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Storie magazine

1/2016 | TERZA, QUARTA, QUINTA PERSONA – pt. I

MUSICA

Pino Masi: l’irriducibile cantastorie della lotta di classe che dal 1967 a oggi non è mai cambiato. Guarda l’intervista e ascolta “La ballata del Pinelli”

    pino masi

    Pino Masi, nato in Sicilia da padre toscano, dalla metà degli anni ’50 ha vissuto a Pisa dove si è formata la sua coscienza politica

    (Michele Montanari) – Non conoscevo nulla di Pino Masi, nemmeno i suoi canti di lotta, forse dimenticati dentro gli anni della mia stagione operaia. Un operaio con tutto il corredo degli anni Duemila, meglio sarebbe dire quindi un operatore. Cercavo in me una coscienza operaia che non vedevo fuori. Mi guardavo attorno e non c’erano più i Lulù e i Mimì di Petri e della Wertmüller, come non c’era più niente che diffondesse l’aria di una classe operaia (per non dire proletaria), nemmeno il bollettino sindacale della Cgil. Il conflitto quando c’era, era solitario, forse solo economico, pressoché estetico. Pino Masi però c’era e gridava ancora le sue ballate. Ho incontrato la figura di Pino Masi sotto le spoglie di Claudio Santamaria nel film “I primi della lista” (2011) di Roan Johnson. Una storia emblematica e curiosa datata 1 giugno 1970, lo stesso anno in cui Masi fu dirigente dei Circoli Ottobre in seno alla neonata Lotta Continua di cui fu voce e volto per diversi anni.

    Roan Johnson racconta con coraggio una storia che parte da Pisa e che passando dall’Austria a Pisa ritorna, per consegnare alla cronaca tre giovani in fuga da un possibile golpe militare. È la vicenda reale, a tratti grottesca, di Pino Masi, Fabio Gismondi e Renzo Lulli, tutti e tre coinvolti a vario titolo nel cosiddetto Movimento del ’68.
    I tre decidono di fuggire dal paese su una Fiat 500 verso una salvezza oltre confine, cercando un vero e proprio asilo politico al varco austriaco. Ma questa storia merita di essere raccontata dal film e non qui.

    Qui si vuol raccontare di Pino Masi, che si rivela ancora oggi lo stesso cantastorie della sinistra operaia di quasi mezzo secolo fa, quando la sinistra operaia non corrisponde più a un corpo sociale per intero, ma si leva a brandelli sparsi dalle residue grandi industrie italiane. Eppure il cantastorie di Lotta Continua e de “La ballata del Pinelli”, artigiano di idee libertarie, continua a cantare nelle piazze quelle che lui chiamava (e chiama ancora) le classi subalterne (oggi nessuno accetterebbe per sé una definizione simile).

    pino masi

    Riascoltare le ballate di Masi oggi produce la bigia malinconia degli anni ’70. Ha scelto di restare un busker, un cantastorie di contrada, un reduce parlante e cantante di quegli anni destinati a deludere tanti ideali

    Così riscopro un Masi divenuto simbolo di resistenza e di fede anarchica ai tempi della rivoluzione digitale che di suo già promette sogni infiniti dunque impossibili; scopro l’icona del suo volto profilato in nero sulla copertina del disco “12 dicembre” (colonna sonora al documentario pasoliniano sui fatti di piazza Fontana) che affiora da qualunque ricerca fatta col suo nome, assieme a immagini di lui che imbraccia la chitarra a fauci spalancate, gli occhi fiammeggianti rivolti ad est se non proprio al grande Sogno di libertà universale.
    Meglio forse sarebbe stato dimenticarmi ulteriormente di quest’uomo. Riconsegnarlo alla memoria dei suoi anni gloriosi, al loro fideismo esultante e fiero che io come tanti non ho vissuto e non vivo.

    Viene spontaneo accostare a questo personaggio decine e decine di uomini pubblici e politici che di quegli anni di scontri violenti e contrapposizioni hanno fatto poi scuola di integrazione, acuminando un proprio istinto di sopravvivenza professionale. Masi ha scelto di restare un busker, un cantastorie di contrada, un reduce parlante e cantante di quegli anni destinati a deludere tanti ideali. Questo può avvilire entrando nella sua vita, il senso di un tradimento (il famoso tradimento alla causa del liberismo economico) da parte della storia sociale e politica di quell’area combattente che si chiamò Potere Operaio, poi Movimento operai-studenti, poi Lotta Continua e così via.

    Riascoltare le ballate di Masi oggi produce la bigia malinconia degli anni ’70; un sentimento di tristezza tutta rivolta al passato, a quel che per sempre pare andato, scomparso, tanto poi da volerne fare cinema e letteratura quando ancora il ricordo vive, e canta.

    Le ballate semplici di Pino Masi parlano di padroni e di fratelli operai e resistono sul web, su Youtube, ma sono diventate quasi folclore, storia orale del famoso periodo militante. “La ballata della Ignis” o “Liberare tutti”, “Compagno sembra ieri”. Queste semplici cantate con idioma toscano, per lo più in rima alternata, coi cori cupi e le chitarre raddoppiate… E poi gli slogan e gli inni andati poi a sbiadire nei cosiddetti anni del riflusso (reflusso anche gastrico per molti).

