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POLITICA

Berlusconi, cronaca di una morte rimandata

  • 2 agosto 2013
  • 14:35

ROMA – Arriviamo a piazza Cavour alle 15 e 20 e ci sono 42 gradi. Il sole è dappertutto, gli unici cantucci all’ombra sono stipati di giornalisti, fotografi, operatori e assistenti. Chi sotto una palma scampata al punteruolo, chi proprio a ridosso del Palazzaccio, chi sotto un treppiedi che si è fatto tenda. Boccheggiano come noi.

Il Palazzaccio è tutto tirato a nuovo dopo l’interminabile restauro che ce l’ha nascosto per quasi cinquant’anni. Qui c’è la Cassazione, “un titolo perfetto per l’ultimo capitolo della biografia di Berlusconi”, ha detto ieri sera Furio Colombo.

Viene in mente il Sordi di “Buonanotte avvocato”: “…per cui chiedo l’assoluzione dell’imputato perché la faccia da ladro non fa il ladro”. Oggi qualcuno chioserebbe: perché la faccia da imprenditore non fa il politico.

Adesso, non ci resta che arrampicarci sul monumento del Conte Camillo conquistando una specie di palchetto invidiatissimo dagli astanti. Da qui il panorama è divertente malgrado la solennità della giornata.

La prima sensazione è quella di una certa indifferenza – la stessa che un pischelletto chiama sfinimento – rispetto a giochi di potere che ci vengono incessantemente descritti da un’overdose di notizie e talk che non li hanno capiti, questi giochetti. Ormai nemmeno Bisignani regge il passo.

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Davanti al palazzo c’è un plotone di operatori e fotografi attrezzatissimi. È una strana genìa quella degli operatori e dei fotografi di cronaca. Spettinati, trafelati, tutti stretti nei loro coordinati casual: sono acuti, pratici ma non ambiziosi. Fricchettoni indispensabili di tanto in tanto

Alla sinistra del Palazzo di Giustizia, c’è la chiesa Valdese imbragata da mesi per rifarsi il trucco, il cinema Adriano resiste e l’inamovinbile Enoteca Costantini non sente mica la Crisi.

Anche un operatore si arrampica sul monumento per girare qualche immagine. Dice che ormai si chiamano per nome quelli che sono venuti ad assistere al verdetto coi soliti cartelli, perché sono sempre gli stessi: “Aho Mario, anvedi Pietro, me sembra de ‘sta in un acquario, ce metti ‘n po’ de mangime e tutti i pesci corono là. Co’ questi lo stesso, se para uno co’ ‘n cartello qualsiasi e tutti coremo là pe’ magna’ ‘a solita minestra. Se nun ce so’ notizie, nun ce so’ notizie, e ‘namo! Stamo pressati come cinesini e poi lo sa che c’è? Che arriva un vento felliniano che ce spazza via tutti e pe’ sempre, artro che”.

In effetti, il ponentino celebrato da Fellini in “Roma” è qui e lotta con noi, rinfrescando un poco la piazza.

Davanti al palazzo c’è un plotone di operatori e fotografi attrezzatissimi. È una strana genìa quella degli  operatori e dei fotografi di cronaca. Spettinati, trafelati, tutti stretti nei loro coordinati casual: sono acuti, pratici ma non ambiziosi. Fricchettoni indispensabili di tanto in tanto.

Udo Gumpel, corrispondente italiano dell’emittente tedesca NTV, lascia momentaneamente la piazza e si ravvia la frezza bionda. Mauro Fortini, il disturbatore rivale di Gabriele Paolini, scorazza in ogni dove e sembra davvero indaffaratissimo a non far niente in mancanza di telecamere accese. “Sono un presenzialista non un disturbatore”, spiega a chi lo riconosce.

