. Ma tutto è sotto controllo. Si tratta della “Chimica in alberto-cavaliereversi” di Alberto Cavaliere. Che non ha alcuna intenzione di burlarsi di Mendeleev, bensì semplicemente di fornire una rivisitazione in rima delle sue scoperte. Rimatore goliardico e stralunato, “poeta errante della chimica” per sua stessa definizione, Alberto Cavaliere, nato nel 1897 e scomparso nel 1967, ha scandito in versi un argomento apparentemente ostico a ogni forma di lirismo. Così per l’ossigeno: “Tutti conoscono come dell’aria/ formi l’aliquota più necessaria,/ perché vivifica/ l’emoglobina,/ che senz’ossigeno cade in rovina”.

Ma non solo di chimica Cavaliere ha cantato. Oltre a numerose raccolte come, tra le altre, “Le soste del vagabondo” o “Le strade dell’abisso”, il nostro mise mano a un’operetta quanto mai impegnativa. Soprattutto per il periodo storico in cui si colloca. In pieno periodo fascista Cavaliere compone “Dopo che ha Romolo Roma fondata”, una storia romana in versi dalle origini al crollo dell’Impero, uscita nel 1930. Il tono e lo stile sono quelli della “Chimica”, divertiti, briosi. I dati, mai imprecisi. Nessun abbandono alla rivisitazione fantastica o immaginaria, solo fondate nozioni storiche, ma in quartine: “Roma – secondo le antiche carte,/ che narran pure come e perché -/ venne fondata, grazie al dio Marte,/ nel 753…”

Certo, nel corso della trattazione non mancano ingenui riferimenti alle ideologie dell’epoca, come quando si afferma che… “ancora mostrano/ antico orgoglio/ la lupa e l’Aquila/ dal Campidoglio”, o che Giulio Cesare “ora governa il mondo/ con la sua mano ferrea/ col suo pensier profondo…” Tuttavia sono pur sempre spunti per fulminee frecciate scagliate dall’autore nel tempio della romanità contro molti degli idoli allora venerati. Il Tirteo del Ventennio, incavaliere-chimica-in-versisomma. Così Enea viene definito – e a rigor di logica – come “degnissimo figlio di Troia”. Anche le donne non scampano a perfide allusioni, donne intorno alle quali in quegli anni si accentrava l’attenzione del regime, rinate vestali: “Cleopatra, giovanissima,/ ma larga già di cuore/ un posto nel suo talamo/ non nega al protettore”; e i censori sono stati istituiti proprio per sorvegliare “i costumi pubblici che le matrone, intanto,/ pare che già comincino/ a esagerare alquanto”.

Tipiche “cavalierate”. Cavalierate di un autore la cui prima intenzione era comunque quella di divertirsi raccontando. Deputato socialista dal 1953 al 1958, Cavaliere non disdegna neanche le allusioni a Stalin e alle attese messianiche tipicamente anni cinquanta; scegliendo come controfigura ancora una volta Annibale, Cavaliere afferma che costui “conta d’invadere/ l’Italia in un baleno,/ ove diversi popoli,/ che già mordono il freno/ contro i Romani cupidi/ esosi e prepotenti:/ ‘Ha da venire Annibale!’/ ripetono fra i denti”.

La “Chimica” ha goduto di ripetute ristampe. La storia di Roma potrebbe essere un insolito sussidiario, come affermò lo stesso autore, “ad uso dei nipoti perché imparino senza sforzo quello che nonni e padri furono costretti a studiare sui banchi di scuola”.
(Alessandra Vitali)

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