    Si può credere che anche “La ballata del Pinelli” sia stata ingaggiata dalla storia per dar consolazione all’ingiustizia, o che Masi stesso si sia ingannato rispetto alla lotta di classe da parte del movimento (va ricordato che abbandonò Lotta Continua nel 1975 parlando di ingloriosa fine del ‘68 sulla via alcolica al socialismo). Ma se una certa lotta lo ha deluso, lui, il Masi, ne ha sempre poi cominciata un’altra, e un’altra ancora, una al giorno, fino ad oggi.

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    Ne “I primi della lista”, Roan Johnson racconta con coraggio una storia che parte da Pisa e che passando dall’Austria a Pisa ritorna, per consegnare alla cronaca tre giovani in fuga da un possibile golpe militare. È la vicenda reale, a tratti grottesca, di Pino Masi, Fabio Gismondi e Renzo Lulli

    La sua voce pastosa e vibrante esaltata anche da molti cantautori sulla via del successo, il suo volto barbuto e accigliato, logo ante litteram di Lotta Continua, sono oggi marchio di una sinistra lontana, storica, di resistenza affettiva di ideali in costante agonia, senza che Masi, maestro d’arte e cantastorie sia mai stato un vero e proprio personaggio pubblico, rassicurato da qualche genere di mercato.

    Quando nel 1975 lascia Lotta Continua e la politica attiva, Masi non lascia comunque né la musica, né la politica in senso ampio. Lavora già da alcuni anni con Pasolini al docufilm “12 dicembre”, frequenta De André portandolo sempre nel 1975 verso il primo concerto pubblico a Pisa, e di lì a poco incide un nuovo disco per la Cramps di Demetrio Stratos e compagni, dal titolo “Alla ricerca della madre mediterranea” (1978).

    Da quel 1975 inizia la sua ricerca etnica che lo riporta anche verso la natia Sicilia a partire dagli anni ‘80. Comincia da Marsala in quegli anni la nuova fase musicale di Masi, quella che ancora oggi lo vede suonare nelle piazze del sud Italia con il Tribal Karma Art Ensemble. In mezzo a questi anni va ricordata la collaborazione con l’amico esponente di lotta Continua Mauro Rostagno, sociologo ucciso per mano mafiosa nel 1988.

    Nel finale del film di Johnson, compare il vero Pino Masi con la chitarra in mano che canta “Quello che non ho” poco prima intonata in una bella scena del film dai tre giovani protagonisti. Così noi intuiamo quella che ancora oggi dopo quarant’anni è la vita del cantastorie, quella di sempre, con l’aggravante relativa dell’età che avanza nella ristrettezza economica.

    Lo stesso uomo che fu dirigente pisano dei circoli Ottobre, di Potere Operaio, che fondò il Canzoniere Pisano e che ha collaborato con l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (1990-1992 sul campo della guerra del Golfo), oggi – quando non è a suonare in qualche circolo giovanile o in testa a un picchetto di appena licenziati – girovaga per le strade di Pisa suonando la chitarra davanti a poca gente accalorata e stanca o a qualche squadra aziendale in subbuglio, per la sempre disperata causa di chi viene licenziato.

    Ma oggi i padroni son rimasti pochi, sempre più grandi e invincibili pare. E allora tu Pino, oggi dovresti cantare anche per i tanti piccoli padroni che s’impiccano nei loro uffici soffocati dai debiti o fuggono ammattiti dentro le loro berline invecchiate male. Oggi puoi cantare forse ancora di più e per tutti perché il socialismo reale è sì finito, ma il capitalismo non finisce mai e muore di continuo uccidendo tanto intorno.

    Sono questioni eccedenti, ormai al di là della memoria quotidiana, al di là della suppurazione intellettuale, dal momento che confrontarsi con gli anni di Pino Masi significa confrontarsi con una coscienza storica deformata, che fatica a credere che l’Italia fosse un posto tanto vivo e tragico a confronto con il dibattito ansiogeno che ricopre di grigia ripetizione e di ricordi le discussioni contemporanee sul ’68 e i suoi derivati.

    Prima di chiudere questa breve ricognizione sul cantastorie pisano, voglio ricordare l’arco temporale enorme nel quale ha inciso e cantato canzoni dal 1967 fino ad oggi; l’ultimo album è del 2010, “S’av’ascallari” con la collaborazione del fedele Tribal Karma Art Ensemble col quale è partito anche un grande tour nel sud Italia e a cui ha fatto seguito il Nuovo Canzoniere Italiano. Pino si è unito a questo gruppo di giovani nel 1994 e da allora suonano assieme uniti per l’appunto dalla pratica del Tribal Karma.


    Ascolta “La ballata del Pinelli”

    Guarda l’intervista a Pino Masi in cui parla della differenza tra
    cantastorie e cantautori:

    Guarda Claudio Santamaria nel film “I primi della lista”
    quando incontra il vero Pino Masi
    (scena finale):


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