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Storie magazine

1/2016 | TERZA, QUARTA, QUINTA PERSONA – pt. I

LETTERATURA

Luis Alejandro Velasco: il “naufrago” raccontato da Gabriel García Márquez diventò un anonimo impiegato. Fece causa al premio Nobel per poi chiedergli scusa…

    (Marco Gavazzi) – Luis Alejandro Velasco era un marinaio di Cartagena, Colombia, imbarcato sul cacciatorpediniere Caldas della marina militare colombiana alla fonda, per otto mesi tra il 1954 ed il ’55, nel porto di Mobile, Stati Uniti. Alle 3 del mattino del 24 febbraio ’55, l’unità Caldas salpa dalle coste statunitensi per fare ritorno in patria. Alle 11,55 antimeridiane del 28 febbraio un’onda gigantesca spazza la nave. Il carico, lavatrici, frigoriferi e altri elettrodomestici è male assicurato e piomba in mare travolgendo otto membri dell’equipaggio, Luis Alejandro Velasco tra gli altri.

    luis alejandro velasco

    Luis Alejandro Velasco, il marinaio del cacciatorpediniere Caldas sopravvissuto a dieci giorni su una zattera nel mar dei Caraibi. Era il 1955

    Da quel momento inizia per lui un’avventura terribile: raggiunge una zattera di sughero sbalzata anch’essa dalla tolda, vede i suoi compagni annegare uno a uno senza poterli soccorrere, e su quella zattera trascorrerà dieci giorni senza mangiare nulla tranne un boccone di pesce strappato agli squali e una radice impigliatasi nel fondo della zattera, né bere se non qualche sorso di acqua marina. Trovato da alcuni contadini sulla battigia, in fin di vita, Velasco torna a casa e ha il suo quarto d’ora di notorietà. Ben pagato per fare pubblicità alla marca del suo orologio, che non ha mai smesso di funzionare durante la tragedia, e alle sue scarpe, tanto solide da non averle potute masticare; decorato al valore, reintegrato in marina come allievo ufficiale, alla sola condizione di non raccontare la sua storia senza approvazione dell’autorità.

    Ciò nonostante, qualche mese dopo, Velasco si presenta alla redazione del quotidiano El Espectador di Bogotà e si sottopone a una lunga intervista, venti sedute da sei ore, con un giovanissimo redattore. Quel giornalista si chiamava Gabriel García Márquez e il racconto, pubblicato in quattordici puntate, fece raddoppiare le vendite del giornale. “Quel che non sapevamo” – scriverà più tardi Márquez – “era che quella faticosa ricostruzione ci avrebbe condotto ad una nuova avventura, la quale provocò una certa agitazione nel paese, costò a lui la gloria e la carriera e a me avrebbe potuto costare la pelle”. Infatti la narrazione metteva in luce che: 1) non c’era stata una tempesta ma solo il normale mare grosso del Golfo delle Antille, 2) il carico era stato fissato malamente e soprattutto 3) il carico era di contrabbando.

    Il potere, una dittatura militare, non poteva tollerare simili rivelazioni. Ma Velasco non smentì una sola riga e dovette lasciare la marina, il giornale fu chiuso d’autorità e Márquez partì in esilio (patetiche dittature anni cinquanta: oggi potremmo raccontare qualunque cosa su, per esempio, il disastro di Ustica e non turbare i sonni di nessuno). Nel 1970 l’intervista venne pubblicata in volume, “Racconto di un naufrago”, e vendette ventidue milioni di copie in tutto il mondo. “L’eroismo, nel mio caso, consiste esclusivamente nel non essermi lasciato morire” dichiara Velasco, ma Márquez dice di no: l’eroismo del marinaio consiste nell’aver rinunciato a tutto pur di non negare la verità. Purtroppo però il destino, più cinico di qualsiasi dittatore, ha spregio per gli eroi: nel 1983 Velasco, oscuro impiegato in un’azienda di trasporti, intentò causa allo scrittore per essersi appropriato dei diritti d’autore internazionali, ma la corte suprema di Bogotà gli diede torto, revocandogli anche i diritti sull’edizione spagnola cedutigli dal premio Nobel.

    Luis Alejandro Velasco è morto il 3 agosto 2000, a sessantasei anni, divorato dal cancro. La settimana precedente, in una intervista rilasciata a quello stesso El Espectador, ha porto le sue scuse a Márquez, e gli ha chiesto di aiutarlo nelle costose cure cui la malattia lo costringeva. Poco tempo dopo si è ammalato anche Gabo, tumore linfatico, e lo abbiamo visto idealmente lì, disteso in quella zattera bianca, un remo inutilmente proteso verso coloro che annaspano tra i flutti, far rotta verso il nulla insieme a Ismaele, a Gordon Pym e al suo ancora giovane, ancora eroico marinaio. Buon viaggio.


    Da Storie 41/2001 – Terza, quarta, quinta persona

    storie41

     


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