Un reporter tedesco sui quarant’anni detta il pezzo che ha abbozzato su un moleskine e cerca di tenere a bada il figlio che è tutto sudato. Mentre chiede riscontro alla redazione, il pimpo non ci pensa due volte a rovesciarsi in testa una bottiglietta d’acqua e adesso si rotola e s’inzuppa sull’erba, beato. Papà reporter sembra dirsi: “Ma chi me lo fa fare di abbrustolirmi qui col kinder appresso, tanto vale andare a Montecitorio e almeno ci facciamo due risate”. Sicuro.

Alle 17.30 le Borse chiudono con ottimismo, i titoli Mediaset vanno a gonfie vele. Anche i bookmakers inglesi pronosticano un’assoluzione. Cosa vorrà dire? è la domanda retorica che serpeggia fra i cronisti.

Una giapponesina passa, dice “gni, gni” e se ne va. Un russo ci prova con due americane e se ne fotte altamente delle tensioni Obama-Putin per l’affaire Snowden (gli americani si diranno “estremamente delusi dalla scelta russa” di concedere asilo temporaneo alla cosiddetta talpa del Datagate).

Un operatore dice che dalle parti di Palazzo Grazioli c’è un gruppetto di forzisti con le bandiere: “li avranno caricati su una corriera in un paesello del Terminillo”, mentre il suo microfonista aggiunge: “Capirai, gli avranno offerto due visite al prezzo di una: prima San Pietro, poi Palazzo Grazioli”. Come dire, prima Dio, poi l’unto da Dio.

A Montecitorio, la Carfagna e i suoi accecanti denti superiori si azzardano a dire: “Mettere in croce un uomo che ha evaso le tasse per 7 milioni dopo aver pagato miliardi nel corso degli anni mi sembra eccessivo”. Più o meno come quel naziskin che al Costanzo Show disse: “Non sono 6 milioni le vittime dell’Olocausto, a me risulta siano un milione”. Ah, vabbè.

Alle 16.10 spunta un signore ultrasettantenne parato come un qualsiasi Biagio Antonacci: t-shirt a v, jeans bianchi bassi con una cinta nera borchiata. Pelatissimo, Matusalemme imperverserà per la piazza in lungo e in largo come una scheggia accaldata. Eppure ne uscirà miracolosamente illeso. Forse il colpo di sole se l’era preso prima.

Si fa avanti anche un altro presenzialista agé, jeans tagliati alla zuava e occhiali da sole, ha il duce tatuato sul braccio e arriva a spiegare a una giornalista che “Berlusconi non è mai stato di destra, glielo dice uno di destra davvero”. Poi si dilegua nella canicola forse alla ricerca del prossimo gerarca.

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Alle 16.10 spunta un signore ultrasettantenne parato come un qualsiasi Biagio Antonacci: t-shirt a v, jeans bianchi bassi con una cinta nera borchiata. Pelatissimo, Matusalemme imperverserà per la piazza in lungo e in largo come una scheggia accaldata. Eppure ne uscirà miracolosamente illeso. Forse il colpo di sole se l’era preso prima

Alle 16.15 salvo il testicolo che mi ero scommesso puntando sulla escortabilità di un gruppo di ragazzuole conciate per un dopocena con privé: una telefonata si rivelerà inequivocabile fra gli squittii. Il caldo ingrifa, si sa. L’inviato di Tgcom24, finito il collegamento, attacca bottone con una bellona – ultimo tanga a Zagarolo – vestita da aperitivo che arringa lui e altri concupiti con pinzellacchere sul ventennio berlusconiano. E tutti giù a ridere illudendosi fimminari.

Non si vede, invece, Paolo Celata, lo stoico inviato di Mentana che a Piazza Cavour ha il soggiorno obbligato da tre giorni. Forse è stato deportato a Palazzo Grazioli, dove già staziona la nuova, disinvoltissima femme fatale de la7, Mia Ceran. Biondissima, birignao radiofonico, vagamente tormentata, è il consueto modello “redattrice alla Santoro”. Mai vista in queste trasmissioni una pupattola ordinaria, tutta talento e frenesia. I televisivi puntano sulle valchirie all’italiana.

16.50: s’allungano le ombre di palme, palazzi e monumenti ma il sole è di quelli pomeridiani, implacabile e forte. Una giornalista in tailleur blu: “Coppi e Ghedini non sono al Palazzaccio, lo dice l’Ansa” e infatti Ghedini viene segnalato a Palazzo Grazioli mentre un indigeno stabilisce: “E a noi che ce cambia?”

Questa mandria disillusa e cocente di inviati, fotografi e operatori è ormai una specie di compagnia di giro, il circo della Formula Uno. Passano di evento in evento bivaccando, scambiandosi segni di tramezzino e telefonate in redazione. Sono ossessionati dagli “scenari” post-sentenza: loro devono sapere gli scenari, sennò in sede s’incazzano. Hanno il tablet invece del porto d’armi e spesso ci sono stati raccontati nei servizi di Zoro a Gazebo su Rai3.

Zoro, appunto, circola vicino al monumento a Cavour e parla da ore con una ragazza bionda appoggiata a una bicicletta. Il suo inseparabile compagno d’avventure, l’ispido roscio Mirko Matteucci, quello del taxi Missouri 4, dopo essere apparso in maglietta rossa ton sur ton in sella a una biciclettina, gioca col figlio, presumiamo, a colpi di monopattino e frisbee. Intanto, Sky News intervista un magnifico sconosciuto in braghe di tela e qualcuno intorno si crede sia importante.

Alle 17.05 un falso allarme: “Condannato, Berlusconi condannato!” urla uno che da giorni se ne sta piantato in piazza con un cartello con su scritto “Condannato dalla giustizia, assolto dalla politica”. Corre verso il palazzo e noi tutti con lui, poi farfuglia che gli hanno fatto uno scherzo, ‘tacci suoi.

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Alle 17.05 un falso allarme: “Condannato, Berlusconi condannato!” urla uno che da giorni se ne sta piantato in piazza con un cartello con su scritto “Condannato dalla giustizia, assolto dalla politica”. Corre verso il palazzo e noi tutti con lui, poi farfuglia che gli hanno fatto uno scherzo, ‘tacci suoi

Alle 17.25 un carabiniere in borghese ci mostra il tesserino e ci prega di scendere dal monumento: “scusate, ma l’hanno pure restaurato da poco”. Nessun problema, ancora un poco e dovevano restaurare noi. Scendiamo.

Passa un’altra ora, ci saranno giusto una decina di berluscones, il resto sono giornalisti e qualche turista, uno con l’accento veneto capisce che “se lo condannano in questo processo è la conferma che il conflitto d’interessi c’è sempre stato”. Appunto.

Alle 19 qualcosa si muove: vengono convocati altri poliziotti. Escono già sudati da uno dei due cellulari parcheggiati ai lati del Palazzaccio, sembrano reduci da un forno e raggiungono come Dorando Pietri la scalinata centrale per arginare la piccola folla di cronisti.

Alle 20 circa, quando la piazza è quasi svuotata dal caldo e dalla fame, l’annuncio della condanna. Qualche applauso, i coretti “Silvio, Silvio” e “Coppi, Coppi” scemano lentamente. Tutti a casa? “No, tutti a Palazzo Grazioli”, sbuffa un fotografo.

Berlusconi più tardi lancerà il suo grido di dolore, rilanciando Forza Italia in una dichiarazione che ha il passo di un’omelia. Riceverà in pompa magna anche il ministro degli Interni del Kazakistan, Angelino Alfano. Ma qui da noi, questa è già una vecchia storia. Il re è morto? Può darsi, come dice Grillo. Ma se è vivo, il re regna.
(Gianluca Bassi)


Primo agosto a piazza Cavour

foto di Giulia Borioni e Alfonso Pasti


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