rivista internazionale di cultura

Storie magazine

1/2011 | TRADIMENTI

PSICOANALISI

Tra Freud e Jung c’è Sabina Spielrein

    (Aldo Carotenuto) – Zurigo, autunno 1910. Il battello procedeva lentamente sull’acqua del lago che diventava sempre più scura. Nuvole pesanti sfioravano l’orizzonte in una luce livida e obliqua. Una scolaresca chiassosa percorreva l’imbarcazione in lungo e in largo, ostinata, giuliva e travolgente. Le anziane signore e i bagagli sparsi non costituivano certo un ostacolo. Sabina osservava la scena, si era seduta con una lettera tra le mani. “Sì, sono state due nottate difficili. Anche la mia ragione, con tutta la freddezza di cui è capace, si abbandona alle fantasticherie. Come potrei oppormi?” Il battello procedeva con una lentezza esasperante. I bambini correvano su e giù per le scale gridando. “Se lo amo tanto, potrei almeno dargli un figlio; come abbiamo sognato insieme in altri tempi. Certo, fosse così semplice! Ora sto qui seduta, stanca, dopo aver superato la burrasca e mi ripeto fermamente: meglio un’amicizia a distanza”.

    Poi la voce di un bel ragazzo bruno in divisa annunciava: “Signori, si scende”. Sabina esitava in mezzo alla ressa dei passeggeri, poi si alzava lasciando scivolare inavvertitamente la lettera di Carl. Un uomo in abito chiaro era rimasto seduto durante tutta la traversata in un sedile poco distante da quello di Sabina. Era assorto nella lettura di un libro. A volte si interrompeva, annotava qualcosa ai margini del libro. Poi, come soprappensiero, con la matita tra le dita, lasciava scorrere lo sguardo sui passeggeri, sulle mani delicate di Sabina, sulla scia d’acqua silenziosa lasciata dal battello. Aveva notato quei suoi occhi profondamente neri.

    Quando il battello era arrivato a destinazione anche lui esitava. Era rimasto per un po’ a guardare i passeggeri che scendevano e quella ragazza esile con gli occhi neri. Poi lo sconosciuto si era chinato, aveva raccolto un foglio, lo aveva riposto nel libro che portava con sé. Il buio era calato quasi impercettibilmente. Il lago alle spalle di Sabina era diventato una macchia liquida. La strada che portava alla casa del Dott. Jung, Sabina la conosceva nei minimi dettagli, lo andava a trovare regolarmente, due o tre volte alla settimana, quando era una sua paziente. Con l’aiuto del Dott. Jung Sabina aveva risolto una difficile malattia nervosa e, in seguito, si era laureata in medicina. Ora il Dott. Jung le chiedeva urgentemente un incontro.

    Sabina camminava sulle foglie cadute nel viale del parco. Quelle foglie rosse le notava sempre su qualunque strada. Erano così leggere e melanconiche, come certe sensazioni che richiamano le atmosfere dell’infanzia. Sabina camminava e tornava a pensare a Carl. Gli aveva spiegato che lo amava come poteva, ma che non aveva colpa se la sua natura orgogliosa opponeva resistenza all’influsso profondo che lui esercitava su di lei. Del resto a lei quell’amore non aveva portato altro che dolore. Erano pochi gli attimi in cui poteva dimenticare tutto. Era difficile tranquillizzarsi sapendo che lui era sposato. Aveva perfino avuto una figlia da poco tempo.

    In certi momenti sentiva una tale disperazione che pensava che si sarebbe uccisa. Le sembrava di dover lottare contro i demoni che Carl aveva risvegliato contro di lei. Nei momenti di calma si diceva che avrebbe voluto separarsi da lui con amore e che avrebbe amato un altro. Sabina udiva un suono di violino provenire da molto lontano. Come mai non se ne era accorta prima? Sentiva uno strano turbamento crescerle nel petto. Sapeva già di quella musica. Doveva conoscerla. “Ma certo, era la musica di Wagner. Che coincidenza!” Sabina rifletteva e si sentiva scossa dalla sorpresa: “la musica preferita da Carl…” Non capiva più cosa le stava accadendo. Forse stava sognando ad occhi aperti. Si sentiva smarrita. Soltanto ora si accorgeva di essere terribilmente in ritardo. Affrettava il passo ma improvvisamente si rendeva conto di aver perduto la strada. Forse si era confusa a quell’incrocio. Doveva essere capitato quando aveva sentito quella musica: quella musica la ossessionava! Era ritornata perfino indietro cercando nelle cose dei segni noti che le venissero in aiuto, ma con sgomento si era trovata per ben due volte al punto di partenza. Per strada non si incontrava più nessuno eppure le sembrava quasi d’essere seguita. Camminava velocemente. Doveva essere tutto frutto della sua immaginazione.

