rivista internazionale di cultura

Storie magazine

1/2016 | TERZA, QUARTA, QUINTA PERSONA – pt. I

INTERVISTE

Franco Citti: “All’inizio pensavo che Pasolini fosse addirittura analfabeta poi un giorno è nato ‘sto cavolo di ‘Accattone’ che mi somiglia tanto”. Guarda una scena del film

    (Fiumicino è fredda e grigia all’alba. Franco Citti passeggia in riva al mare
    misurando malinconia e gratitudine. Venti anni di interviste
    sull’autore di “Accattone” 
    sembrano non aver esaurito i ricordi.
    Mentre l’attore romano racconta si compone il ritratto
    di un Pasolini inconsueto:
    non l’intellettuale, ma l’amico.
    L’interprete solitario e opportuno di una capitale “borgatara”)


    (Stefano Milioni) – “Guarda, l’abbiamo detto un miliardo di volte io e mio fratello. È assolutamente escluso che sia stato Pelosi. Lì c’è un chilometro quadrato di strage. È stato massacrato, e una sola persona non riesce a fare quelle cose. Ci sono troppe cose oscure, dietro. Anche politiche, naturalmente”. La voce di Franco Citti, indimenticabile volto del cinema di Pasolini, è aspra e tagliente. Come i suoi pensieri, del resto.

    citti

    ► IL RAGAZZACCIO A VITA. L’importanza di Franco Citti è stata quella di rappresentare il disincanto del borgataro in una società pre-borghese. Società in cui la borghesia semplicemente non esisteva. Non c’era la terra di mezzo: come dire, o la marana o le scale di marmo. Tutto questo stava lì appiccicato sulla faccia estranea e neppure dolente di questo attore preso dalla strada. E, per quanto possa sembrare incredibile, il genio di Pasolini gli ha offerto una coerenza non solo narrativa ma addirittura sociale. Accattone del resto è il manifesto della marginalità urbana e la maschera di Citti servì a puntino il poeta friulano anche in altri squarci di un tragico realismo (specie il giovane pappa di “Mamma Roma”). Sornione, arguto, noncurante, più pasoliniano di Pasolini, Citti era anche più di Ninetto Davoli (e del suo vitalismo speranzoso) l’indizio di una romanità che ancora resiste nelle intercapedini della metropoli vaccinara. A chi è romano, suona quasi pacificatorio saperlo morto a Fiumicino. Non Ostia, non Fregene: Fiumicino, la spiaggia che scambi per una pista, una sorta di quinta cinematografica per la deriva malinconica dei romani antichi a oltranza, diversi da quelli di Emmer, simili solo a quelli di Pasolini (e forse di Garrone). Creature ruvide e pure, sotto sotto irriducibilmente anarchiche. Aveva 80 anni, Citti, ed è morto malato nella sua Fiumicino, dove il Tevere si libera, a fine corsa (Gianluca Bassi)

    “Sono andato via da Roma innanzitutto perché cominciavano a sparire le borgate e con loro i miei amici. E quando non hai più le borgate ti rifugi al mare. È per questo che sono venuto a vivere a Fiumicino. C’è un senso di morte, qui intorno, che mi piace. Forse io sono già morto, qui, in questa solitudine che amo e che mi mette allegria. Anzi, io sono vivo perché sto a Fiumicino. Forse se stavo a Roma ero già morto”.

    Come hai conosciuto Pasolini?
    “Tramite mio fratello Sergio, in una pizzeria a Torpignattara. Lui mi ha detto: ‘A Frà, te presento ‘no scrittore, ‘n amico mio’”.

    Lui era già conosciuto, allora?
    “No. In quel periodo scriveva delle poesie in friulano, quelle cose dei primi tempi”.

    Quindi tu non sapevi proprio chi era?
    “No. All’inizio ho creduto addirittura che fosse analfabeta. Faceva il maestro elementare a Ponte Mammolo. Mio fratello m’ha detto: ‘È ‘no scrittore, magnamose ‘na pizza insieme’. Io ero tutto sporco di calce perché lavoravo come muratore con mio padre. Ci siamo conosciuti lì e abbiamo cominciato a frequentarci”.

