rivista internazionale di cultura

Il Papa Ombra

La storia recondita e travolgente di Joseph Aloisius Ratzinger. Il Papa che nacque di sabato santo diventato Romano Pontefice Emerito dopo la sua rinuncia “al ministero di Vescovo di Roma, successore di San Pietro”. Il confine sottile fra il teologo e l’uomo del potere vaticano. Le sue “dimissioni” mai del tutto chiarite, il suo passato tedesco, la convivenza con un altro Papa. Ratzinger, dunque, come pontefice informato dei fatti. Fatti che Gherardo Fabretti raccoglie e distingue in un crescendo biografico che getta nuova luce e altrettanta ombra su una figura amata, sospettata o sopportata. Indifferentemente.


IL PAPA OMBRA | vita e sorte di Benedetto XVI
una serie creata da Gherardo Fabretti

Produzione Alfonso Pasti per Leconte
Graphics Versatile, Roma

© 2013-2014 Leconte

 

Prima puntata

“Il regalo più bello sarebbe lasciarmi andare”

“Annuntio vobis gaudium magnum: habemus Papam! Eminentissimum ac reverendissimum dominum, dominum Josephum, Sanctae Romanae Ecclesiae Cardinalem Ratzinger, qui sibi nomen imposuit Benedicti XVI”.

A cosa pensasse quel 19 aprile del 2005 Joseph Aloisius Ratzinger, già cardinale, docente di teologia dogmatica e prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, nessuno in verità lo saprà mai. Affacciato al balcone, il sosia del Cancelliere Palpatine ricordava con nostalgia lo studente ventenne del seminario Georgiano di Monaco? O rifletteva sull’enorme carico appioppatogli da ottantaquattro sconsiderati? Forse né l’uno né l’altro. Di sicuro il semplice e umile lavoratore non si era reso conto della reale estensione della vigna fino al momento di affacciarsi sulla piazza. Solo allora ebbe chiaro il senso profondo di essere papa; “papa”, quattro sole lettere ripetute a mezza bocca chissà quante volte. Ma se quel vigneto stretto tra le colonne del Bernini gli apparisse verde o “di color fosco” non si sa. Benedetto XVI, alla vista del subisso di tifosi avrà desiderato riprendere i panni del cardinale Ratzinger? O il cardinale Ratzinger avrà pian piano accettato, persino amato, i nuovi panni nell’armadio dopo averne scansato la possibilità più e più volte?

Già nel 1994 il prefetto aveva mandato segnali inequivocabili al Vaticano, dichiarando al “Mittelbayerische Zeitung” di volersi ritirare entro l’anno nella sua Baviera, tra gli amati gatti, i libri e il pianoforte, rincarando poi le proprie intenzioni tre anni dopo, per il suo settantesimo compleanno. Non più giovane, colpito da una lieve forma di diabete, iperteso e già tormentato da due attacchi ischemici, Ratzinger, lontano mille miglia dall’idea di un corpo-involucro, e assai attento, invece, alla propria salute, non aveva la minima intenzione di caricarsi sulle spalle il macigno della missione papale;  “il regalo più bello sarebbe lasciarmi andare”, avrà mormorato. Speranza vana, perché Wojtyła è di tutt’altro avviso: rifiutando persino di riconoscere la scadenza naturale del mandato curiale, fissata a settantacinque anni, lo inchioderà ai propri presunti doveri. Troppo prezioso quel Ratzinger, col suo cervellone da professore e quel solido tradizionalismo: una iniezione di bromuro a beneficio della curia, e di sé, più libero di muoversi secondo le universali visioni geopolitiche dei suoi ultimi anni, quelle dei mea culpa internazionali e dei viaggi mondiali, tanto insopportabili a buona parte dell’esercito porporato in Vaticano.

Nonostante la raccomandazione del pezzo più grosso di tutti, alla morte di Giovanni Paolo II le operazioni per misurare il vestito del successore più quotato si rivelano comunque lunghe e complesse. Come nella sala proiezioni del famigerato Guidobaldo Maria Riccardelli di fantozziana memoria, fuori dalle porte della Sistina quel 18 aprile 2005 correvano voci incontrollate e pazzesche: Policarpo, Arinze, Hummes, Ruini, Sodano, Scola, Tettamanzi e persino il giovanotto Schönborn, all’epoca sessantenne.

Più che sui nomi, però, lo scontro è tra visioni: quella del fronte conservatore, anti-secolare e avverso ai presunti cedimenti della Chiesa, e quello progressista, aperto a discussioni su argomenti assai spinosi quali anticoncezionali e celibato dei preti, sempre rifiutati dal papa polacco.

Come in Guerre Stellari, il famigerato Impero Galattico è comandato da un gruppo solido di potenti, tutti latinoamericani, veterani di affari curiali e decisamente conservatori: Alfonso López Trujillo, Darío Castrillón Hoyos, Julián Herranz e Jorge Medina Estévez.

La resistenza si arrocca intorno a Carlo Maria Martini, a Villa Nazareth; assieme a lui Dionigi Tettamanzi, José da Cruz Policarpo, Godfried Danneels e Cristoph Schönborn. Se Tettamanzi è il candidato progressista e il futuro papa Francesco, Jorge Mario Bergoglio, rappresenta la concreta possibilità di una via di mezzo, l’unico non intenzionato allo scontro è proprio il favorito: Joseph Ratzinger.

Al conclave si consuma una lenta guerra di nervi all’ombra della ‘legge elettorale’ varata nel 1996 dal previdente Wojtyła: il famigerato articolo 75 della costituzione apostolica Universi Dominici Gregis. Se tre giorni di scrutini a maggioranza di due terzi non sono sufficienti a designare il nuovo pontefice, scatta un macchinoso protocollo basato su tre turni di sette scrutini intervallati da un giorno di preghiera: se al termine della trafila il pontefice non è ancora stato scelto, si passerà ad una votazione secca a maggioranza assoluta.

Il terrore di mostrare al mondo trentaquattro fumate nere, prima di perdere comunque a maggioranza assoluta, fa cedere la minoranza riformista: con ottantaquattro voti e quattro scrutini era nato Benedetto XVI. Il sosia di Darth Sidious, come la satira internet lo ha spesso rappresentanto, in realtà non si rivelerà né spregiudicato né assetato di sangue. Ansioso, quello sì, di potersi liberare di panni giudicati inadeguati, in tutti i sensi. La rinomata sartoria Gammarelli, fornitrice ufficiale dei pontefici dal 1800, sarà subito licenziata da Ratzinger per un abito giudicato troppo corto. La Provvidenza iniziava a lanciare segnali. Presto ne sarebbero arrivati altri.

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