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ANTROPOLOGIA Se in città il folle vive un’angosciosa condizione di solitudine, in paese, quando è libero, ha tutti gli occhi puntati addosso. E la tragedia, manco a dirlo, scivola verso il comico. Si ricordano storie di servette, poverine, scimunite, che venivano violentate con macabra regolarità dai loro padroni di casa. È un comico deforme, spettacolare e grottesco. Non vogliamo nascondere la violenza sotterranea di questi rapporti, l’esasperazione e il disagio che ne derivano, ma il paese rispetta, in qualche modo, senz’altro ingiusto, i suoi pazzi e li ribattezza con soprannomi stupendi. Pensiamo ancora ai dialetti meridionali. Basta sentire un amico pugliese e spiegargli cosa stiamo scrivendo, che lui neanche ti fa finire e assortisce una preziosa galleria di personaggi troppo veri e dignitosi nella loro disperata solitudine. Non li vedremo mai al Costanzo show, per fortuna. Non vedremo in televisione nemmeno Vincenzo “Bum”, a sentire l’amico pugliese. Lo chiamavano così perché era un tipo calmo e tranquillo, ma se qualcuno si avvicinava gridando “bum” lui reagiva con una serie di espressioni irregolari, deformando la faccia come se quello scoppio, l’esplosione che gli aveva perforato l’udito avesse trafitto pure il suo cuore. “Catacchio”, invece, era un quarantenne grasso e regolarmente attaccato alla tre quarti, che cantava sugli autobus melodie intonatissime in linea con le più aggiornate top-ten internazionali. Un’altra sua qualità era di ricordare i nomi di tutti i santi del calendario a memoria, e in questo modo, nell’ottanta per cento dei casi, riusciva a risalire dal tuo nome alla data di nascita e al segno zodiacale. In un attimo sapeva tutto di te. Dicevano di lui: “Catacchio mo’ non ‘u vid, mo’ tu acchie” (Catacchio adesso non lo vedi, adesso lo trovi). Giovanni “la quaglia”, invece, si era guadagnato questo soprannome per la sua camminata, appunto, da volatile. Ovunque veniva accolto, sfottuto e adorato come una celebrità. Faceva “lezioni di camminata”. Era specializzato anche in sedute spiritiche nelle vecchie masserie abbandonate e scriveva interi libri sul diavolo. Per un certo periodo la sua attività principale fu quella di attore. Ripreso dai liceali del paese, che se la spassavano a vederlo recitare, interpretò “Rocky la quaglia” e “Il padrino”. Entrambi questi film si concludevano con i liceali che bersagliavano la quaglia di sedie, pallottole di carta e ogni altro oggetto a disposizione. Lui si riparava dietro la scrivania, continuando a parlare al telefono come se fosse davvero sul set di Coppola. La quaglia era interessato più di tutto alla burocrazia. Seguiva l’approvazione delle leggi sulla Gazzetta Ufficiale. Conosceva a memoria il catasto e poteva spiegarti fin nei minimi dettagli un atto di vendita avvenuto in paese anche a distanza di anni. Aveva quella che si definisce una memoria fotografica. Sbrigava piccole pratiche, con scrupolo. Scrisse una canzone che iniziava così: “O mia terra insanguinata dalle barbarie”. Certo, molto dipende da quello che uno ha combinato durante la sua carriera di matto. Se ha rubato o ammazzato, allora il controllo diventa subito ferreo e stringente. Ma c’è una follia innocua, la stupidità, la demenza, che non può essere punita e a furia di trovarsela ogni giorno davanti smette di far paura. Il matto, vecchio e giovane insieme, ha saltato il passaggio della maturità. Non lavora, ozia, e di solito lo trovi in piazza a raccontare fantasticherie smozzicate. Quando passa tutti lo indicano e ridono. D’altra parte il paese è abituato a un altro strano personaggio che gli somiglia in modo impressionante. Questo signore è l’artista locale. Scrive il maestro di Vigevano: “Il parentado degli scolari si allargò al mio passaggio; sentivo di essere guardato, seguito, e pensavo che in quel momento dovevo possedere l’espressione che hanno gli artisti”. A che espressione si riferisce Lucio Mastronardi? Poche pagine prima il maestro aveva già dato i primi gravi segni di allucinazione: “‘Cosa fate sciacalli?’, urlai. ‘Mangiamo sulla pancia dei morti’, rispose un coro di sciacalli. Dopo un po’ di cammino urlai: ‘Cosa fate sciacalli?’ ‘Mangiamo sulla pancia dei morti’, urlarono. Allora mi detti due schiaffi e mi svegliai” (4). Sordi fu protagonista del film di Elio Petri tratto dal romanzo di Mastronardi (5) - che a Vigevano, a dire il vero, dedicò una trilogia (6) - ma anche di un curioso film di Tinto Brass, “Il disco volante” (1963) in cui la comparsa di alieni in piena provincia conduce alla follia i protagonisti, non creduti, non più omologati dalla stupefacente apparizione. Sordi interpretava ben quattro personaggi con un istrionismo mai eccessivo. Fra questi un impiegato con ambizioni letterarie che si lamenta del successo urbano dei “soliti Moravia e Pasolini” (7). Brass, veneziano e all’epoca ancora cineasta di estro, lontano dalla città filma anche “La vacanza” (1971), una toccante storia d’amore fra due matti (Vanessa Redgrave e Franco Nero) circondati da una truppa di irregolari e da un mondo operaio più folle di loro (8). Gli artisti di solito non sopportano, chissà perché, il fiato sul collo dei propri concittadini, li disprezzano e si isolano. Rischiando d’impazzire. Eccetto rarissimi casi, però, non impazziscono per niente, anzi. La provincia che li maltratta è la stessa che fa da serbatoio alle loro idee. Generoso Picone ha definito la provincia italiana “un’esperienza memorabile” (9). Ha parlato di “autori solitari e sconfitti, indecifrabili con le categorie interpretative istituzionali e da parte loro refrattari a ogni definizione. (…) Vive in loro il forte senso di un’appartenenza ai propri luoghi, scenari non muti di biografie sanguigne, magari strambe, autentiche ed eccessive, in qualche caso bruciate in archi brevi, intensi e irripetibili”. È la provincia dei D’Arzo (Reggio Emilia), i Loria (Carpi, Modena), e poi Delfini (Modena), Bassani (Ferrara), Federico Tozzi (Siena) e Romano Bilenchi (Siena), fra gli altri. Siamo nel primo novecento. “L’intellettuale avverte che il mondo contadino ha abbandonato i valori antichi, e ne sente una nostalgia che dolorosamente sa inutile”. Come il protagonista di “Con gli occhi chiusi”, scollegato dalla realtà e in preda anche lui a delle allucinazioni che lo portano sempre altrove, mentre “l’esterno resta lì, intatto ed estraneo” (10). Picone ricostruisce con perizia la mappa di tre generazioni successive di scrittori, seguendo la direttrice adriatica, emiliana e padana della cultura italiana. Ma abbiamo visto come quella direttrice si può facilmente far proseguire verso le Puglie e la Lucania di Nigro, la Calabria di Alvaro, la Sicilia di Sciascia e oggi di Camilleri. Ognuno descrive la particolare follia della propria terra. Ma i personaggi che questi scrittori hanno usato per riprodurre il comportamento originale del matto - il matto di paese - valgono per il mondo intero. Descrivono una condizione, l’idiozia, che solo i presunti intelligenti considerano subordinata. Gli esempi si sprecano. Ciccio Ingrassia, lo zio scemo in cima all’albero della cascina, in preda a “l’ululo” nell’“Amarcord” felliniano, il disperato comicissimo richiamo frutto di un esasperata eccitazione sessuale (11). Dice Gianni Celati: “Fuori dagli itinerari turistici, la letteratura italiana può vantare narratori di straordinaria purezza” (12). Lo stesso discorso vale per i suoi personaggi. Seguendo il corso del fiume Po, in prossimità di Castelmassa, Celati s’imbatte in uno strano personaggio. Lo descrive così: "L’uomo che ci ha chiesto un passaggio parla in modo confuso perché gli mancano tutti i denti davanti, fa sorrisi senza senso, e porta una maglietta scolorita con sul petto il nome di una marca di bicicletta. Facendo quei sorrisi senza senso dice che vuole mostrarci un posto sul Po, insiste per accompagnarci. In fondo a un viottolo strabalzante arriviamo ad una villa o casa signorile abbandonata, con balcone cadente e avvolta nella vegetazione, cinta da grandi arbusti di rovi e rubinie che la nascondono, tranne sul lato frontale. Sul tetto sopra il frontone c’è la piccola statua di un guerriero a braccia incrociate che sembra bizantino. Il nostro passeggero ce la indica: “È l’eroe della penitenza”. Siccome prima avevamo visto manifesti che inneggiavano agli eroi della resistenza, e lui faceva quel sorriso, ho pensato fosse un gioco di parole. Lo sdentato sorridendo ci ha chiesto: “Mi somiglia?”. È lui l’eroe della penitenza: va in giro a pulire vecchie case sul Po senza che nessuno glielo chieda, e questa sarebbe la sua occupazione di penitenza, a quanto siamo riusciti a capire. Dopo ci ha guidato ai resti di un piccolo imbarcadero, sul fiume che scorreva pieno di bolle e rifiuti, e ci indicava quelle bolle color del pane sparse su tutta la superficie dell’acqua. Ha detto: “Le avete mai viste? Vengono dalle centrali elettriche. Ce ne sono tante di centrali, eh!”. Tornati alla macchina ci ha chiesto da fumare e poi ci ha chiesto di mandargli una cartolina, insistendo perché annotassimo il suo indirizzo. Infine ci ha chiesto tremilalire ed ha voluto tutto il pacchetto di sigarette" (13). Per molti altri registi
italiani tra sani e pazzi, in paese, come in città, non c’è
differenza. Tutto sembra normale, nella solida provincia veneta, ordinata
e razionale, e invece “Il commissario Pepe” di Scola si vede
regolarmente tagliare la strada da un matto in motocicletta che terrorizza
le strade locali (14). Un personaggio simile (tanto da risultare una
citazione) si aggira anche nel paesino in Cornovaglia di “Local Hero”
(15). Anche lui su una moto (una Guzzi, se non ricordiamo male), anche lui
senza un’identità precisa se non quella dello strambo a due ruote. Roba
del genere. Note |