    E che impressione ti ha fatto all’inizio Pasolini?
    “Quella di una persona normale. Non ci pensavo molto al fatto che lui scrivesse. Se scriveva a me che me ne fregava? A volte succedeva che gli davo qualche battuta in romanesco e lui se l’appuntava”.

    Pasolini metteva nei suoi libri i racconti che gli facevate tu e Sergio?
    “A Paolo piaceva soprattutto lo spirito, il ‘modo’ delle borgate romane, questa gente allegra, tanto è vero che lui ci passava quasi tutto il tempo della sua vita con noi, nelle borgate. E così, essendo uno scrittore guardava ciò che gli accadeva intorno, e daje e daje, tirava fuori ‘sti libri. Ma quello che più mi ha interessato è quando mi ha detto che mi avrebbe fatto fare una parte nel suo film”.

    E tu come hai reagito?
    “Sai, io sono un pessimista nato, non è che ci credo molto alle cose che mi offrono. Così gli ho detto: ‘Vabbé, a Paolo, quando lo faremo lo faremo’. Lui mi ripeteva: ‘hai una bella particina. Vedrai che lo faremo’. E così un giorno è nato ‘sto cavolo di ‘Accattone’”.

    Mentre lo giravi ti sentivi nella parte o era qualcosa che non ti apparteneva?
    “Mi sentivo a mio agio perché l’ho girato con tutti i miei amici della borgata. Giocavamo un po’ in casa. E poi quelle avventure, quelle storie, mi piaceva farle. Per il film ho anche dovuto leggere ‘Ragazzi di vita’. Che poi, che vuol dire ragazzo di vita non l’ho mai capito”.

    Giravate a Torpignattara?
    “Torpignattara, il Pigneto, Testaccio, Pietralata, il Quadraro. Andavamo in tutta la periferia di Roma. Il film è andato avanti un po’ in questo modo. Lui ci ha diretto, però noi eravamo liberi di fare quello che eravamo”.

    pasolini-franco-citti

    Così Pasolini a proposito di Franco Citti: “Lui e Accattone sono la stessa persona. Accattone naturalmente è portato ad un altro livello, al livello estetico di un ‘grave estetismo di morte’ come dice il mio amico Pietro Citati ma in realtà Franco Citti e Accattone si assomigliano come due gocce d’acqua” (P.P. Pasolini in “Diario al registratore”, a cura di Carlo di Carlo, 1962)

    Avevate quindi la possibilità di inserire cose proprio vostre, personali…
    “Sai, i dialoghi erano già un po’ scritti e Pier Paolo li scriveva con mio fratello Sergio, però qualche battuta che in doppiaggio sembrava migliore l’abbiamo messa. ‘Accattone’, però, è rimasto così come l’abbiamo girato, e infatti è un bel film proprio perché è spontaneo, non c’era nessun attore professionista e l’abbiamo fatto di corsa. Con qualche impiccio di mezzo. ‘Sti personaggi che facevano gli attori insieme a me, io compreso, qualche mattina non venivano proprio, chi andava a sfacchinà, chi andava a fa’ altre cose, allora era un po’ complicato”.

    Si trattava di problemi pratici e non finanziari.
    “Finanziariamente non c’erano problemi. Credo che il film costasse piuttosto poco. Io, ad esempio, prendevo ottomila lire al giorno. Ho lavorato otto settimane, più il doppiaggio, diciamo che avrò lavorato circa un anno e ho preso all’incirca un milione e trecentomila lire di oggi”.

    Quando ti rivedi in “Accattone” che impressione hai?
    “Cerco di non rivedermi”.

    Perché?
    “Perché ormai quel film lo conosco a memoria, come gli altri, del resto. A volte fanno ‘Accattone’ in tivvù, io ho anche le cassette, ma cerco di evitare di vederlo. Ma non perché sia invecchiato, ma è perché mi piacerebbe rivederlo con le persone adatte. Con quelli che all’epoca contestarono il film, ad esempio”.

    Come è cambiata la tua vita dopo “Accattone”?
    “In peggio. Vedi, il rapporto con Pasolini è stato per me, in un certo senso, distruttivo, perché non è che io proprio amassi fare il cinema, ma nello stesso tempo so che dovevo farlo, forse anche solo per amicizia. E, come ti ho già detto, per certi versi mi affascinava, come quando lavoravo con gli amici miei. Poi però sono stato costretto a lavorare con altre persone che non conoscevo, e mi rompevo i coglioni perché non erano leali con me. Miravano al successo, capisci? Allora qualcuno, magari, si è permesso di dire: ‘Ma sai, quello è un borgataro’”.

    Che tipo di rapporto avevi con Pasolini?
    “Lui era un po’ come un padre. Aveva una grande paura di me. Gli potevo sparire da un giorno all’altro, senza finire il film. È successo mentre facevamo ‘Mamma Roma’ con la Magnani. Ho avuto una disavventura con la polizia. Ho litigato con una guardia e m’hanno arrestato per oltraggio. Mi sono fatto una ventina di giorni e poi sono uscito”.

    Il film è stato interrotto per questo motivo?
    “No. Hanno messo mio fratello di spalle, tipo controfigura. E dopo quell’episodio, quando abbiamo fatto ‘Edipo Re’, Pier Paolo è stato costretto a mettere nell’albergo due guardie in borghese, in modo che non uscissi. Ma, sai, io il cinema l’avevo preso nel senso del divertimento. Professionalmente non è che mi interessasse più di tanto”.

    pigneto-accattone

    Il bar dei ragazzi di vita ai tempi di “Accattone” ovvero il Bar Necci in via Fanfulla da Lodi 68, al Pigneto

    Se non sbaglio era proprio Pasolini a dirti che tu dovevi fare semplicemente te stesso e non recitare.
    “Sì, tanto è vero che ha cercato di non farmi diventare né francese, né inglese, né americano. Avevo molte richieste, allora. Il mio terzo film l’ho fatto con Marcel Carné. Poi ho lavorato in America. Ho fatto due padrini con Coppola. Il primo e il terzo”.

    Non ti ha mai pesato la figura di Pasolini?
    “In un certo senso sì. Io ero l’immagine del suo cinema, e non è detto che potessi essere l’unica. Poteva anche trovare qualcun altro, e forse sarebbe stato meglio per me, avrei seguitato a fare il muratore, il pittore. Certo, sono contento di aver fatto cinema con lui, mi ha dato la possibilità di stare meglio anche economicamente, però se tornassi indietro non so se lo rifarei il cinema. Perché sono trentacinque anni di domande e, in fondo, il contatto con una persona è quello, niente di più, niente di meno. Ogni tanto ti puoi ricordare una cosa in più, però, ecco, Pasolini parla con le sue immagini, con la scrittura. E chissà quante volte non mi avrà detto certe cose”.


    Franco Citti (1935-2016) è stato, con Ninetto Davoli, il volto emblematico del cinema di Pasolini: “Accattone” (1961), “Mamma Roma” (1962), “Edipo Re” (1967), “Porcile” (1969), “Il Decameron” (1971), “I racconti di Canterbury” (1972). Ha recitato anche per il teatro (in “Salomè” di Carmelo Bene), nei film del fratello Sergio (da “Ostia” a “Cartoni animati”) come pure con Carlo Lizzani, Valerio Zurlini, Elio Petri (“Todo modo”) fino a Francis Ford Coppola (“Il Padrino”), fra gli altri.


    Guarda la scena del sogno di “Accattone”:


    Da Storie 19/1995 – La prova contraria
    storie19


    lavora-con-le-parole
    il-paroliere-banner

    Approfondimenti >

    Storie

    altri approfondimenti >
    momentismo-banner

    A FUOCO | l'eccezione

    Storie online: cultura dall'Italia e dal mondo. Ogni giorno

    error: