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Storie magazine

1/2016 | TERZA, QUARTA, QUINTA PERSONA – pt. I

INTERVISTE

Giuseppe Pontiggia: “Ho usato il linguaggio memorabile che di solito si dedica alle vite illustri per raccontare donne e uomini comuni”

    (Vite immaginarie di donne e uomini dal destino oscuro
    narrate con il linguaggio nobile riservato ai protagonisti della Storia.
    “Vite di uomini non illustri”, le ha chiamate l’autore lombardo,
    che ci ha lasciato troppo presto nel 2003.
    Ma sui moventi – estetici, letterari, umani – di queste sue “Vite”
    ci ha intrattenuto a lungo, ragionando sulle deformazioni
    ora consolatorie ora denigratorie che si sovrappongono alla verità
    nelle biografie ufficiali da cui siamo inondati)


    (Alessandro Mazzola) – Sono le 9.45 d’un mercoledì mattina quando arrivo, con una manciata di minuti di ritardo, a casa di Giuseppe Pontiggia. Milano ha quel tanto di sole che basta per non renderla ostile. La sera precedente, al telefono, ci eravamo accordati sull’orario e gli avevo detto che, se gli andava, l’avrei incontrato per parlare dei “non protagonisti”, dei suoi, quelli di “Vite di uomini non illustri” (Mondadori 1993) e dei nostri.

    Giuseppe-Pontiggia

    Giuseppe Pontiggia nel suo studio milanese (ph. Leonardo Céndamo). “Vite di uomini non illustri” è stato pubblicato in Germania (per Hanser), Francia (Albin Michel), Danimarca (Borgen), Spagna e America Latina (Grijalbo), Svezia (Bonniers) e Olanda (Ambo). Michele Trecca ha riconosciuto nell’opera “un punto centrale di coagulo di temi antichi (gli interni borghesi, il tradimento, la fuga) e di definizione e messa a punto (con didascalica evidenza e semplicità) degli interessi stilistici di sempre (la varietà dei registri e dei linguaggi). Del tutto nuova, invece, la partecipazione emotiva dell’autore e, in termini generali, la stessa struttura del libro”

    Eccomi, dunque, a casa sua, una casa famosa per chi vive di libri, perché Pontiggia oltre ad essere uno dei nostri più prestigiosi autori, è un bibliofilo di rango. Mi apre la moglie ed è subito cordialità; bevo un caffè e un po’ mi guardo intorno ma soprattutto comincio a chiacchierare con questa gentile signora che nemmeno per un istante mi ha fatto sentire estraneo. La casa è accogliente, vi predominano il verde e il marrone, le pareti son ricoperte di legno scuro: si vede che è abitata da persone che la vivono. Di libri ne ho visti tanti, un po’ ovunque, anche collocati in soluzioni di arredamento ingegnose e piacevoli, ma non li ho visti tutti: al piano sotto un intero appartamento ne è stipato. Tanti libri, ma non pensate ad una biblioteca: la differenza tra un luogo più o meno severo e bene o male utilizzato e la loro casa la fanno proprio loro due.

    Delle due ore passate chez Pontiggia troverete appena sotto uno scrupoloso compendio; certo non troverete tutto, abbiamo parlato di libri, ma anche di altro e abbiamo pure riso insieme. Andandomene ho avuto la sensazione di essere stato in casa di amici.

    “Vite di uomini non illustri”: quali sono le ragioni poetiche, di ispirazione letteraria, e umane che l’hanno spinta a raccontare queste vite?
    “Si può partire dall’interesse che io ho sempre avuto per le biografie e le autobiografie. Non la mia perché non ho mai avuto interesse per me in questo senso e anche le parti autobiografiche che compaiono nei miei testi narrativi non hanno mai un’intenzione ed un orientamento espressamente tale, lo sono solo incidentalmente. Inoltre, non ho nemmeno nessun interesse per le cosiddette leggi del ‘patto autobiografico’, per il rispetto della verità storica e di una realtà che, per me, rimane sempre un’incognita anziché una certezza.
    Pure ho sempre coltivato questa attenzione per le biografie. Mi aveva colpito una frase di un saggista degli anni ‘30 che diceva: ‘Ciò che ci interessa delle biografie degli altri è la nostra storia’. E naturalmente siamo abituati alle vite dei personaggi illustri.
    Ora, a parte i modelli classici da Plutarco a Svetonio, mi hanno sempre molto affascinato le biografie contenute nel Dizionario Biografico degli Italiani, per certi scorci di vita vissuta, lampeggiamenti che mi davano un senso potente della realtà, all’interno di un linguaggio neutrale che avevo già utilizzato, per esempio ne ‘Il giocatore invisibile’: ‘muore alle cinque del pomeriggio in una strada di Brescia’. O ancora dettagli di vita privata che talora compaiono, con effetti stranianti, all’interno delle vite illustri.
    Quest’attenzione per le biografie poi è stata intensificata dall’interesse per alcune opere in cui l’elemento biografico acquista un rilievo potente anche perché compendiato da grandi scrittori in poche battute e penso all’esistenza di molti personaggi che Dante nella Commedia riassume in un verso, per esempio: ‘Siena mi fe’; disfecemi maremma’ (Purg. Canto V, v.134 ndr). Momenti, attimi che, in questo caso, decidono non solo per la vita ma anche per l’eternità, dato che Dante era un credente. Mi aveva colpito quella variante poetica della biografia che poi ho ritrovato anche in Edgar Lee Masters, ove, come già in Dante, l’attenzione è riservata anche a personaggi non illustri, a persone comuni.
    L’idea del libro mi è venuta sfogliando un catalogo antiquario dove le vite non illustri erano raggruppate, come talora capita in questi cataloghi. Allora ho pensato alla compilazione di vite di non illustri con l’adozione di quel linguaggio che viene riservato ai protagonisti nelle vite illustri, un linguaggio di memorabilità storica che però viene riservato ad eventi memorabili sul piano personale, emotivo. La storia non con la maiuscola, quella ufficiale, pubblica, ma la storia vissuta dall’individuo, un passaggio da una prospettiva all’altra, mantenendo, entro certi limiti, il linguaggio memorabile delle vite illustri”.

    Dunque c’è un rovesciamento, un potente ribaltamento: allora l’apparato estetico è quello riservato, per fonti e tradizione, agli uomini illustri però l’occhio cade sui non illustri. Cos’è, una forma di pietas, di vicinanza?
    “In generale, nella vita degli uomini gli avvenimenti che contano non sono quelli ufficiali, legati a circostanze esterne, riconoscibili, tramandabili, ma sono eventi interiori: emozioni, frustrazioni, angosce, attimi. Sono queste le cose più importanti nelle persone, illustri o no. Mi hanno chiesto come mi sarei comportato se avessi raccontato le vite di uomini illustri: le avrei raccontate nello stesso modo. Credo che in tutti gli uomini ciò che conti sia la trama delle emozioni, degli impulsi, dei desideri, la presenza dell’infanzia, il passaggio delle età; l’esistenza scandita da una storia invisibile anziché da una riconoscibile.
    Io ero attirato dai personaggi che raccontavo. Non è affatto vero, come è stato detto, che io ho voluto dimostrare che le storie banali, le vite banali, sono vite importanti. Credo che il narratore non possa mai essere attirato dalla banalità, se non per farne l’oggetto di una satira feroce. Io ero attirato, viceversa, dalla memorabilità emotiva, ideale, sentimentale anche intellettuale di questi percorsi esistenziali. Io questi personaggi li sentivo fortemente vicini e al tempo stesso oggetto di comicità, anche di satira che ho esercitato anche su di me che compaio più volte in queste vite come personaggio comico, dissimulato. Ero attirato dalla ricchezza di questa esperienza esistenziale che compendiavo in una serie di episodi, di svolte, di incontri, di passioni. Ho raccontato uomini. Quelli che D’Annunzio chiamava gli ‘uomini oscuri’, io li chiamerei appunto ‘non illustri’, cioè che non sono diventati famosi per qualcosa di significativo per gli altri. Ma la loro vita è ricca di pathos. Ho dovuto fare una forte selezione, ho raccontato quelle vite, quelle esperienze, quelle passioni che erano importanti anche per me”.

    Laura Lepri: “In ‘Vite di uomini non illustri’ Pontiggia ha fatto un esperimento linguistico interessante lavorando, fra l’altro, sulla progressiva trasformazione, da inizio secolo fino ai giorni nostri, di un linguaggio letterario che contaminava i personaggi, ma anche il narratore. Come dire – al di là del gioco metaletterario, per cui quei personaggi parlavano sfacciatamente anche le lingue di certa letteratura, alta o bassa che fosse – che le nostre biografie, le nostre vite più o meno illustri, parlano la lingua della nostra contemporaneità, sia essa quella dei libri o quella influenzata dalla televisione”

    Ricorre, volontariamente?, la parola “balaustra”. È il punto di vista dell’autore o la posizione dei “non illustri”?
    “Non ho mai pensato a questa cosa. ‘Balaustra’ è un termine che mi piace, legato ad Ungaretti, e poi va detto che lo sfondo su cui agiscono questi personaggi è spesso negli anni del primo cinquantennio del novecento, quindi balconi, balaustre, sono ricorrenti. Certamente la ‘balaustra’ è un luogo in cui illustri e non illustri si incontrano nella solitudine dell’uomo”.

    La storiografia del novecento, soprattutto la scuola delle “Annales”, riscopre la vita quotidiana, la mentalità, i costumi. È presente questo materiale?
    “Sì, certamente. Io ho un profondo interesse per la storia e la storiografia delle ‘Annales’ mi ha molto colpito. Quello che io devo dimenticare però, come narratore, è l’interesse a tutto campo della storiografia moderna, perché ovviamente loro fanno un lavoro scientifico, io devo fare un lavoro di selezione. L’importante non è dare lo sfondo, ma l’individuo che io racconto su questo sfondo. Allora direi che nelle ‘Vite’ io ho raccontato anche lo sfondo, di epicità giornalistica, di epicità e di lirismo dannunziano, militarismo burocratico. Ho adoperato molti linguaggi, però ho sempre cercato di raccontare l’unicità di una vita, sulla molteplicità di questi sfondi”.

    Quindi come Plutarco: “Io non scrivo un’opera di storia ma delle vite”.
    “Sì, esattamente. Anche perché non ho voluto legarmi alla storia nel senso più stretto, tanto è vero che ho dichiarato che posso aver alterato, a volte, come può fare un pittore, lo sfondo storico: piccole alterazioni che erano funzionali al racconto”.

    Vorrei il suo parere su un singolare fenomeno che sta prendendo piede in Francia, non so bene se editoriale o giornalistico, ma son certo della sua esistenza. Ci sono persone, soprattutto giovani, che vanno negli ospedali, negli ospizi e si fanno raccontare la vita delle persone per poi scriverla. È una cosa curiosa, che ha aspetti molteplici ed è un’operazione opposta alla sua, nel senso che lei racconta vite immaginarie, anche se naturalmente basate su elementi reali, perché lei si occupa di un’anagrafe poetica. Cosa pensa di questi fenomeni?
    “Non conosco questa cosa francese, ma credo che questa curiosità per la vita raccontata da una persona comune nasca anche da una insofferenza, secondo me legittima e motivata, nei confronti delle biografie ufficiali, di cui siamo inondati. Uno degli aspetti delle mie vite dei non illustri, che non è stato sottolineato, comprensibilmente, ma che però per me c’era, era che io applicavo molte volte il linguaggio della biografia illustre per raccontare la verità delle emozioni profonde vissuta da persone comuni. Ma al tempo stesso questo valeva come svelamento della falsità di cui sono intessute le biografie ufficiali. Perché non ne possiamo più di racconti edificanti, idealizzanti, confortevoli e rassicuranti sui personaggi che hanno lasciato una traccia nella storia. Non ci persuadono, però, neanche le demistificazioni brutali che applicano il metro opposto e finiscono per cadere nelle stesse debolezze.
    Però sentiamo costantemente che le biografie ufficiali tradiscono la storia, per questo ho dei problemi a leggere molte biografie perché capisco che l’intenzione è consolatoria, rassicurante oppure denigratoria e aggressiva. Si sovrappongono alla verità. L’uomo nell’età dell’informazione è affamato di verità e taluna informazione arriva sempre in modi falsificanti. Può darsi, è un’ipotesi, che la vita raccontata con semplicità e però con precisione di particolari da parte di una persona, possa acquistare significati che tante biografie ufficiali occultano.
    Una frase che mi è sempre sembrata, come dire, anche idiota di Napoleone è questa: quando gli hanno chiesto il giorno più bello della sua vita ha risposto ‘il giorno della prima comunione’. Ma poi ho cominciato a riflettere – è vero che i geni hanno anche lampi di idiozia, ma Napoleone non ne aveva molti – che poteva anche non essere una frase idiota, anzi a poco a poco mi son convinto che era una frase importante, contrariamente a quello che pensano gli storici che immaginano che il giorno più bello sia quello in cui vince ad Austerlitz oppure prende il potere.
    No, lui ricordava una felicità che a noi non risulta molto chiara ma che evidentemente per lui doveva essere un attimo indimenticabile e ha avuto il coraggio di dirlo, anziché ripetere i luoghi comuni e prevedibili sulle occasioni di felicità. Ha voluto ricordare un momento così poco spettacolare, così convenzionale in una prospettiva infantile e l’ha dichiarato.
    Gli aspetti infantili degli uomini di potere ad un’analisi un po’ rabdomantica e divinatoria, possono essere infinitamente più importanti che non le motivazioni ufficiali degli ideali patriottici e civili, eroici in un senso codificato. La gente si rende conto che dietro a tante gesta importanti, c’è poi un’infanzia che dovrebbe essere tradotta ed è completamente occultata dalla retorica declamatoria. La curiosità per il dettaglio biografico di persone comuni è la curiosità per una vita che riaffiora, occultata normalmente nella chiacchiera che la deforma”.

    manoscritto-vite-uomini-non-illustri-pontiggia

    Il manoscritto dell’ultimo capitolo di “Vite di uomini non illustri”. Come si nota, “Viaggio nella Loira” era il quindicesimo capitolo, per poi diventare il diciottesimo col titolo “Una settimana sulla Loira”. Dapprima, l’uomo non illustre doveva essere Maurizio Calonghi (veronese, classe ’36, insegnante di stenografia o francese all’Istituto Tecnico Galilei di Brescia). Ma Pontiggia era perplesso. Dopo ha pensato a un certo Mario Carpitelli (si legga il suo corsivo in alto a sinistra), docente di francese al Tecnico di Brescia. Nella versione definitiva, Carpitelli cambia ancora identità. È Luigi Tornaghi, insegnante di storia dell’arte al liceo Colleoni di Bergamo. Nel margine destro, inoltre, si vedono tre cifre riquadrate. Pontiggia è abituato ad annotare le pagine scritte di un romanzo fino al punto in cui riprende a battere a macchina (sempre la stessa Olivetti studio 45). 170, allora, sono le pagine scritte fino al capitolo di Tornaghi. Con le 18 di quest’ultima parte sono diventate 188. Tutto qui. Una sorta di contatore interno capace di disciplinare l’autore che, peraltro, interverrà ulteriormente sul testo da buon maestro di scrittura e riscrittura. Mark Twain annotava in margine addirittura quante parole scrivesse ogni giorno

    A me è uscita quest’espressione, “naturalismo involontario”, nel senso che da un lato non ho trovato determinismo alcuno nelle sue vite anzi c’è un distacco quasi chirurgico, segno di un esercizio molto complesso, credo, d’altro canto però raggiunge un effetto di narrazione naturalistica, priva di tutti gli arnesi ideologici con la quale, generalmente, viene attuata. Mi sono anche venuti in mente i “Quaderni di Serafino Gubbio” di Pirandello, perché anche da parte sua mi sembra ci sia un interesse, verrebbe da dire, cinematografico, anche se è facile visto che Monicelli ha tratto un film dal libro (“Facciamo Paradiso” che è tratto da “Da Una goccia nell’oceano divino”, uno dei 18 racconti di “Vite di uomini non illustri”, ndr.). Ha quindi un occhio cinematografico quando narra le vite, nel senso di lasciar scorrere le situazioni?
    “Io ho impiegato trentacinque anni della mia vita per dire che il cinema non ha avuto influenza, per poi capire che ce l’ha, che il cinema ha avuto una parte importante nella formazione dei narratori del novecento, come la letteratura l’ha avuta sui cineasti. Per me l’ha avuta soprattutto nel montaggio, nella mobilità e libertà del montaggio, nei campi lunghi, nei primi piani. Sicuramente c’è una suggestione indiretta. Anche nei dialoghi. Io ho studiato a lungo i dialoghi di Bergman, perché sono dialoghi di grande significato anche letterario. C’è poi una differenza fondamentale: io tutte queste suggestioni le devo tradurre in linguaggio, in parole e questo è un processo decisivo, perché ogni parola è un mondo e una sequenza deve divenire l’incontro di una serie di universi contenuti nelle parole ed è un lavoro completamente diverso. Tant’è vero che Monicelli – che si era innamorato del libro, insieme a Suso Cecchi d’Amico – pensava di avere il compito semplificato dai miei dialoghi che sembravano trasponibili nel cinema perché, in un certo senso, compiuti. Poi si è reso conto che era molto più difficile, perché –  l’ha detto lui stesso – lui pensava di poter trasporre un lavoro tutto letterario mentre si è dovuto inventare un altro linguaggio, perché i dialoghi che funzionavano sulla pagina non potevano essere inseriti, pari pari, ma dovevano diventare altro. Io avevo raggiunto una compiutezza che non era compatibile con quella del cinema”.

    È una fortuna incontrarla per parlare di un libro che ha già otto anni, nel senso che diventa più facile notare tutta una serie di cose. A questo proposito, c’è già nelle “Vite” l’idea, forte, della rinascita, del riscatto, del rialzarsi dopo la caduta. Concetti base del suo ultimo libro, “Nati due volte”. Sono punti fermi della sua poetica?
    “Sì, la prima vita che racconto è proprio una rinascita, un uomo che è indotto dalla sua amante a rinascere, e anche l’ultimo racconto è un uomo che a metà della sua vita rinasce, grazie ad un incontro con una donna. Questo è un tema che io sento molto, anche perché credo che un uomo abbia queste potenzialità, magari inesplorate, latenti, ma che, all’occasione si possono manifestare in modo stupefacente. Del resto anche il personaggio sinistro della ‘Grande sera’ è un uomo che abbandona tutti, sparisce di colpo senza traccia, per andare a rinascere da un’altra parte. Il romanzo non dice dove, né come, però è un uomo che adotta questa soluzione estrema, eticamente terribile, perché troncare tutti i legami, di colpo, definitivamente, lasciando gli altri nel dubbio, nell’angoscia, è una decisione che mi è estranea; ma che però al tempo stesso mi attira.
    Nel luogo dell’incomprensibilità c’è questo fatto: il protagonista scompare per rinascere. Poi, rispetto al mio ultimo libro, ci sono altri legami, direi proprio strutturali.
    È vero nelle ‘Vite’ c’è un arco temporale dalla nascita alla morte, qui invece ci sono i primi quindici anni, a grandi linee, di questo figlio disabile: ma sono soprattutto i primi quindici anni della rinascita di suo padre e il racconto procede, anche qui, per eventi memorabili: frasi, incontri, personaggi. Ogni capitolo ha una sua autonomia e, in fondo, spesso si chiude su una battuta sconcertante che apre, anziché chiudere. Anche qui la struttura dei capitoli scandisce la memorabilità di frammenti, perché, in fondo, io stesso non credo alla cronologia: la percezione che noi abbiamo del tempo è una percezione frammentaria, per lampeggiamenti, non ha importanza quando ho conosciuto una persona, è importante che cosa mi ricordo, che cosa agisce dentro di me, come agisce. Quindi non esiste una visione lineare ma una visione punteggiante, per questo nel romanzo non c’è una cronologia ma una rete di episodi. Come nelle ’Vite’ dove c’è sì una cronologia esterna molto evidenziata, ma è parodiata. In realtà quello che conta è l’emozione, che non ha tempo”.


    Letture
    G. Pontiggia, “Vite di uomini non illustri”, Mondadori 1993
    (a cura di) L. Lepri, i quaderni di Panta – Scrittura creativa, Bompiani 1997
    M. Trecca, “Parola d’autore. La narrativa italiana contemporanea nel racconto dei protagonisti”, Argo 1995


    Giuseppe Pontiggia (1934-2003). Scrittore, saggista, critico e consulente editoriale, ha esordito col romanzo “La morte in banca” (Quaderni del Verri 1959). Dopo le prime prove, d’impronta neoavanguardistica (“L’arte della fuga”, Adelphi 1968), è giunto a una prosa al contempo ironica ed esistenziale, come ne “Il giocatore invisibile” (Mondadori 1978), “La grande sera” (Mondadori 1989) e “Vite di uomini non illustri” (Mondadori 1993). Sempre per Mondadori sono usciti “L’isola volante” (1996), “I contemporanei del futuro” (1998), “Nati due volte” (2001).


    Da Storie 41/2001 – Terza, quarta, quinta persona

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