    Sabina aveva appena finito di formulare questo pensiero che udiva di nuovo quei passi, questa volta però le sembravano reali e sempre più vicini. Da un viottolo laterale veniva fuori un uomo, uno sconosciuto. Era l’uomo in abito chiaro. “Signorina, mi scusi signorina, Lei non mi conosce, mi scusi se la importuno. Ero sul battello”. Lo sconosciuto portava un libro sotto il braccio sinistro e con la mano destra le porgeva un foglio: “Ha perduto questo”. Sabina lo guardava stupita con quei suoi profondi occhi neri. Prendeva il foglio quasi automaticamente. “Grazie”, riusciva a malapena a sussurrare. Aveva riconosciuto quel foglio: era la lettera di Carl. Intanto lo sconosciuto con quel suo curioso modo di camminare, si era dileguato come fosse venuto dal nulla.

    Sabina vedeva di nuovo, una dietro l’altra, le luci fioche del viale e il gruppo di alberi che si innalzavano silenziosi in quella curva della strada dove si scorgeva il cancello di ferro della casa del Dott. Jung. Una donna in crinolina bianca l’aveva introdotta nello studio a piano terra. Il Dott. Jung sedeva su una poltrona con i braccioli di legno, accanto alla finestra della piccola stanza quadrata. Sulla parete di fronte a lui l’orologio a pendolo segnava le nove passate. Sabina si era appoggiata leggermente al pianoforte che si trovava proprio vicino alla porta. Il Dott. Jung aveva alzato la testa dal libro che stava leggendo, si era tolto gli occhiali cerchiati d’oro. L’aveva aspettata per più di un’ora e adesso si sentiva quasi sorpreso di vederla. Forse aveva immaginato che non arrivasse più perché temeva quell’incontro?

    Non sapeva più bene come le avrebbe parlato di quella lettera che aveva ricevuto. Una lettera della madre di Sabina. Aveva riflettuto a lungo sul da farsi. Aveva pensato e ripensato a come avrebbe potuto sistemare quella situazione che stava diventando sempre più difficile e pericolosa. Tutto era in pericolo. La sua professione, il suo matrimonio, la sua carriera erano minacciati. Doveva agire con calma, parlare con calma, ma era turbato, come sempre, dalla presenza di quella ragazza. Il Dott. Jung si era alzato e avvicinandosi a Sabina le aveva preso tutte e due le mani. “Finalmente riesco ad incontrarla, sono stato in pensiero per lei”. Sabina gli sorrideva. Quando poteva vedere Carl di persona si sentiva sempre più serena, più calma, come alleggerita dai pensieri tristi che la torturavano sulla loro relazione. Si rassicurava del suo amore per lei. Questa volta però Carl Jung le dava l’impressione d’essere a disagio.

    La faceva sedere di fronte a lui e cominciava a parlarle con un atteggiamento impacciato a momenti distaccato, quasi professionale. Le diceva di aver ricevuto una lettera di sua madre, che non riusciva a capire come fosse venuta a conoscenza della loro relazione. Sembrava quasi sospettare di lei. Temeva che Sabina avesse fatto delle confidenze a qualcuno. In certi momenti gli tremavano le mani e sembrava più che altro riflettere ad alta voce. Forse la moglie sapeva già tutto, si doveva fare in modo di mettere a tacere i pettegolezzi. D’altra parte lui amava Sabina proprio per questo suo carattere forte e orgoglioso, per la sua capacità di essere libera e indipendente. Certo che l’amava, lui, il Dott. Jung, l’aveva salvata da quella malattia gravissima soltanto grazie all’amore e alla dedizione che le aveva portato. Ma ora lei, Sabina, doveva capire che non l’avrebbe mai sposata perché c’era dentro di lui un aspetto filisteo, tipicamente svizzero che aveva bisogno di vivere nelle limitazioni e si spaventava di vivere con una donna troppo evoluta come era lei.

    Sabina era profondamente sconvolta. Era diventata silenziosa. Lo ascoltava parlare, lasciava che parlasse. Bisognava andare fino in fondo. Le sembrava di avere di fronte a sé un uomo diverso da quello che aveva conosciuto e amato. Forse aveva soltanto creduto di conoscerlo. Sapeva soltanto che era arrivato realmente il momento di separarsi.

    Sabina era di nuovo sola per la strada. Le parole del Dott. Jung le si affollavano in mente. Le aveva detto che lei era onesta nell’amore mentre lui era disonesto. Già, non poteva farne a meno. Nel momento cruciale della loro discussione invece di mostrarle quell’amore calmo di cui aveva tanto bisogno dopo tutto il suo tormento, egli aveva nuovamente assunto quell’odioso ruolo di Don Giovanni. Le aveva fatto intendere che lei, Sabina, apparteneva a quella categoria di donne che non sono nate per essere mogli e madri, ma per essere libere. Capiva il povero tentativo di quell’uomo di salvare se stesso. Il Dott. Jung chiedeva a lei, Sabina, di essere coraggiosa e indipendente perché lui non aveva il coraggio della propria indipendenza. Sabina arrossiva di sé ma anche per lui, per quell’uomo di cui aveva tanto stimato l’intelligenza. Si sentiva molto depressa. Aveva paura dei giorni terribili di solitudine che l’aspettavano. Le sembrava di avere la febbre ma doveva resistere, avrebbe lottato con tutte le sue forze per se stessa.


    A FUOCO | l'eccezione

    Storie online: cultura dall'Italia e dal mondo. Ogni giorno

    error: